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Il risveglio della cultura delle dighe e il progetto del Merse per la sicurezza idrica della Toscana meridionale

 |  Editoriale

Per molti anni le dighe sono sembrate appartenere a una stagione ormai conclusa della politica delle infrastrutture. Contestate per i loro impatti ambientali, messe in discussione dai movimenti internazionali riuniti sotto la bandiera del "No Dams" e spesso associate a una visione novecentesca dello sviluppo, erano progressivamente uscite dal dibattito pubblico. Eppure l'Italia non ha mai smesso di essere un Paese di dighe: le oltre cinquecento grandi dighe presenti sul territorio nazionale continuano a svolgere un ruolo fondamentale per la produzione idroelettrica, l'approvvigionamento idropotabile, l'irrigazione e la regolazione delle piene.

Negli ultimi anni si coglie un segnale di rinnovata attenzione verso le grandi dighe in Italia anche ad opera del Ministero delle infrastrutture e di alcune Regioni più sensibili al tema, dopo una lunga stagione segnata da ritardi e opere incompiute. La diga di Vetto, in Emilia‑Romagna, ne è un esempio emblematico: ferma per decenni, è oggi tornata al centro dell’agenda con l’avvio del dibattito pubblico e delle fasi autorizzative, passaggi decisivi per arrivare alla realizzazione di un’infrastruttura ritenuta strategica per la sicurezza idrica e la gestione delle risorse.

Accanto ai progetti ancora in fase di definizione, vi sono cantieri che testimoniano una ripartenza concreta. È il caso della diga di Cumbidanovu, in Sardegna, dove dopo oltre trent’anni di vicende alterne e sospensioni i lavori sono ripresi con l’obiettivo di completare un’opera fondamentale per contrastare la siccità e sostenere l’agricoltura nel territorio.

Infine, il caso di Campolattaro, in Campania, rappresenta il passaggio alla fase più avanzata: quella del completamento e della messa in funzione. L’avvio dei lavori per rendere pienamente operativa la diga segna la trasformazione di una grande incompiuta in un’infrastruttura capace di fornire acqua potabile, sostenere l’irrigazione e rafforzare la resilienza dei territori.

I cambiamenti climatici stanno modificando profondamente il ciclo dell'acqua: alle precipitazioni sempre più concentrate e intense si alternano periodi di siccità prolungata, con effetti particolarmente gravi durante la stagione estiva. In questo nuovo scenario, la capacità di accumulare l'acqua disponibile nei mesi più piovosi rappresenta uno degli strumenti fondamentali per garantire la sicurezza idrica del Paese.

La crisi idrica interessa in misura crescente soprattutto il settore agricolo. L'irrigazione assume un ruolo sempre più strategico sia per l'estensione delle superfici coltivate che richiedono apporti idrici sia per l'intensificazione delle produzioni agricole. Le estati sempre più calde e lunghe rendono indispensabile poter disporre di riserve idriche adeguate, senza le quali rischiano di essere compromesse la competitività delle imprese agricole e la sicurezza alimentare di interi territori.

Naturalmente le dighe non rappresentano l'unica risposta. La prima linea d'azione deve essere quella dell'uso efficiente della risorsa. Occorre ridurre drasticamente le perdite delle reti acquedottistiche, ancora oggi molto elevate in numerose aree del Paese, e promuovere sistemi di irrigazione di precisione capaci di utilizzare ogni metro cubo d'acqua nel modo più efficiente possibile. Solo una politica integrata, fondata sia sul risparmio sia sull'aumento della capacità di accumulo, può garantire una gestione sostenibile della risorsa idrica.

Proprio in quest'ottica le grandi dighe tornano ad assumere un ruolo strategico, soprattutto in regioni come la Toscana. La regione dispone infatti di precipitazioni annue complessivamente significative, oltre 23 miliardi di m3 a fronte di un prelievo al di sotto del miliardo e mezzo, ma distribuite in modo sempre più irregolare nel corso dell'anno e sempre più sottoposte, nel periodo estivo, a crescenti fenomeni di evapotraspirazione a causa della crescita della temperatura. Il problema non è tanto la quantità complessiva di pioggia, quanto la capacità di conservarla quando è disponibile per utilizzarla nei periodi di maggiore necessità. Gli invasi rappresentano quindi uno strumento essenziale di adattamento ai cambiamenti climatici.

La Toscana dispone oggi di due grandi infrastrutture fondamentali. La diga di Bilancino garantisce la sicurezza idrica dell'area fiorentina, interrompendo la tradizionale penuria di acqua della città nei mesi estivi, e sostiene le portate dell'Arno durante i periodi di magra e contribuisce alla laminazione delle piene con un volume di oltre 15 milioni di m3. La diga di Montedoglio, il più grande invaso della regione, costituisce invece il principale serbatoio a servizio dell'agricoltura irrigua della Valtiberina e della Val di Chiana, assicurando anche importanti funzioni di approvvigionamento idropotabile. Si tratta di due opere che hanno dimostrato nel tempo tutta la loro utilità, soprattutto negli anni caratterizzati da gravi crisi idriche.

Resta tuttavia evidente una lacuna nel sistema regionale: manca una grande infrastruttura di accumulo capace di servire la Toscana meridionale, una delle aree maggiormente esposte agli effetti della siccità estiva e caratterizzata da una crescente domanda irrigua da parte dell'agricoltura.

In questo contesto torna di grande attualità il progetto della diga sul Merse, originariamente concepito come sistema Farma-Merse. Si tratta di una proposta che accompagna il dibattito pubblico toscano da oltre cinquant'anni senza essere mai giunta alla fase realizzativa. Oggi è il momento di riportare questa prospettiva al centro della programmazione regionale.

Naturalmente non si tratta di riprendere il vecchio progetto così come era stato elaborato. Pur essendo stato, per l'epoca, un progetto tecnicamente qualificato, esso appartiene a un quadro normativo, ambientale e conoscitivo profondamente diverso da quello attuale. Può rappresentare un'importante base tecnica e conoscitiva, ma è necessario avviare un nuovo percorso progettuale.

Il primo passo dovrebbe essere la predisposizione di un moderno Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali, capace di valutare, secondo le metodologie oggi previste dalla normativa, tutte le possibili soluzioni, confrontandone costi, benefici, sostenibilità ambientale, effetti socioeconomici e resilienza ai cambiamenti climatici.

Contestualmente dovrebbe essere promosso un vero dibattito pubblico, così come previsto dalla legislazione nazionale sulle opere di particolare rilevanza. Un confronto che non sia fondato sul pregiudizio ideologico del "no" a qualsiasi intervento, che ricorda purtroppo la insensata battaglia sostenuta a suo tempo da frange minoritarie di ambientalismo antiscientifico contro la diga di Bilancino, ma sulla diffusione delle conoscenze scientifiche e tecniche, sulla trasparenza delle informazioni e sulla partecipazione effettiva dei cittadini, delle comunità locali, delle associazioni e degli operatori economici dell'intera Toscana meridionale.

Occorre allora ripartire e costruire un progetto condiviso, tecnicamente solido, ambientalmente sostenibile e socialmente accettato. Un progetto di tal fatta, sostenuto dalle istituzioni regionali e locali, elaborato con il contributo dell'Autorità di bacino, dei Consorzi di bonifica e degli enti competenti nella gestione della risorsa idrica, avrebbe oggi tutte le condizioni per essere inserito tra le infrastrutture strategiche nazionali e per reperire con relativa facilità le risorse necessarie alla sua realizzazione, anche nell'ambito dei programmi dedicati all'adattamento ai cambiamenti climatici e alla sicurezza idrica. Questo in completa assonanza con l’esperienza maturata in Italiasicura laddove si sosteneva che quando la programmazione funziona “è il progetto che attrae i fondi e non i fondi che spingono il progetto”!

La nuova attenzione alle dighe come strumento di gestione del ciclo dell’acqua non rappresenta un ritorno al passato, ma un investimento sul futuro. Accumulare l'acqua quando è disponibile per renderla fruibile nei periodi di scarsità significa aumentare la resilienza dei territori, sostenere l'agricoltura, garantire l'approvvigionamento delle comunità locali e adattare il sistema idrico alle sfide poste dal cambiamento climatico. In questo quadro, una nuova infrastruttura per la Toscana meridionale non costituisce un'opera del passato da riesumare, ma una scelta strategica da rilanciare con gli strumenti tecnici, scientifici e partecipativi oggi disponibili.

Ce la facciamo ad aprire un Tavolo con il Governo, la Regione, l’Autorità di Bacino, i Consorzi di Bonifica e i rappresentati delle Istituzioni locali per discutere sul tema e rilanciare il progetto? È l’ora di farlo, prima possibile.

Mauro Grassi

Mauro Grassi, economista, ha lavorato come ricercatore capo nell’Istituto di ricerca per la programmazione economica della Toscana (Irpet), ha lavorato a Roma come dirigente caposegreteria del Sottosegretario ai Trasporti Erasmo D’Angelis (Ministero delle Infrastrutture) e quindi come direttore di Italiasicura (Presidenza del Consiglio) con i Governi Renzi e Gentiloni. Attualmente è consulente e direttore della Fondazione earth and water agenda.