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La transizione ecologica non si fa (solo) coi pannelli sui tetti. In Sardegna, la peggiore regione d’Italia per l’installazione di nuovi impianti rinnovabili, la vera speculazione è quella sul gas fossile

 |  Editoriale

Prima Stefano Patuanelli, senatore del M5S ed ex ministro dello Sviluppo Economico, e poi il leader pentastellato Giuseppe Conte, sono intervenuti pubblicamente per difendere le scelte della Regione Sardegna, presieduta da Alessandra Todde (M5S), in merito ai forti vincoli all’installazione di rinnovabili in quella regione.

Conte ha definito la Sardegna «un modello virtuoso per le rinnovabili» salutando con favore un circa 1% di aree idonee agli impianti, mentre secondo Patuanelli le critiche alle scelte della giunta Todde sarebbero ingiustificate, perché le aree già definite idonee in Sardegna consentirebbero l’installazione di 15-20 GW di fotovoltaico, più che sufficienti per raggiungere gli obiettivi del 2030 pari a 6,2 GW.

Oltre a questa quantificazione, Patuanelli si è avventurato in una paradossale crociata contro la presunta “speculazione” dei grandi impianti. Un’accusa che, come vedremo, si ritorce esattamente contro le sue stesse posizioni.

Ma le lacune principali dell’argomentazione sono altre: quell’obiettivo al 2030 è insufficiente ed è comunque solo una tappa preliminare, non la fine del percorso di decarbonizzazione.

Inoltre, se si vuole davvero elettricità a basso costo, sono richiesti altri due fattori che mancano completamente nell’approccio Patuanelli-Conte-Todde:

1) l’offerta deve essere ampia, affinché ci sia concorrenza alle aste;

2) il fotovoltaico deve andare di pari passo con l’eolico, mai menzionato da Patuanelli e, in Sardegna, oggetto di campagne non solo allarmistiche ma addirittura terroristiche (sabotaggi, attentati, ecc.).

Di seguito dettaglio queste lacune delle posizioni di Patuanelli-Todde-Conte.

Obiettivi climatici 2030, i ritardi

Vediamo prima il ritardo dell’Italia rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione.

L’obiettivo per il 2030 della quota di rinnovabili elettriche è pari al 63,4%. Nel seguente grafico, il GSE riporta l’andamento 2021-2024 e la traiettoria prevista. Manca ancora il dato 2025, ma già sappiamo che è pessimo.

Moccia Sardegna 1

Se prendiamo i dati Agora sulla quota di rinnovabili elettriche in Italia rispetto ai consumi, notiamo che questo dato del 2025 è addirittura diminuito rispetto al 2024 (i valori 2021-2024 differiscono tra le due fonti perché le metodologie sono diverse; qui sto valutando soltanto la tendenza).

Moccia Sardegna 2

I dati Agora riportano anche la quota di rinnovabili sulla produzione nazionale (barre azzurre nel grafico precedente), che in Italia è significativamente maggiore di quella sui consumi (barre arancioni) perché il nostro Paese è un forte importatore di elettricità nucleare, per via diretta dalla Francia e indiretta dalla Svizzera (per un totale di circa 50 TWh/anno, un sesto dei consumi).

Questa sottolineatura serve a ricordare che il dato dirimente è la percentuale di rinnovabili sui consumi, non sulla produzione. Sicuramente in buona fede, alcuni commentatori che vogliono enfatizzare i progressi delle rinnovabili nel nostro Paese sono soliti riportare la percentuale sulla produzione, che è più alta, ma così facendo oscurano il forte ritardo: con questa tendenza, altro che 2030, quella quota di rinnovabili sul consumo elettrico non la raggiungeremo prima del 2043!

Obiettivi climatici 2030, le insufficienze

Appurato in modo inequivocabile il ritardo nazionale rispetto agli obiettivi per il 2030, poniamoci adesso la questione se questi obiettivi siano ben impostati rispetto alla finalità di diventare climaticamente neutrali entro il 2050.

La risposta è no, perché sono obiettivi bassi e, per quantificare questo divario, ci soccorre uno studio pubblicato poche settimane fa su Nature Communications, che analizza gli scenari di decarbonizzazione dell’Unione Europea.

La conclusione principale di questo studio è che, per raggiungere in modo economicamente razionale la neutralità climatica entro il 2050, è controproducente procedere in modo incrementale e lineare, poiché si sovrainvestirebbe in infrastrutture fossili che poi diventerebbero zavorre (fenomeno detto di lock-in). Tenendo conto dei costi sommersi di queste zavorre infrastrutturali, conviene accelerare, non ritardare, la forte espansione del solare e dell’eolico.

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Le traiettorie economicamente ottimali di decarbonizzazione richiederebbero già al 2030 il 73% (non il 63%) di elettricità pulita e, inoltre, una maggiore quota di elettricità nei trasporti (auto elettriche) e negli edifici (pompe di calore). Ovvero, i consumi elettrici dovrebbero aumentare significativamente e, allo stesso tempo, crescere la quota di rinnovabili.

Ma anche questi obiettivi rivisti al rialzo per il 2030 sono poca cosa rispetto al cammino che resta da fare per la neutralità climatica al 2050, come quantificato di seguito.

Obiettivi climatici economicamente razionali per il 2040—2050

Riprendiamo lo studio succitato di Rodrigues e coautori. Quali target valuta come economicamente razionali, cioè a costo minimo, per l’anno 2040?

I consumi elettrici devono espandersi per servire altre quote di trasporto e di calore, e le fonti fossili nella generazione elettrica devono essere ridotte al lumicino: il carbone eliminato e il gas con una quota residuale pari al 3%.

Per raggiungere questi target, eolico e solare devono essere incrementati di un fattore sette rispetto ai valori attuali.

Nei grafici seguenti, tratti dallo studio citato, si può apprezzare il dettaglio per fonte nel settore elettrico: i grandi numeri sulla decarbonizzazione li conseguono, anche al 2050, solare ed eolico, mentre il nucleare decresce perché non è economicamente competitivo, se non in modo residuale nei paesi che vi hanno storicamente investito, come la Francia.

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Sardegna 2050, prospera e sostenibile

Passiamo ora dagli scenari europei a quelli regionali, per rispondere a chi—giustamente—richiede che quelle traiettorie continentali vengano calibrate localmente in base alle specificità regionali. Ma qui abbiamo un altro aspetto rafforzativo per scenari massicci basati su rinnovabili in Sardegna: la buona ventosità e l’ottima irradianza solare della regione.

Il recente studio del Politecnico di Milano e delle Università di Padova e Cagliari, delinea con chiarezza quale sia la traiettoria di decarbonizzazione più vantaggiosa per l’isola.

Nella “Configurazione C”, che rappresenta l’ottimo economico al 2050, il modello di ottimizzazione non si limita all’autosufficienza locale, ma fa leva sulle caratteristiche locali per trasformare la Sardegna in un nodo strategico dell’energia verde italiana.

Per raggiungere questo traguardo, il modello richiede un’espansione infrastrutturale massiccia: 19,5 GW di fotovoltaico e 14 GW di eolico, supportati da 36 GWh di accumuli a batteria e 4,8 GW di elettrolizzatori.

Moccia Sardegna 5

Grazie a questa capacità, la Sardegna produrrà a bassissimo costo sia elettricità sia idrogeno verde e altri elettro-combustibili (e-fuel), destinati non solo a decarbonizzare l’industria pesante e i trasporti dell’isola (riconvertendo ad esempio la raffineria Sarlux), ma anche all’esportazione.

Lungi dall’essere un costo, questa trasformazione rappresenta un’opportunità macroeconomica senza precedenti: prezzi zonali dell’elettricità più bassi e il mantenimento e l’espansione di realtà industriali che altrimenti declinerebbero.

Complessivamente, la decarbonizzazione accelerata, rispetto a uno scenario rallentato dai vincoli, genera per l’isola un Valore Aggiunto cumulato di ulteriori 9 miliardi di euro da qui al 2050 e ben 143.000 Unità di Lavoro Annue (ULA) aggiuntive (in valore assoluto, 12 miliardi di euro e 195.000 ULA di occupazione, vedere pag. 63, Tab 9 del rapporto succitato).

A regime, le sole attività permanenti di gestione e manutenzione degli impianti garantiranno oltre 12.400 posti di lavoro stabili, assorbendo e superando ampiamente le perdite fisiologiche dei vecchi comparti fossili.

Decarbonizzazione a basso costo, una questione di metodo

Dai grafici precedenti, sia europei che regionali, spero che si sia apprezzato quanto la decarbonizzazione sia un’opera ciclopica, che non si fa con quattro pannellini sui tetti, come alcuni falsi eco-profeti hanno ventilato in questi anni, travisando l’opinione pubblica e ingannandola, facendo credere che con l’autarchia domestica o di quartiere si potesse risolvere una sfida così grande.

Sarebbe ora di svegliarsi da questo sonno della ragione che, non a caso, ha prodotto l’immobilismo e i ritardi di cui sopra, di cui soffrono famiglie e imprese per l’energia tra le più care d’Europa.

Le ragioni sono strutturali: se si pensa di decarbonizzare solo con i pannelli solari sui tetti, che sono molto meno produttivi e più costosi di quelli in campo libero, e se si insiste nel veto all’eolico, i costi, anche ambientali, più che raddoppiano, perché esplodono i costi di accumulo, oltre a quelli per l’energia tagliata per via degli eccessi stagionali di un approccio mono-rinnovabile. Infatti, non basta fare fotovoltaico. Per abbassare i costi dell’elettricità tutto l’anno, anche d’inverno, occorre equilibrare l’offerta solare con quella eolica. Lo dicono tutti i modelli di ottimizzazione recenti (inclusi gli scenari da me elaborati in questo articolo pubblicato su Smart Energy); non è un’opinione da social network.

Il paradosso è che Patuanelli, nel suo post, denuncia i rischi di una produzione rinnovabile sbilanciata, che aumenta i costi di sistema scaricati sulle bollette, ma non si rende conto che è proprio il suo approccio mono-rinnovabile costoso, solare prevalentemente sui tetti, a essere la causa principale di queste criticità.

Dopo il disastro del Superbonus, Patuanelli avrebbe dovuto capire che non si può decarbonizzare con i sussidi, con le strozzature dei bandi riservati con criteri astrusi, con i cavilli che sui progetti fanno spendere agli imprenditori delle rinnovabili più in consulenze legali che in quelle ingegneristiche.

Come spiego in questo articolo su Greenreport, il risparmio energetico è una leva indispensabile, ma non si può azionare con misure che sono anti-economiche, creando così bolle e, in quel caso per davvero, speculazione.

Sbagliare è umano; perseverare, invece, no.

La decarbonizzazione, caro Senatore ed ex ministro, si fa con le aste competitive e, affinché ci sia competizione al ribasso sui prezzi, l’offerta deve essere abbondante (almeno il triplo di quanto si prevede di aggiudicare) e non strozzata dalle moratorie regionali e dai veti arbitrari di chi governa i territori.

Invece, nel suo post, Patuanelli non menziona mai l’eolico, vero pilastro della decarbonizzazione a basso costo, e inveisce contro la “speculazione”, sbagliando bersaglio.

Caro Patuanelli, la vera speculazione è quella di chi blocca il futuro: i banditi che assaltano i cantieri, i comitati che intasano i TAR con ricorsi fotocopia contro inesistenti ‘devastazioni’, e gli amministratori locali alla ricerca di rendite di posizione, che ignorano come questi sovraccosti ricadano inevitabilmente sulle bollette di tutti i cittadini mentre poi straparlano di “povertà energetica”.

E a proposito di povertà energetica, come abbiamo ampiamente documentato nel recente manifesto “Verso la neutralità climatica” redatto da 25 docenti e ricercatori della Rete 100% Rinnovabili, abbassare le bollette è un imperativo morale oltre che economico.

Ma per farlo non si può ricorrere a slogan vuoti o al travisamento del concetto di “neutralità tecnologica” (usato dai disinformatori per giustificare lo status quo fossile).

I tempi stretti ci impongono di evitare scommesse azzardate e puntare sulle fonti scalabili e a minor costo: eolico e solare a terra.

Peraltro, con la necessaria revisione del mercato elettrico e il ricorso ai prezzi zonali, i nodi verranno al pettine: i territori che avranno saputo attrarre investimenti nelle rinnovabili vedranno i loro prezzi diminuire.

Al contrario, le regioni che, come la Sardegna, continuano a bloccare gli impianti per difendere veti anacronistici si condanneranno da sole a pagare l’elettricità a caro prezzo. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso. (Per chi volesse approfondire, a questo link trovate il documento completo della Rete 100% Rinnovabili).

È tutto l’impianto culturale Patuanelli-Todde che è inadeguato alla decarbonizzazione.

È allora un caso che la Sardegna voglia ancora investire nelle infrastrutture fossili (il gas), ennesima zavorra climatica?

Basta alibi pseudo-ambientali

Qualcuno potrebbe dire, sì, i grandi impianti eolici e fotovoltaici generano elettricità a basso costo, ma hanno impatti ambientali maggiori.

Anche questa affermazione è falsa.

L’eolico più ecologico è l’eolico più grande: più alte sono le torri eoliche, minori sono i materiali impiegati per unità di energia prodotta, sia per ovvie ragioni di economia di scala sia per la possibilità di catturare venti più forti a quote più elevate.

In questo mio editoriale su Greenreport trovate delle quantificazioni che spiegano perché l’eolico sia la fonte di elettricità più leggera che l’umanità abbia mai avuto; e sì, il confronto vale anche rispetto alla fonte nucleare, se fatto razionalmente e non ideologicamente, come purtroppo avviene sui social.

Per sintetizzare con i numeri: rapportando i materiali all’energia prodotta, una grande turbina eolica di ultima generazione richiede al massimo 9 grammi di materiali per kWh prodotto.

Se quell’elettricità fosse prodotta dal carbone—fonte rispetto alla quale i sedicenti “difensori del territorio” fanno allegramente spallucce—richiederebbe ben 380 grammi di carbone per kWh, considerando solo il combustibile.

Parliamo di una differenza di un fattore 42 a vantaggio dell’eolico, già con questo calcolo che però è incompleto: i 9 grammi dell’eolico sono almeno all’85% riciclabili, mentre i 380 grammi del carbone, post-combustione, diventano circa 1000 grammi di anidride carbonica in atmosfera, dove continueranno a distruggere l’equilibrio climatico per secoli.

Moccia Sardegna 6

Ma non ci sono solo i materiali impiegati e le emissioni in atmosfera: la combustione di quei 380 grammi di carbone lascia anche sul suolo una pesante impronta di ceneri, fanghi e gessi di desolforazione.

Consideriamo il valore medio dei rifiuti solidi non recuperati della centrale Grazia Deledda nel Sulcis: tale flusso di rifiuti ammonta a 108 grammi per kWh (dati dalla Dichiarazione Ambientale ENEL 2025), ovvero più di cento volte rispetto al massimo dell’eolico, circa 1 grammo per kWh, e con una criticità ambientale maggiore, essendo le pale eoliche inerti in vetroresina, mentre è meglio non ricordare che cosa contengono le ceneri carbonifere!

Attenzione, però: questo già pesante impatto potrebbe essere ancora maggiore qualora quella centrale del Sulcis impiegasse non il carbone importato dall’estero, ma quello “autoctono” del Sulcis stesso.

Nel bilancio ambientale menzionato, il carbone importato ha bassi tenori di zolfo e ceneri, pari allo 0,5% e al 5%, rispettivamente.

Il carbone del Sulcis viaggia invece al 5% di zolfo e al 15% di ceneri. Poiché i rifiuti solidi sono proporzionali a queste percentuali, bruciare il ‘carbone autoctono’ moltiplicherebbe i rifiuti solidi a dismisura, portandoli facilmente a diverse centinaia di grammi per kWh. Altro che il grammo di vetroresina in discarica!

Da qualunque prospettiva ambientale si confronti l’eolico con il carbone—i materiali impiegati, i volumi di crosta terrestre movimentati nelle fasi estrattive, le emissioni in atmosfera, i rifiuti a terra e nelle acque—l’eolico vince sempre e non per pochi punti percentuali, ma per interi ordini di grandezza: decine o centinaia di volte.

Negare queste evidenze significa non solo non saper fare dei calcoli a livello delle scuole dell’obbligo, ma neanche ricordare quella saggezza spirituale che metteva in guardia dal vedere l’altrui pagliuzza e non la propria trave.

Se la manfrina anti-eolica in scena in Sardegna non sia il vero “mondo alla rovescia”, non so proprio per cosa potrebbe essere applicata questa metafora.

Qualcuno potrebbe obiettare che questa leggerezza materiale ed emissiva dell’eolico sia ottenuta al prezzo di enormi aree necessarie a questa fonte.

Questa affermazione è fuorviante e deriva da un altro errore di metodo: confondere le aree di spaziatura tra gli aerogeneratori con il “consumo di suolo”.

Queste aree di spaziatura sono sì grandi, ma consentono usi plurimi: tra le torri eoliche si può coltivare, pascolare, realizzare oasi naturalistiche, ecc.

Il consumo di suolo dell’eolico propriamente inteso, ossia le aree impermeabilizzate, è costituito dalle basi delle torri e dagli ausiliari d’impianto: rapportando queste aree all’elettricità prodotta, il bilancio risulta favorevolissimo e, anche in questo caso, come per i materiali, l’eolico risulta tra le fonti di energia meno impattanti.

Ma allora le aree presunte sterminate per il solare a terra?

In quel caso, invece, il consumo di suolo non è cospicuo?

Anche per il solare a terra, l’allarme sul suolo è in gran parte infondato per due motivi.

Primo, le aree impermeabilizzate, anche per i parchi solari, sono contenute; si tratta quindi di “uso”, non di “consumo” di suolo.

Secondo, sono sufficienti accorgimenti di progettazione eco-naturalistica per rendere le aree dedicate al fotovoltaico delle oasi per la biodiversità: un’opportunità per il suolo stesso, non un impatto.

Chi è interessato alle quantificazioni e alla bibliografia in materia può trovarle in questo mio articolo pubblicato su Ingegneria dell’ambiente.

Conclusioni

Non ci sono più scuse rispetto alle accuse rivolte alle rinnovabili, né ambientali né economiche.

Quello che rimane da fare è realizzare gli impianti, non rimandare alle calende greche.

Patuanelli e Todde chiamano tutto questo “deregulation a favore degli speculatori”.

Invece, gli studi tecno-economici contraddicono questa vuota retorica: opporsi ai grandi parchi solari ed eolici significa letteralmente sottrarre oltre 12.400 posti di lavoro stabili ai sardi, rinunciare a 9 miliardi di euro di valore aggiunto, condannarsi ad alti prezzi dell’energia e quindi alla deindustrializzazione.

Immiserimento economico e inquinamento da combustibili fossili: la peggiore combinazione possibile per la Sardegna. Un incatenamento a dipendenze storiche, altro che “protesta anticoloniale”!

La vera speculazione, quella che scarica i costi reali sui cittadini e sulle imprese, è il lock-in infrastrutturale che ci tiene ancorati al gas fossile, rallentando l’unica alternativa possibile per un finto passatismo estetico.

Patuanelli, Todde, in Sardegna, di progetti di gigawatt rinnovabili da oggi al 2050 ne servono a decine e non solo sui tetti; altrimenti, se siete coerenti, chiedete al governo di ospitare almeno una centrale nucleare, che, paesaggisticamente, si vede effettivamente poco, e il relativo deposito dei rifiuti, per il quale la geologia della regione sarebbe anche la migliore d’Italia per tale uso.

Luigi Moccia

Luigi Moccia è Dirigente di Ricerca presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, dove si occupa di ottimizzazione di processi logistici, trasporto pubblico e sistemi energetici. Ha iniziato a interessarsi alle energie rinnovabili durante gli studi di ingegneria e con una tesi sulla promozione del solare termico presso l'ENEA, dove poi è stato borsista nell'unità Reti Energetiche Urbane. Divulgazione e note personali su: Substack, Bluesky