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Il Governo delle destre non demorde e ripropone all’Italia l’imbroglio dell’energia nucleare. Lo fa con arroganza e senza un vero dibattito pubblico, fregandosene che ben due referendum abbiano già detto no

 |  Editoriale

Il 4 giugno il governo ha ottenuto dal Parlamento la fiducia, col via libera alla Camera al disegno di legge delega sul nucleare, puntando ad avere mano libera per collocare venti piccole centrali nucleari sul territorio italiano. Piccole, così ci illudono che siano innocue.

Immediato il plauso dell’industria italiana. La Meloni, come una sirena incantatrice, nel suo intervento all’assemblea annuale di Confindustria li ha convinti che il ritorno al nucleare abbasserà finalmente il costo dell’energia delle imprese, oggi veramente proibitivo. Ovviamente non parla dei costi delle famiglie, proibitivi anche quelli.

Però si è volutamente dimenticata di dire che questo risultato auspicabile potrebbe avvenire solo fra 15 o 20 anni, il tempo ottimisticamente necessario per la costruzione delle decine di piccole centrali programmate.  Francamente desta stupore che nessuno dei nostri capitani d’industria le abbia fatto notare che svincolando le migliaia di progetti eolici e fotovoltaici bloccati dal governo in attesa di autorizzazione, la ripercussione sugli effetti benefici in bolletta sarebbe immediata e non a data da destinarsi. La presidente Meloni ha invece sottolineato che fra i poteri magici del nucleare c’è quello di produrre energia senza emissioni climalteranti e per lei, negazionista del cambiamento climatico, questo sembra già un successo.  Anche in questo caso ha omesso di aggiungere quei 15 - 20 anni durante i quali il riscaldamento globale imperverserà: il cambiamento climatico va mitigato ora e non in un futuro imprecisato. I nostri industriali non comprendono che il contrasto al cambiamento climatico non è solo una necessità, un costo, ma anche una grande occasione di innovazione e reindustrializzazione del paese, da subito.

Non è chiaro se e quale opposizione il decreto incontrerà in Parlamento, semplicemente perché non è stato pubblicamente chiarito, ma è augurabile che sia efficace e convinta, preannunciando così quell’opposizione che le sinistre intendono sviluppare nel Paese. Il tutto mentre le rinnovabili e gli usi intelligenti dell’energia restano nei cassetti dei ministeri e nella burocrazia delle autorizzazioni, come fossero sogni.

Sono solo alcune delle considerazioni per rendersi conto che proprio questo decreto incubo dovrebbe finire nei cassonetti dei ministeri. Fin dai titoli dei vari commi del decreto risulta chiaro il tentativo di confondere le acque e turlupinare l’opinione pubblica. Accanto alla parola nucleare è stata affiancata la parola sostenibile. Un termine ormai usato o meglio abusato da tante e tanti eco furbe e furbi, che ogni sera imperversano negli annunci pubblicitari, dove a fianco di detersivi, lavatrici, auto, creme per la pelle e pillole anti-stitichezza avrà il suo spazio anche l’energia nucleare sostenibile.

Una domanda andrebbe posta ai nostri solerti politici: se solo ora il nucleare ha acquisito questa compatibilità con le persone e l’ambiente in cui vivono, significa che era del tutto insostenibile quello che tentarono di fare nel 1987 e nel 2011? Dunque aveva ragione chi promosse i referendum.

Altro fiore all’occhiello dei nuclearisti è giocare con le generazioni di questi impianti: questa che vogliono installare è di terza, e via spariti i problemi, qualcuno più audace si spinge fino alla quarta e ai reattori modulari, il tutto senza specificare dove questi nuovi già esistono, sono installati e funzionano senza criticità [spoiler: non esistono!].

Ma la presa in giro del decreto è ancora più evidente quando alla parola sostenibile segue la parola fusione, come se fosse una conquista già acquisita, mentre è noto che ad oggi l’unico risultato consolidato è stato accendere una lampadina per pochi secondi. Il vero problema di chi prende questa decisione è la mancanza di visione, l’idea di futuro che questa gente ha di questo Paese, l’assurda adesione alla tesi negazionista del cambiamento climatico, tanto cara a Trump, che li spinge a bloccare le rinnovabili a favore del nucleare. Non sono né ingegnere nucleare, né fisico, e lascio al premio Nobel Giorgio Parisi la spiegazione dei motivi tecnici ed economici per cui è sconsigliabile incamminare il Paese nell’avventura nucleare; il suo dissenso è chiaramente espresso nell’audizione parlamentare sulle scorie nucleari del 5 febbraio scorso (per chi fosse curioso qui il testo integrale del suo discorso).

A me basta solo un motivo per non scegliere il nucleare: le guerre. Viviamo in un mondo in cui i conflitti stanno dilagando, con una classe dirigente occidentale che si è convinta che per avere la pace bisogna preparare la guerra, vecchio slogan che ci ha regalato due guerre mondiali. Siamo così sicuri che i piccoli reattori che vuole il Governo Meloni non saranno obiettivi da colpire? Non basta questa paura per ripensarci?

Massimo Serafini

È laureato in Scienze politiche. Collaboratore dal 1963 al 1967 dell'Ufficio studi economici della Cgil di Bologna. Fin dalla rivista del 1969 ha militato nel Manifesto, poi nel Pdup. Partecipò alla decisione del direttivo nazionale di cui era parte di fondare il quotidiano "il manifesto", del quale è tuttora collaboratore. Deputato al Parlamento nelle file del PCI dal 1983 al 1992. È tra i presentatori delle principali proposte di legge sui temi ambientali, in particolare della lunga discussione che portò all’approvazione delle leggi 183 sulla difesa del suolo, quella dell’eliminazione del piombo nella benzina e del fosforo nei detersivi. È stato inoltre uno dei protagonisti della discussione parlamentare sulle scelte energetiche del Paese, dibattito sviluppato prima e all'indomani dell'incidente di Chernobyl che lo vide fra i promotori del primo referendum antinucleare del 1987. Dal 1992 collabora con Legambiente, di cui è stato membro della Segreteria nazionale dal 1994 al 2008. In questa veste ha diretto i settori "Formazione e Lavoro" e "Problemi del Territorio", promuovendo nel ‘94 il patto di consultazione permanente fra l’associazione ambientalista e il principale sindacato italiano (CGIL), che promosse una serie di piani del lavoro ai quali parteciparono e contribuirono anche la CISL e la UIL. È stato direttore, dal 2005 al 2006, del mensile aprile, oltre a collaborare col settimanale Left, col mensile Nuova Ecologia e con greenreport.it.