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La nube è tossica. 10 luglio 1976, esplode il reattore chimico dell’azienda svizzera Icmesa e inizia il dramma a Seveso e parte della Brianza. Check-up del rischio

 |  Editoriale

Seveso, da quel giorno, divenne il simbolo dell’incubo diossina. Era il 10 luglio del 1976, era da poco passato mezzogiorno quando esplose una valvola di sicurezza del reattore B nell’impianto di produzione di triclorofenolo - un componente dei diserbanti - dell’industria chimica ICMESA di proprietà della multinazionale svizzera Hoffman-La Roche. Si innescò una micidiale reazione chimica, anticipata da un sibilo acuto che dava inizio alla fuoriuscita di una spaventosa nube bianca altamente tossica che i venti spostarono dal cielo sopra l’azienda della cittadina di Meda verso i vicini comuni di Cesano Maderno e Desio, ma soprattutto lasciandola poi stazionare sull’abitato di Seveso.

Era una nube acre, velenosa, carica di diossina o TCDD e altamente tossica e nociva, ma nessuno ancora lo sapeva. Non c’erano sistemi di allarme, strumenti di controllo, procedure di emergenza collaudate all’Icmesa di Meda che produceva sostanze chimiche. Anzi, tutti la guardavano stupiti, incuriositi e poi impauriti e man mano terrorizzati dal fortissimo acre odore e da violente infiammazioni agli occhi con i primi effetti degenerativi sulla pelle che anticiparono le dolorose e terribili conseguenze della “cloracne”. Ma la contaminazione da diossina stava causando anche gravissimi danni anche al cuore, ai reni, al sistema linfatico, gravi tumori del fegato, disfunzioni agli organi riproduttori maschili e femminili. Gli operai della fabbrica bloccano la produzione. Ma il veleno si sparse ovunque e anche sui campi coltivati, ma solo dal 1997 la diossina fu inserita nel gruppo 1 tra le sostanze “cancerogene per l’uomo in grado di avvelenare il suolo, le falde acquifere, le piante, gli animali con danni quasi sempre irreversibili”.

disastro seveso 1976

L’Italia, quel 10 luglio del 1976, per la prima volta, veniva messa di fronte al dramma di una estesa contaminazione chimica. Seveso, con i suoi 20mila abitanti, fu avvelenata, colpita al cuore nei coltivi di ortaggi e frutta, con strage di animali che fecero accumulare carcasse di oltre 4000 animali domestici con altre migliaia abbattuti per precauzione.

Mancavano in quelle prime ore drammatiche e poi nei giorni seguenti informazioni e anche i soccorsi adeguati. Per giorni tutti continuarono a respirare aria intossicata da diossina, e i primi provvedimenti di prevenzione furono presi solo dopo cinque giorni dall’esplosione, e solo dopo altri due giorni la notizia fu lanciata da giornali, radio e televisioni, e solo il 26 luglio iniziò l’evacuazione di migliaia di abitanti dell’area più colpita: la “zona A”. Ci volle poi quasi una settimana perché venisse convocata la prima “Unità di crisi” ma nessuno citava la parola “diossina”. I manager dell’azienda chimica, infatti, sapevano che l’esplosione del triclorofenolo, la sostanza base per produrre il tranquillante Valium, aveva sviluppato e liberato diossina ma non lo comunicarono alle autorità italiane, lasciando medici ed esperti e migliaia di cittadini a interrogarsi sulle strane macchie che intanto iniziavano a deturpare in maniera atroce i volti di  tanti abitanti, ben 447 persone e soprattutto bambini, lasciando danni permanenti. Quando finalmente la verità venne a galla, le famiglie furono evacuate e le loro case abbattute. E i volti di due sorelline straziati dalla cloracne diventarono il simbolo di ferite ancora aperte.

Il maxiprocesso sulla nube tossica dimostrò che l’Italia era diventata un paese-discarica di produzioni chimiche senza controlli, dove erano possibili “lavori sporchi” e ad alto rischio, e dove era impossibile conoscere i cicli produttivi e le sostanze utilizzate nei processi industriali, e i possibili rischi. Furono accertate le gravissime omissioni della Hoffman-La Roche che aveva speso 800.000 franchi invece dei 7 milioni previsti dagli accordi firmati tagliando fondi per controlli e misure di protezione che, se ci fossero state, avrebbero evitato la fuoriuscita di diossina. L’omertà dei manager aprì il caso di 41 fusti riempiti con diossina scomparsi e ritrovati stoccati in una discarica francese.

Oggi, al posto dell’Icmesa c’è un campo di calcio e il “Parco naturale bosco delle querce”, l’area verde di 62 ettari nata con la bonifica.

Bosco delle Querce Ingresso disastro Seveso wikipedia

L’Italia deve soprattutto a due scienziati del calibro di Laura Conti e Giulio Maccacaro, l’inizio della durissima battaglia contro chi sottovalutava e minimizzava il disastro di Seveso eludendo le responsabilità dei rischi industriali. Il loro lavoro e la documentazione scientifica portarono negli anni Settanta del Novecento i problemi del rischio industriale al centro del dibattito pubblico, e poi al varo delle prime normative europee e nazionali con primi vincoli e controlli. Ma la strada della sicurezza e della prevenzione rimase tutta in salita. Solo nel 1985 in Italia fu compilata la prima mappa delle industrie invitate ad “autodenunciarsi” dal Ministero della Sanità come “aziende a rischio di incidente rilevante”. Un quarto di quelle fabbriche non aveva nemmeno il piano di sicurezza in caso di incidente.

Rientrava nell’elenco anche la Farmoplant di Massa, l’azienda chimica di insetticidi chiusa dopo un referendum cittadino a seguito dell’incidente del 17 luglio 1988 che causò uno dei più gravi disastri ambientali italiani. L’esplosione e l’incendio di un reparto di lavorazione causarono la fuoriuscita di una immensa nube tossica che in poche ore coprì un’area di circa 2.000 km2, tra Massa, Forte dei Marmi e il litorale verso la Liguria, e mise in fuga la popolazione.

La Farmoplant, azienda Montedison, fu messa subito in liquidazione e poi chiusa nel 1991. Lo stabilimento era stato inaugurato nel 1976 per produrre insetticidi e altri prodotti chimici per l’agricoltura, sotto il marchio Farmoplant. Nonostante le rassicurazioni di Montedison, i sindacati denunciarono carenze nella gestione della sicurezza. Nel 1980 un incendio in un magazzino non autorizzato all’esterno all’impianto aveva già prodotto una nube solforosa, e il ministero della sanità incaricò una commissione di verificare la sicurezza interna. Dopo circa cinque mesi di controlli, riaprirono lo stabilimento “per garantire i posti di lavoro” tra le proteste per i rischi nella produzione dei prodotti chimici.

La sensibilità ambientale prevalse dopo l’incidente a Bhopal, India, nel 1984 per l’isocianato di metile fuoriuscito da uno stabilimento dell’Union Carbide che avvelenò e uccise migliaia di persone. Farmoplant utilizzava per le sue lavorazioni alcuni composti simili, e partì una campagna per la chiusura del reparto con quelle lavorazioni. Su pressione della Regione Toscana, che inserì la Farmoplant tra le aziende “ad alto rischio”, nel 1986 la Montedison dopo tanti impegni disattesi si impegnò, ma a parole, ad investire 10 miliardi di vecchie lire per ristrutturare gli impianti di Massa. Ma, nell’autunno del 1987, il referendum consultivo, il primo in Europa organizzato nei comuni di Massa, Carrara e Montignoso indicò la strada della chiusura con una schiacciante maggioranza del 71,69%. Il comune di Massa revocò quindi i permessi per la produzione, ma Farmoplant ricorse al TAR della Toscana che a sorpresa graziò lo stabilimento incredibilmente definito: “Sicuro al 99,999 per cento”.

Alle 6:10 del 17 luglio 1988 però esplose l’impianto per i formulati liquidi della Farmoplant. Alla prima fortissima esplosione ne seguì un’altra dopo circa cinque minuti che fece saltare in aria il serbatoio che conteneva oltre 50mila litri di insetticida dimetoato, il Rogor. L’esplosione produsse un gigantesco incendio sprigionando fumi e vapori tossici che causarono altri incidenti a catena con altre due esplosioni nelle tubazioni in cui si erano accumulati gas e nuovi incendi. La nube tossica prodotta era visibile a distanza. Trasportata dai venti, si diffuse in un’area di circa 2mila chilometri quadrati. L’Unità sanitaria locale di Massa raccomandò di non consumare frutta e verdura prodotta nella zona, e fu disposto il divieto di balneazione. Decine di persone furono ricoverate per intossicazioni.

farmoplant massa

Partì una nuova campagna con i lavoratori, per la chiusura della Farmoplant. E il governo infine decretò la chiusura per 6 mesi “in attesa delle verifiche tecniche”, finché tra manifestazioni, blocchi stradali e scontri con la polizia nel 1991 lo stabilimento fu chiuso definitivamente.

I lavori di bonifica della zona iniziarono nel 1991 e proseguirono fino al 1995, e all’inizio del 2000 il reticolo di acque della zona finalmente venne fatto nuovamente confluire nel torrente Lavello. Iniziò però la lunga vicenda legale che contrapposte la Edison, nuovo marchio di Montedison, e la Provincia di Massa-Carrara con i suoi comuni che chiese risarcimenti per danni ambientali. Nel 2010 fu accettato un risarcimento ritenuto però “al ribasso”: il comune di Carrara ottenne 600mila euro, Massa 750mila e la provincia altri 250mila.

In quegli anni Ottanta, altre 14 fabbriche finirono nel mirino delle contestazioni ecologiste e in particolare di Legambiente, e molti comitati promossero referendum locali che chiedevano la chiusura di aziende chimiche come l’Acna di Cengio, Vedril, Agip di Rho, Sisas in Lombardia; Sti, Sariaf e Distilleria Neri in Emilia Romagna; Enichem e Isab di Augusta in Sicilia, Stoppacci e Centrale elettrica di Vado Ligure, Siderurgica lucana, Siderpotenza e l’inceneritore di Potenza. Mancavano qualsiasi trasparenza sui processi produttivi, sulle lavorazioni e sui prodotti utilizzati. Top secret totale al punto che l’allora associazione “Ambiente e Lavoro”, presieduta dall’indimenticabile Marcello Buiatti, scienziato toscano tra i “padri” del moderno ambientalismo, denunciò molte aziende italiane dopo un lungo braccio di ferro ingaggiato con il governo che appose il “segreto di Stato”. Ma non solo sui fascicoli delle industrie a rischio e rientranti nell’elenco “A” della legge Seveso, le più pericolose, ma anche sulle 2.225 inserite nell’elenco “B”, le meno pericolose. Le proteste portarono, nel 1986, all’eliminazione del segreto sulla localizzazione delle aziende chimiche più rischiose, e sulla tipologia e la quantità di sostanze stoccate nei depositi e utilizzate nelle lavorazioni.

Per la prima volta si rendeva pubblico l’elenco e si concludeva una storia di omertà. 

L’evoluzione della normativa per i controlli arrivò il 24 giugno del 1982, a sei anni dall’incidente al reattore dell’Icmesa di Seveso, con l’emanazione della direttiva del Consiglio europeo 82/501/CE sui rischi di incidenti rilevanti connessi con attività industriali, la cosiddetta “Direttiva Seveso”.

Fu recepita nella normativa italiana solo dopo altri 6 anni con il decreto del Presidente della Repubblica n.175 del 1988, che introdusse il “rischio di incidente rilevante connesso all’attività di stabilimenti industriali” che detengono sostanze pericolose (infiammabili, esplosive, carburanti, tossiche per l’uomo o per l’ambiente) oltre determinate soglie quantitative; il controllo del rischio da parte dell’autorità pubblica e il controllo dei piani di sicurezza che gli impianti devono redigere e aggiornare periodicamente.

disastro seveso 1976 2

Dieci anni dopo, la legge 19 maggio 1997, n.137, introdusse una nuova normativa in materia di ispezioni con il decentramento a livello regionale delle competenze e rimuovendo almeno in parte una delle principali cause di gravi ritardi nell’esame dei piani di sicurezza. La nuova normativa quadro sulla prevenzione di incidenti rilevanti arrivò con il decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 334, che recepì la “Direttiva Seveso II”.

I gestori degli impianti a rischio dovevano adottare tutte le misure necessarie per prevenire eventi e limitarne le conseguenze per le persone e l’ambiente con la redazione di un rapporto contenente l’analisi dei rischi, il sistema di prevenzione degli incidenti rilevanti, la predisposizione di un piano di emergenza interna, l’obbligo della comunicazione alle autorità in caso di incidente rilevante. I gestori furono sottoposti a controlli, ispezioni e valutazioni da parte di Ministero dell’Ambiente e Regioni. Ulteriori competenze finirono poi in carico alle prefetture per la predisposizione dei piani di emergenza esterna; ai sindaci per l’informazione alla popolazione sui rischi e i comportamenti da assumere in caso di incidente; alle Regioni e ai Comuni per il controllo dello sviluppo del territorio nelle aree circostanti gli stabilimenti.

Con la direttiva 2003/105/CE, la “Seveso II bis”, recepita in Italia il 21 settembre 2005, gli obblighi furono estesi a settori non previsti dalla “Seveso II” come le aziende galvaniche e pirotecniche. La direttiva comunitaria del 4 luglio 2012, la “Seveso III” sanciva poi l’obbligo di garantire ai cittadini un miglior accesso all’informazione sui rischi dovuti alle attività dei vicini impianti industriali e sulle azioni in caso di incidente, nonché per un’efficace partecipazione alle decisioni relative agli insediamenti a rischio e la possibilità di avviare azioni legali.  È evidente che i piani di sicurezza e di emergenza devono essere sempre aggiornati con le procedure di gestione in grado di fornire chiare indicazioni operative a tutti i soggetti coinvolti, evitando di costituire solo semplici adempimenti formali.

Quante sono oggi le industrie a rischio? Sono 971 quelle “sotto osservazione”. Oltre il 50% si concentra in 4 regioni del Nord: Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte. I comuni interessati sono 756. Ravenna guida la classifica delle città più esposte con 26 stabilimenti, seguita da Venezia (15) e Genova (14). Sono presenti anche nel Centro-Sud, in Sicilia, Lazio e Campania (ciascuna con circa il 6%), in Toscana (5%), Puglia e Sardegna (4%). La distribuzione geografica degli impianti che detengono sostanze eco-tossiche e prodotti petroliferi è concentrata vicino ai poli petrolchimici e di raffinazione come Trecate, Porto Marghera, Ravenna, Ferrara, Gela, Priolo, Brindisi, Taranto, Porto Torres e Sarroch. L’Ispra ha analizzato i “territori di prossimità” alle aziende a rischio incidente rilevante, identificando tra i 514 stabilimenti “Seveso” che utilizzano o detengono sostanze pericolose per l’ambiente quelli ubicati entro una distanza di 100 metri da un’asta fluviale, da un lago o bacino o dalla linea di costa. 

Per garantire più elevati standard di sicurezza all’interno di aziende pericolose, fronteggiare il rischio da incidente rilevante, ridurne o mitigarne gli effetti, la normativa oggi impone attività di previsione e prevenzione. Sono individuate le sostanze pericolose che possono dar luogo a incidenti rilevanti ed esporre al rischio di emissioni, incendi o esplosioni di grave entità. Sono definiti quali impianti industriali devono essere sottoposti al controllo di un responsabile della sicurezza. I gestori hanno molti obblighi da rispettare, a partire dalla compilazione di schede informative con tutte le notizie riguardanti la fabbrica, il processo produttivo, le sostanze pericolose trattate o stoccate, le loro caratteristiche, i possibili incidenti, gli effetti sull’uomo e sull’ambiente, nonché i sistemi di prevenzione, le zone a rischio, le misure di protezione da adottare.

Inoltre, è un obbligo di legge predisporre piani di emergenza interni che comprendano tutti i sistemi di protezione per evitare al massimo, in caso di incidente, effetti esterni. Tutti gli adempimenti devono essere notificati ai lavoratori e anche alla Regione, al Prefetto e al Comune.

Mario Tozzi nella puntata di Sapiens intitolata «Seveso, l’estate della diossina» in onda su Rai3 sabato prossimo, nel cinquantenario dei fatti, chiarirà i perché di quel dramma di Seveso e dove sono realmente finiti 42 fusti con 35 tonnellate di rifiuti tossico-nocivi spariti durante il viaggio, forse verso un inceneritore elvetico o verso la Germania Est o un deposito russo o chissà dove?

disastro SEVESO 1976

Erasmo D'Angelis

Erasmo D’Angelis, giornalista - Rai Radio3, inviato de il Manifesto e direttore de l’Unità -, divulgatore ambientale e autore di libri, guide e reportage, tra i maggiori esperti di acque, infrastrutture idriche, protezione civile. Già Segretario Generale Autorità di bacino Italia Centrale, coordinatore per i governi Renzi e Gentiloni della Struttura di Missione “italiasicura” contro il dissesto idrogeologico, Sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti del governo Letta, Presidente di Publiacqua e per due legislature consigliere regionale in Toscana. È Presidente della Fondazione Earth Water Agenda, tra i promotori di Earth Technology Expo e della candidatura dell’Italia al World Water Forum.