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Danni per 3 miliardi di euro: il costo che l’agricoltura sta già pagando quest’anno per gli eventi meteo estremi. Che peserà sulle spalle dei produttori e sulle tasche dei consumatori. Ma c’è ancora chi sostiene che la crisi climatica non esiste

 |  Editoriale

Checché ne dicano i negazionisti della crisi climatica, il riscaldamento globale e il conseguente scatenarsi sempre più frequente e con sempre maggiore intensità di eventi meteo estremi stanno già presentando il conto al settore dell’agricoltura: dall’inizio dell’anno, ondate di calore, siccità, grandinate e bombe d’acqua hanno causato danni in Italia per oltre 3 miliardi di euro. E questa è solo una prima stima, comunicata da Coldiretti, perché poi, come evidenziato in un recente studio realizzato da ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici e del Politecnico di Milano, l’impatto del caldo e della scarsità idrica si estende per mesi e mesi sui raccolti e sui terreni destinati alla coltivazione (per non parlare dei settori dell’edilizia e della manifattura, che ne risentono anche per anni). Non solo. Se dovesse perdurare questa situazione caratterizzata da una marcata mancanza di precipitazioni, già nelle prossime settimane questa stima andrebbe rivista al rialzo. Le piogge previste in alcune aree del Paese per i prossimi giorni potrebbero risolvere il problema? È tutt’altro che certo, anzi: contrariamente a quel che si potrebbe pensare, i temporali violenti e le cosiddette bombe d’acqua non contribuiscono a risolvere il problema della siccità. Per portare realmente sollievo ai campi, le precipitazioni dovrebbero essere regolari, prolungate e di intensità moderata. Al contrario, le piogge improvvise e intense che cadono su suoli aridi non vengono assorbite dal terreno reso estremamente compatto da settimane di mancanza d’acqua, e così defluiscono rapidamente in superficie e non fanno altro che aumentare il rischio di frane, smottamenti e dissesto idrogeologico.

Ora il resoconto fornito da Coldiretti delinea un quadro preoccupante sia nell’immediato sia nel medio e lungo periodo. E sia per i produttori, che vedono danneggiate ampie percentuali delle coltivazioni, che per i consumatori, che vedranno aggiungersi al prezzo del carrello della spesa, oltre al peso dell’inflazione, il surplus di costo derivante dalle dinamiche di domanda e offerta. Solo per fare alcuni esempi tra quelli evidenziati dall’associazione che rappresenta le imprese agricole, in alcune zone del Paese il mais rischia di andare completamente perso e il riso registra un raccolto in calo del 40%. Il Po in secca già da molte settimane non si è mai ripreso e gli appelli per un intervento d’urgenza sono caduti nel vuoto, con il risultato che in Piemonte, dove le riserve idriche sono inferiori del 30% rispetto alla norma, oltre a riso e mais sono a rischio anche ortofrutta, noccioleti, prati e pascoli, mentre in Lombardia, dove la disponibilità di acqua si è ridotta del 50%, destano preoccupazione mais e colture estive, con perdite che arrivano a punte del 70%. Non va meglio nelle altre due regioni attraversate dal Po, Veneto ed Emilia Romagna, dove perdite sono segnalate per i raccolti di pomodoro, soia, barbabietola e foraggi, e dove a rendere ancora più allarmante la situazione si inserisce l’avanzata del cuneo salino, che riduce la disponibilità di acqua dolce disponibile per le coltivazioni. Non a caso Coldiretti «torna a chiedere di accelerare la realizzazione del piano degli invasi, indispensabile per assicurare acqua alle colture, e l’attivazione dello stato di calamità, richiesta anche per la Liguria».

Scendendo verso il centro Italia la situazione non è molto migliore. Il caldo e la scarsità di precipitazioni impattano sulle coltivazioni di ortaggi, frutta, su oliveti e vigneti. Nel Lazio, in particolare, il caldo prolungato sta causando cali delle rese fino al 20% per alcune produzioni ortofrutticole e perdite tra il 20% e il 30% per i foraggi. Soffrono anche gli allevamenti, che segnalano cali nella produzione di latte fino al 10% al giorno.

Scendendo ancora di più lungo la Penisola, al sud e nelle isole la scarsità di acqua colpisce soprattutto ortaggi e pomodoro, ma alla carenza idrica si aggiunge un altro problema alimentato dal caldo estremo di queste settimane e dai terreni aridi e dalla vegetazione resa secca dalla mancanza di precipitazione: il divampare sempre più frequente di incendi. «In Sardegna i roghi hanno già devastato migliaia di ettari di pascoli e coltivazioni, causando la perdita di animali, alveari, foraggi e strutture agricole», segnala Coldiretti. «Complessivamente, dall’inizio dell’anno sono quasi 80mila gli ettari di boschi e terreni andati in fumo, secondo l’analisi Coldiretti su dati Effis».

La conclusione dell’associazione di settore è all’insegna delle risposte necessarie da dare a fronte di un quadro così critico: «La situazione conferma l’urgenza di investire nella realizzazione di un piano nazionale degli invasi dotati di sistemi di pompaggio in grado di produrre energia elettrica. Oggi l’Italia riesce infatti a trattenere appena l’11% dell’acqua piovana, una quota insufficiente per affrontare periodi di siccità sempre più frequenti e intensi. Si tratta di un progetto immediatamente cantierabile che consentirebbe di trattenere e accumulare l’acqua piovana durante tutto l’anno, riducendo gli effetti degli eventi meteorologici estremi e contribuendo a prevenire esondazioni e allagamenti. I bacini, realizzati con materiali naturali e senza l’utilizzo di cemento, sarebbero destinati agli usi civili e agricoli, oltre a rappresentare una fonte di energia idroelettrica rinnovabile. Il piano prevede inoltre il recupero e la piena valorizzazione delle infrastrutture idriche già esistenti. Per affrontare in modo efficace l’emergenza climatica, però, è necessario adottare una strategia complessiva che includa anche la manutenzione dei corsi d’acqua e il potenziamento delle reti di distribuzione, così da garantire una gestione più efficiente delle risorse idriche».

Quel che si deve – e che si può – fare è insomma chiaro: nell’immediato, come anche nel medio e lungo periodo, andando ad agire sulle cause di questa crisi climatica. Anche chi debba farlo – e possa, volendolo – è chiaro. Ma in queste settimane in cui la terra veniva assetata dalla mancanza d’acqua, i boschi devastati dagli incendi, i raccolti decimati da grandinate estive, premier, ministri e vertici delle forze di governo hanno parlato soprattutto dei migranti arrivati a Ceuta e del perché questo rappresentasse un rischio per l’Italia al punto di sospendere Schengen, di nuova legge elettorale e ora di Rai e «caso Ranucci».

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.