
Serve un’alleanza tra mondo agricolo e ambientalista, ma è lontana. Il voto del Parlamento Europeo sugli NGT contrappone i due fronti

Nei giorni scorsi il Parlamento Europeo ha approvato in forma definitiva il regolamento sulle Nuove Tecniche Genomiche (NGT), ovvero i metodi scientifici utilizzati per modificare il materiale genetico delle piante. Il dibattito andava avanti dal 2023 e ha sempre visto contrapposte le organizzazioni di categoria (in Italia Cia e Coldiretti) da un lato e il mondo ambientalista con le associazioni dei settori biologico e biodinamico dall’altro.
Politicamente il regolamento è sempre stato sostenuto da un’alleanza di centro-destra all’interno del Parlamento Europeo; fortemente contrari i Verdi e la Sinistra (The Left), mentre i Socialisti e Democratici si sono spaccati e anche al momento del voto molti eurodeputati del gruppo, anche PD, hanno votato a favore.
Ma cosa sono gli NGT e perché preoccupano il mondo ambientalista? Tecnicamente si tratta di agire sul genoma della pianta modificandolo per rendere la pianta più resistente alle criticità, come la siccità o i parassiti. A differenza degli OGM qui non si introduce genoma da una specie diversa ma si modifica, anche profondamente, quello esistente.
Esultano le associazioni di categoria degli agricoltori: per il presidente di Cia Fini ora “sarà possibile sviluppare piante resistenti, meno idroesigenti e più capaci di adattarsi, coniugando produttività e sostenibilità”. Parla addirittura di svolta epocale per l’agricoltura il presidente di Coldiretti Pardini. Sono invece 21 le organizzazioni italiane che si sono schierate contro l’approvazione del regolamento. Ci sono i principali movimenti ambientalisti, da Legambiente a Slow Food, dal Wwf all’Arci e poi le associazioni delle imprese biologiche e biodinamiche come FederBio, Assobio, Associazione per l’Agricoltura Biodinamica e anche il Movimento Consumatori.
I firmatari del documento con cui si contesta l’approvazione del regolamento denunciano un arretramento di 25 anni rispetto alla valutazione dei rischi, sulla tracciabilità ed etichettatura degli organismi geneticamente modificati. In pratica la sottile distinzione tra OGM e NGT ha permesso al Parlamento Europeo di sdoganare l’utilizzo di una pratica fino a ora sottoposta a controlli più severi, facendola diventare di fatto equivalente a una tradizionale. Ma è davvero così tradizionale? No, se si considera che quella modifica comporta un brevetto e i primi NGT prodotti sono già di proprietà di grandi multinazionali come Corteva, Bayer-Monsanto, Syngenta, KWS, Limagrain e Basf. Saranno loro e per sempre i padroni di quella pianta modificata.
Il Regolamento produrrà una completa deregolamentazione dei nuovi OGM: dispone infatti l’abolizione della valutazione dei rischi, della tracciabilità e dei metodi di identificazione e rilevamento, delle norme in materia di responsabilità e delle misure di protezione contro la contaminazione, nonché dell’etichettatura dei prodotti per i consumatori. Oltretutto, i Paesi membri dell’Ue non potranno avvalersi dell’opt out, cioè della facoltà di vietare la coltivazione sul proprio territorio, oggi applicata da due terzi dei Paesi membri e da alcune regioni. Questi pilastri della Direttiva 2001/18 sugli OGM non varranno per le NGT, che potranno circolare liberamente nel mercato e negli ecosistemi, senza trasparenza e senza monitoraggio pre e post commercializzazione.
“Di fronte a questo grave arretramento normativo – dichiarano le associazioni – rivolgiamo un appello a cittadini, organizzazioni contadine, enti locali, organizzazioni sociali, istituzioni nazionali e territoriali di utilizzare ogni strumento disponibile per contrastare e limitare gli effetti della deregolamentazione, opporsi alla concentrazione del potere nelle mani delle multinazionali sementiere e salvaguardare la sovranità alimentare dei nostri territori, nella difesa della biodiversità, dei diritti degli agricoltori alle sementi e del diritto a produrre e consumare cibo libero da OGM”.
Fronti contrapposti dunque, e non è la prima volta. Era successo anche con il Green deal e succede continuamente quando si discute del rinnovo della Pac. Da una parte l’agricoltura biologica e con essa il movimento ambientalista e le associazioni dei consumatori, che vedono nella transizione ecologica lo strumento per affrontare i cambiamenti climatici che indubbiamente stanno mettendo in ginocchio l’agricoltura, dall’altra le organizzazioni di categoria che hanno sempre fatto opposizione ai vincoli ritendendoli eccessivi, e che ora si dicono anche favorevoli all’introduzione dei nuovi OGM per risolvere una situazione che, in parte, hanno contribuito a creare.
La malattia è universalmente riconosciuta, le cause sono oggetto di discussione ma è sulla cura che proprio non c’è accordo. Ma non c’è un’alternativa a un’alleanza tra chi produce e chi consuma se l’obiettivo è la saluta dell’uomo e della Terra. Toccherà a quella parte del movimento più dialogante tenere aperto il confronto affinché chi coltiva la terra non sia percepito come un nemico, e si possa lavorare per spostare anche le associazioni di categoria su posizioni meno conservatrici. L’Italia ha visto lo sviluppo dell’agricoltura intensiva a partire dagli ’60 con indiscutibili benefici per gli agricoltori in termini di redditività e benessere, ma già dagli anni ’80 quel modello mostrava i suoi limiti esplosi successivamente. Oggi chi ha rincorso quel metodo è più povero di allora, gli agricoltori italiani in genere sono più poveri di allora. Non è solo l’ambiente a chiedere una svolta. lo richiede la sopravvivenza dell’intero sistema agroalimentare del Paese, e non saranno i brevetti di una multinazionale a salvarlo.