
Una ferrovia che non funziona fa male anche a chi non la usa. La triste storia della Faentina dal miraggio di linea metropolitana al disastro quotidiano

Poco più di cento chilometri che uniscono Firenze con Faenza passando dal Mugello e dall’Alto Mugello. Due regioni, otto comuni, l’Appennino con il capoluogo, la campagna con la città. Oltre 60.000 abitanti nei comuni toscani, altrettanti in quello romagnoli.
Territori che hanno una naturale tendenza a muoversi verso la città per ragioni di studio, lavoro, per l’accesso a servizi che i piccoli comuni montani non posso fornire. I dati sulla mobilità della Città Metropolitana indicano in quasi 10.000 i cittadini che ogni giorno scendono verso Firenze, il 67% lo fa con l’auto. La linea è vecchia, una straordinaria opera per quando fu costruita alla fine dell’800, le gallerie e i viadotti rappresentano davvero opere di grande ingegneria, ma il genio si è fermato allora. Pressoché distrutta nella Seconda guerra mondiale riapre nel 1957 ma senza il collegamento fino a Firenze. Bisognerà aspettare il 1999 quando, come compensazione per i danni subiti per i lavori dell’Alta Velocità, il Mugello potrà riavere la sua ferrovia. Binario unico, non elettrificata è una linea a cui pochi danno fiducia. Ci circolano gli obsoleti Aln, gli ultimi treni a gasolio prodotti dalla Fiat, scomodi e inquinanti. Ci vuole il 2008 per vedere una svolta, con l’assessore ai trasporti della Regione Toscana Riccardo Conti arriva il Memorario (partenze cadenzate) e soprattutto qualche corsa in più. Lo slancio si esaurisce presto e il decadimento è lento ma costante. A partire dalle fine degli anni ’90 cominciano le dismissioni, prima si tagliano i binari supplementari, poi si chiudono le biglietterie delle stazioni e in qualche caso anche le stazioni. Nel 2020 si gira ancora con i treni degli anni ’50 ma soprattutto ci si ferma parecchio. In inverno gli scambi si ghiacciano, in estate si surriscaldano. In entrambi casi i treni si fermano. Il materiale rotabile è vecchio, si segnalano diversi casi di principio di incendio e anche, di recente, un deragliamento. Le promesse non si contano, entro il 2023 sarebbe dovuto cambiare l’intero parco mezzi con treni meno inquinanti e più sicuri ma si è visto poco o nulla. La Faentina resta un’ipotesi, si pensa a quello che potrebbe essere e ci si imbatte quotidianamente in quello che è. Nessun treno nella tarda mattinata, né la sera e in estate si sopprimono anche alcune corse. Nella primavera del 2023 un altro punto di caduta, le abbondanti piogge provocano una serie di frane nel tratto montuoso. La linea da Borgo San Lorenzo a Faenza si ferma per mesi per i lavori di ripristino ma alla riapertura i pendolari scopriranno che quel tratto resta talmente fragile che basterà una debole pioggia per sopprimere le corse.
Oggi si viaggia così tra ritardi, interruzioni, soppressioni e Legambiente nel suo rapporto “Pendolaria” continua a segnalare questa come una delle peggiori linee d’Italia. Un eterno rimpallo di responsabilità tra Trenitalia, responsabile del servizio e RFI responsabile della rete, con la Regione Toscana che a questo disservizio destina parte importante delle risorse pubbliche. Dalla riapertura in quel gennaio del 1999 l’ipotesi di una linea metropolitana che unisse questo territorio con la città si è allontanata proprio mentre il capoluogo corre ai ripari con lo Scudo Verde, il potenziamento delle tramvie, l’invito a usare i mezzi pubblici. Appelli che i pendolari del Mugello e dell’Alto Mugello non potranno cogliere prigionieri di una linea rimasta ferma al secolo scorso.