
L’oro che uccide. Strage in una miniera in Centrafrica: si temono fino a 400 vittime

L’ultima strage di lavoratori nelle miniere africane rischia di essere una delle più gravi di sempre. Una gigantesca colata di fango e terra ha travolto una miniera d'oro artigianale e illegale nel villaggio di Zamboye, nella Repubblica Centrafricana. Le agenzie hanno parlato subito di almeno un centinaio di morti, ma la testimonianza del missionario Marcello Bartolomei, riportata da Vatican News, parla di almeno 400 morti.
La causa sarebbe il cedimento del costone della cava a causa delle intense piogge, che ha intrappolato decine di minatori. Marcello Bartolomei è missionario nella diocesi di Bouar e vive nella Repubblica Centrafricana da 44 anni: «Si sapeva molto bene – ha detto ai media vaticani – che questo luogo non era assolutamente sicuro perché c’è una forma di sfruttamento selvaggio, senza criteri, senza assicurazioni e senza previdenze», e anche sottoposti, precisa, a condizioni di vita ‘indecenti’”. Secondo Bartolomei, «si parla di un grammo di oro che può costare 50.000 franchi», e per questo «tanti giovani ragazzi, ma anche ragazze, abbandonano le loro case, le loro famiglie per diversi mesi, lasciano la scuola o il lavoro dei campi», attirati dai guadagni più facili e mettendo la loro vita a rischio.
Si tratta di miniere illegali che società straniere, cinesi in prima fila, aprono ma che poi di fatto sono abbandonate a sé stesse; migliaia di persone si riversano nella zona per scavare senza mezzi i cunicoli alla ricerca dell’oro, che poi sarà venduto direttamente alla società straniere.
Sul luogo della tragedia anche i soccorsi sono resi difficile a causa della natura del terreno e della stagione delle piogge. In pratica, racconta ancora Bartolomei, si tratta di una zona alluvionata e ora resa anche inagibile delle frane. Sono stati visti mezzi di una società cinese trasportare i primi lavoratori soccorsi verso l’ospedale più vicino, distante 50 chilometri. Al momento la conta delle vittime e dei dispersi è ancora in corso.
Quella delle stragi nelle miniere africana è una tragedia che si ripete con triste puntualità e viene da anni denunciata dalle organizzazioni umanitarie. A gennaio di quest’anno il crollo di una miniera di coltan a Rubaya, nella provincia orientale del Nord Kivu, ha causato la morte di oltre 200 persone.
Secondo Amnesty International, milioni di persone lavorano in miniere di fortuna prive di qualsiasi pilastro di sostegno, sistemi di ventilazione o monitoraggio geologico. Grandi multinazionali e milizie locali spesso espropriano terreni alle comunità autoctone con la violenza, impiegando la forza per reprimere le proteste.
Anche minerali fondamentali per la transizione tecnologica ed energetica globale (come coltan e cobalto) finanziano conflitti civili sanguinosi, lasciando le popolazioni locali in uno stato di perenne povertà e pericolo. Ma non c’è vera transizione ecologica che non sia anche giusta, per poter sostenersi nel tempo: per questo occorre presidiare (e tutelare) le catene di fornitura, investire nel riciclo e – dove le risorse geologiche lo permettono – aprire nuove miniere a filiera corta, nei territori dell’Occidente.