
Come costruire una filiera dell’acqua all’altezza delle sfide climatiche e sociali dei prossimi anni

Ho partecipato all’annuale Seminario Estivo della Fondazione Symbola dell’infaticabile Ermete Realacci svoltosi a Mantova dall’11 al 13 giugno e dedicato al tema del “patriottismo dolce”, inteso come capacità di coniugare identità, comunità e sviluppo sostenibile.
Particolarmente interessante è stata la sessione pomeridiana del 12 giugno dedicata all’economia circolare, con gli approfondimenti sui temi dei rifiuti e delle nuove filiere dell’acqua, due ambiti strategici per la e competitività la sostenibilità del nostro Paese.
I due panel sono stati coordinati dalla giornalista del Sole 24 Ore Elena Comelli, che ha saputo guidare il confronto con competenza, ritmo e capacità di approfondimento, favorendo un dialogo efficace tra imprese, istituzioni ed esperti.
Il primo panel è stato introdotto da Frey del Sant’anna di Pisa che ha ribadito l’importanza, anche a fini di sviluppo della competitività dei sistemi economici e non solo di sostenibilità, del recupero di materia. Ha ribadito che l’Italia è in testa in termini di quote di recupero fra i paesi europei e questo grazie a nuclei di imprese, crescenti come numero nel sistema economico, capaci di programmare la gestione dei materiali di scarto all’interno del processo produttivo e quindi di prevederne, in termini adeguati ed efficienti, il riutilizzo.
Questo primato non è dovuto soltanto all’azione del sistema di imprese ma anche, come ha sottolineato la direttrice del Conai, Fontana, da un forte contributo alla differenziazione dei rifiuti da parte delle famiglie. Circa la metà del materiale da imballaggio sottoposto a recupero viene infatti dal mondo delle famiglie.
Interessanti, fra gli altri, i casi di Arvedi e di Fassa Bortolo. La Barocci ha descritto il percorso avviato da più di 25 anni della società dell’acciaio per sostituire il materiale primario col materiale da rottamazione. Il passaggio ai forni elettrici ha consentito all’impresa di spingere sempre più avanti la cultura e la tecnologia di produzione di acciaio da materiale riciclato. La ricerca continua della qualità ha consentito di produrre diverse varietà di acciai con materiali diversi in caratteristica e in quantità arrivando così a diventare nella sostanza un’impresa che fonda la propria produzione quasi totalmente sul riciclo.
Bernardi, per Fassa Bortolo, ha descritto una esperienza di immissione di materiale riciclato nella costruzione di pannelli per l’edilizia di particolare creatività. L’impresa ha cominciato a produrre materiali edilizi con quote variabili di recupero sia in quantità, fino ad arrivare al 20%, sia in caratteristiche fisiche, legate in maniera diversificata a seconda dei diversi territori. Ogni territorio ha dato quello che aveva e il materiale riciclato è stato poi integrato nel processo produttivo della società. L’impresa si è messa al centro di un sistema territoriale diffuso di recupero.
Insomma, dal panel è venuta fuori un’Italia del recupero e del riciclo che ha messo al centro la sostenibilità generale ma dentro un contesto produttivo orientato all’efficienza, alla competitività e quindi in ultima istanza alla qualità dei prodotti. Un po' una conferma “sul campo” della “provocazione” lanciata da Frey e corredata dalle risultanze dell’analisi comparativa, da lui presentata, fra imprese vincenti e imprese in ritardo sul rapporto fra riciclo e competitività.
L’apertura del panel sulla filiera delle acque, affidata a D’Angelis di Earth and Water Agenda (EWA), ha riportato l’attenzione su un dato fondamentale spesso trascurato nel dibattito pubblico: in Italia l’acqua non manca. Ogni anno cadono sul Paese oltre 300 miliardi di metri cubi di precipitazioni, una quantità enorme che si distribuisce attraverso tutte le forme possibili del ciclo idrico — fiumi, sorgenti, falde, cascate, laghi, dighe. Un patrimonio ricchissimo, ma allo stesso tempo fragile, che richiede una capacità di gestione all’altezza della sua complessità.
Il punto centrale, ha sottolineato D’Angelis, non è la scarsità della risorsa, né la paura della “troppa acqua”: il vero nodo è la mancanza di infrastrutture adeguate e di una governance capace di prevenire le criticità. Senza opere, senza manutenzione e senza una regia unitaria, anche un Paese ricco d’acqua può trovarsi in condizioni di vulnerabilità estrema.
L’esempio emblematico è la siccità in Sicilia. Non si tratta di un destino inevitabile né di un fenomeno esclusivamente climatico: è il risultato di una fragilità strutturale dell’isola, che potrebbe essere superata con una gestione più accurata delle infrastrutture esistenti e con un loro potenziamento mirato. La crisi idrica siciliana dimostra che il problema non è la quantità d’acqua disponibile, ma la capacità — oggi insufficiente — di raccoglierla, conservarla, distribuirla e utilizzarla in modo efficiente.
In sintesi, l’introduzione di D’Angelis ha posto le basi per una riflessione più ampia: l’Italia non deve temere la mancanza d’acqua, ma deve investire con decisione in governance, azioni e infrastrutture per trasformare un patrimonio naturale abbondante in un sistema resiliente, moderno e capace di affrontare le sfide climatiche e territoriali dei prossimi anni.
La discussione sulle filiere dell’acqua si è aperta con l’intervento di Bussone di UNCEM, che ha riportato al centro una verità spesso rimossa: la montagna è il luogo in cui la risorsa nasce, ma è anche il territorio che più soffre la fragilità del sistema idrico. Mentre l’acqua scende verso le città, in molte comunità montane continuano ad arrivare le autobotti, un paradosso che rivela la distanza tra chi custodisce le sorgenti e chi beneficia della risorsa. Da qui la richiesta di riconoscere il ruolo delle popolazioni montane come garanti della qualità e della continuità dell’acqua, valorizzando i servizi ecosistemici che esse assicurano — dalla tutela delle sorgenti alla regolazione idrologica. Bussone ha sottolineato anche la disparità tra il settore idroelettrico, dove canoni e sovracanoni ritornano ai territori, e il ciclo idrico, che invece non prevede alcun riconoscimento economico. Il Piemonte rappresenta un’eccezione parziale, ma insufficiente. Per questo propone un nuovo patto territoriale che riconosca economicamente i territori che generano la risorsa, sblocchi le concessioni ferme da anni e riduca drasticamente i tempi autorizzativi per infrastrutture strategiche come gli invasi, che oggi richiedono tempi incompatibili con l’emergenza climatica. Torino ha già avviato un modello di redistribuzione che potrebbe diventare un riferimento nazionale.
Il secondo intervento, di Giacosa di Smat, ha spostato lo sguardo dalla montagna allo spazio, ricordando un primato italiano poco noto: venticinque anni fa Smat ha avviato un progetto per portare l’acqua nello spazio, collaborando con ESA, NASA e l’Agenzia spaziale russa. L’azienda ha qualificato due tipi di acqua, uno per gli astronauti russi e uno per quelli americani, rispondendo a standard diversi. Oggi Smat partecipa ai programmi per i viaggi su Marte, portando competenze avanzate sul trattamento e la sicurezza dell’acqua in condizioni estreme. È un esempio di come la filiera idrica italiana sia capace di innovazione radicale. Stare nello spazio individua capacità e competenze che possono poi essere usate nella gestione terrestre.
Il contributo di Magro di Iaia ha introdotto una prospettiva globale: un lavoro che coinvolge 140 Paesi, imprese e governi per misurare l’impatto fisico dell’umanità sul sistema planetario. L’obiettivo è costruire un’architettura della sostenibilità che sia misurabile, verificabile e costruita dal basso, superando la logica delle sole norme. In questo quadro si colloca la definizione dei crediti pubblici di impatto, strumenti che valorizzano azioni positive e quantificabili sul sistema naturale.
La dottoressa Pesente di Aqa ha portato un esempio concreto di questa logica applicata al ciclo idrico: dalla depurazione degli scarichi alla gestione dei fanghi, fino alla collaborazione con l’università per una tecnologia sperimentale capace di estrarre dai fanghi un biopolimero utilizzabile come colla per l’automotive. Il risultato è un abbattimento del 50% dei fanghi e la prospettiva di trasformare questa innovazione in soluzioni esecutive replicabili in piccoli impianti, aprendo la strada a una nuova economia circolare dell’acqua.
Santagostino di CAP ha riportato la discussione sul terreno della gestione industriale, descrivendo la trasformazione digitale del servizio idrico come un’infrastruttura invisibile ma ormai pervasiva. Tutti i dati operativi confluiscono in un unico libro mastro digitale, alimentando una control room integrata che rende le informazioni leggibili, correlate e utilizzabili in tempo reale. A Milano, la riduzione delle perdite al 18% non è stata ottenuta sostituendo massivamente le reti, ma grazie alla distrettualizzazione, alla digitalizzazione e ai contatori intelligenti. Il digital twin consente di prevedere rotture, anticipare manutenzioni, ottimizzare il servizio e ridurre costi e inefficienze. Resta però aperta una domanda cruciale: dopo i 5 miliardi del PNRR, dove si troveranno le risorse per continuare questa trasformazione?
In chiusura, Massimiliano di Aqa ha affrontato il tema della certificazione ESG, ricordando l’importanza di valutazioni quantitative verificabili, approfondita dall’intervento di Magro di Iaia, anche in seguito al cambiamento del sistema di certificazione. Infatti, fino ad oggi la verifica era affidata alle aziende stesse mentre in seguito la certificazione sarà affidata a un ente pubblico, con l’obiettivo di garantire maggiore trasparenza, standardizzazione e credibilità dei dati.
Nel complesso, il panel ha restituito l’immagine di un sistema idrico italiano che si muove lungo quattro direttrici convergenti. L’equità territoriale, con il riconoscimento dei territori montani come custodi della risorsa. L’innovazione radicale, che va dallo spazio ai biopolimeri fino ai digital twin incentrata sulle aziende pubbliche di gestione del sistema idrico. La sostenibilità misurabile, con i crediti pubblici di impatto. E infine la governance e la finanza, tra nuove regole sulle concessioni, certificazione ESG pubblica e il tema aperto delle risorse post‑PNRR. È una traiettoria che richiede visione, coordinamento e capacità di tenere insieme territori, tecnologia e istituzioni, per costruire una filiera dell’acqua all’altezza delle sfide climatiche e sociali dei prossimi anni. Insomma, si sente davvero in Italia la mancanza di una Regia generale dell’intero sistema: perché non tentare con un Ministro dell’acqua?
