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La siccità 2015-2018 è costata all’Italia 24 miliardi di euro e 330.000 posti di lavoro. Con +2°C il conto quasi triplica. E, rispetto a quel quadriennio, negli ultimi anni abbiamo registrato temperature record anno dopo anno. La politica farà qualcosa?

 |  Editoriale

Non è solo che fa caldo. Non si tratta semplicemente di sopportare i rivoli di sudore che colano lungo la schiena: è estate, tra non molte settimane torneremo a cercare riparo in piumini per uscire e in piumoni per dormire. Il problema è che i problemi connessi con le temperature record e i mesi di siccità impatteranno sulla vita di tutti i giorni ben oltre la fine di questa stagione. Anche a livello economico e occupazionale. In Italia come e più che nel resto d’Europa. Che, come segnalano i centri di monitoraggio e analisi, è il continente in cui la crisi climatica corre a velocità doppia rispetto alla media globale: +2,5°C dal 1850.

Se nelle scorse settimane il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici aveva calcolato che il riscaldamento globale può costare all’Italia 6 punti di Pil entro il 2050, ora un nuovo studio guidato da ricercatori della Fondazione Cmcc e del Politecnico di Milano guarda non al futuro ma agli effetti del recente passato sul presente: quantifica cioè l’impatto della siccità prolungata sull’economia europea e avverte che i costi cresceranno rapidamente con l’aumento delle temperature registrato a livello mondiale.

Se in queste settimane estive le ondate di calore ripetute riportano al centro dell’attenzione la scarsità d’acqua e il rischio siccità in Italia e nelle altre regioni del Mediterraneo, lo studio ricorda che le stime ufficiali dei danni da eventi estremi (738 miliardi di euro nel periodo 1980/2023, con 208 miliardi solo nel quadriennio 2021-24) sottostimano in modo sostanziale il costo economico reale della siccità se non prendono in considerazione anche gli anni successivi all’evento meteoclimatico in sé. I ricercatori spiegano che un singolo evento siccitoso influisce immediatamente sul Pil pro capite, ma le perdite maggiori si accumulano nei sei anni successivi, arrivando a circa 1 punto percentuale di crescita cumulata perduta: una cifra assai maggiore dell’impatto del primo anno.

L’analisi si concentra sulla siccità registrata nel periodo 2015–2018, e dalle analisi effettuate dagli esperti emerge che è già costata all’Europa una cifra stimata intorno ai 439 miliardi di euro. Si è trattato di un evento pluriennale — tra i più severi degli ultimi secoli — che ha ridotto la crescita del Pil per abitante di 2,72 punti percentuali in Ue-27 e Regno Unito, ha prodotto un calo degli investimenti di oltre il 12% ed è associato a circa 5,8 milioni di posti di lavoro in meno.

Il problema nel problema è che rispetto a quel quadriennio le temperature globali hanno continuato a far registrare consistenti aumenti, tant’è vero che in un analogo periodo che va dal 2023 a questa metà di 2026 non abbiamo fatto altro che toccare record dopo record per quel che riguarda i livelli di riscaldamento dell’aria a livello superficiale e anche di mari e oceani. Ebbene, in base ai calcoli dei ricercatori del Cmcc e del PoliMi, una siccità analoga a quella del 2015-2018 costerebbe quasi il doppio in un mondo più caldo, ovvero 2°C a livello globale rispetto alla fine dell’Ottocento. Quanto? Circa 5,21 punti percentuali di Pil, circa 760 miliardi di euro e circa 10,8 milioni di posti di lavoro.

Restringendo poi lo sguardo alla sola Italia, il quadro fornito da questa indagine è ancora più allarmante: l’evento siccitoso del 2015-2018 è associato a una perdita di 1,45 punti percentuali di crescita del Pil per abitante, pari a circa 24,3 miliardi di euro, e a 330.000 posti di lavoro in meno. In un mondo con 2 °C di riscaldamento le perdite salirebbero a 3,99 punti percentuali, ovvero circa 74 miliardi di euro, e a circa 960.000 posti di lavoro.

Nello studio si legge che gli investimenti sono la componente più esposta dell’economia, con edilizia e manifattura a subire gli impatti maggiori: le imprese rinviano e riducono gli investimenti per anni dopo una siccità, ben oltre l’esaurirsi dello shock immediato. Si tratta di un segnale del fatto che la siccità alza il costo del capitale e scoraggia la spesa produttiva a lungo termine. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare circa i settori più penalizzati dalla siccità, è vero che l’agricoltura subisce il colpo immediato più forte, ma poi recupera in due o tre anni grazie ad assicurazioni, aggiustamenti dei prezzi e cambio delle colture; l’edilizia e il manifatturiero, al contrario, «portano le cicatrici più lunghe», per usare l’immagine a cui ricorrono i ricercatori, con perdite che restano le più profonde tra tutti i settori e si intensificano per anni dopo l’inizio della siccità.

Un altro aspetto sottolineato nell’indagine è che nessun settore o Paese può dirsi al sicuro perché anche l’adattamento ha dei limiti e le regioni oggi ben adattate non è detto che potranno continuare a dormire sonni tranquilli nel futuro. Quanto più la siccità si prolunga, spiegano infatti gli esperti, tanto più i costi economici crescono nel corso degli anni e aumentano nel lungo periodo. La capacità di adattamento con invasi, assicurazioni, cambio delle colture perde infatti di efficacia man mano che l’evento perdura nel tempo. E il motivo è semplice: in un mondo più caldo, in cui le siccità prolungate sarebbero molto più dannose di quanto non lo siano state in passato o non lo siano oggi, le misure di adattamento pensate per le attuali temperature non sarebbero sufficienti a proteggere i settori socioeconomici dalla loro vulnerabilità ad eventi estremi di siccità.

Dov’è il pericolo maggiore? Spiega Marta Mastropietro, Cmcc e del Politecnico di Milano, autrice principale dello studio: «Le siccità pluriennali stanno diventando sempre più frequenti, ed è proprio qui che risiede il vero rischio. Un solo anno di siccità provoca danni economici concreti, ma una siccità persistente è diversa: i suoi effetti possono sommarsi in vari settori e continuare ad accumularsi per anni. Le stime tradizionali tendono a trascurare questa combinazione di effetti cumulativi e di lunga durata e questo aspetto rappresenta un elemento di innovazione di questo studio». Sottolinea il prof. Massimo Tavoni, Cmcc e Politecnico di Milano, autore senior dello studio: «Questa ricerca mette in luce la persistenza degli impatti sociali ed economici delle siccità europee e la vulnerabilità dell’intero continente in un clima sempre più caldo. L’Europa è chiamata a progettare istituzioni e mercati in grado di far fronte a condizioni climatiche estreme: un’opportunità da cogliere nel suo prossimo piano di adattamento».

Va da sé che la cosa rappresenta per l’Italia non solo un’opportunità, ma una vera e propria necessità. Come del resto il nostro giornale ha sottolineato in questi giorni con un appello alla politica.

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.