
Un’altra occasione persa? L’Unione europea scommette ancora sull’agricoltura intensiva e premia l’uso dei fertilizzanti chimici

Le crisi, è noto, offrono sempre più di una via d’uscita. Si può riprendere da dove ci eravamo lasciati o provare a capire se da quella crisi si può uscire diversi, rafforzati magari. Prendiamo la crisi dei fertilizzanti causata dal blocco dello stretto di Hormuz, è bastato l’annuncio della chiusura di quel braccio di mare e i prezzi dei fertilizzanti sono schizzati alle stelle, non solo, la presumibile carenza sul mercato ha indotto gli agricoltori di mezzo mondo a rinunciare alle semine o comunque li ha costretti a raccolti dimezzati. È stato un esempio lampante della fragilità del sistema che negli anni si è costruito, un’agricoltura schiava della chimica per cui un agricoltore del Texas così come uno del Bangladesh dipendono per la loro attività da una nave distante migliaia di chilometri ma soprattutto da sostanze che niente hanno a che fare con la natura, derivanti chimici che “drogano” la terra. Ora che lo stretto dovrebbe riaprire, ma a proposito di dipendenza capite che abbiamo a che fare da una parte con Donald Trump e dall’altra con i Pasdaran, si scopre che tutto può ripartire come se niente fosse successo. L’Unione Europea, sotto la spinta delle lobby dei produttori chimici e dei coltivatori ha in tutta fretta deciso di concedere nuovi contributi pubblici per sostenere quella stessa agricoltura messa sotto scacco dalla crisi dei fertilizzanti.
Il piano fertilizzanti della Commissione UE, denunciano le Associazioni Rete Semi Rurali e il WWF Italia, “prevede anche incentivi per i fertilizzanti organici ma solo nel medio e lungo periodo, con una priorità per l’uso del digestato collegato alla zootecnia intensiva abbassando, per l’ennesima volta, le garanzie a tutela dell’ambiente e della salute pubblica”. Dunque, di fronte all’evidenza di un’agricoltura che mostra ad ogni crisi internazionale i suoi limiti strutturali e le sue fragilità e nonostante molti agricoltori stanno valutando riduzioni nell’impiego di fertilizzanti, modifiche alle rotazioni colturali e, in alcuni casi, la non coltivazione di alcuni terreni, si continua a vedere come unica soluzione quella di nuovi sostegni pubblici allo stesso modello. L’unica risposta, dicono ancora le Associazioni e il WWF, “avrebbe dovuto essere quella di rilanciare la transizione ecologica sostenendo con maggiore forza e convinzione gli obiettivi del Green Deal europeo, con la promozione di pratiche agroecologiche, in grado di ridurre notevolmente il fabbisogno di input esterni”.
Ma forse è chiedere troppo a un parlamento che nel giro di due settimane è stato in grado di approvare la più dura legge sui rimpatri mai vista e subito dopo lo sdoganamento camuffato degli OGM.