
La crisi climatica ci costa almeno 50 miliardi di euro l’anno: dopo la sveglia spagnola, l’Ue punta a creare un autentico sistema europeo di adattamento. L’Italia che fa?

Negli anni Ottanta gli eventi meteorologici e climatici estremi provocavano nell’Unione europea perdite dirette medie per circa 8,6 miliardi di euro l’anno. Tra il 2020 e il 2024 il conto è salito a 50 miliardi annui, ma si tratta soltanto del costo necessario a riparare o sostituire ciò che alluvioni, siccità, incendi e ondate di calore hanno materialmente distrutto. Il danno economico reale è dunque ancora più alto: restano fuori la produttività perduta durante le ondate di calore, le interruzioni delle catene di fornitura, i ritardi nei trasporti, i danni alla produzione agricola ed energetica e la pressione aggiuntiva sui sistemi sanitari, etc.
A (ri)fare i conti è l’Agenzia europea dell’ambiente (Eea), mentre l’Europa si lascia alle spalle un’estate segnata da ondate di calore più precoci, frequenti e intense, siccità capaci di ostacolare trasporto fluviale, produzione energetica e agricoltura, oltre a incendi che all’inizio di settembre avevano già percorso 650mila ettari, ben oltre la media annuale.
Tra il 1980 e il 2024 gli eventi estremi hanno provocato nell’Ue perdite dirette stimate in 822 miliardi di euro (oltre a qualcosa come 441mila morti). Un quarto dell’intero ammontare, 208 miliardi, si concentra negli ultimi quattro anni della serie, tra il 2021 e il 2024. Non è una semplice successione di annate sfortunate: i danni sono cresciuti mediamente del 3,4% l’anno e la loro accelerazione non mostra segnali di stabilizzazione, a causa della crisi climatica in corso legata all’impiego dei combustibili fossili. I dati preliminari della Eea indicano che la tendenza è proseguita nel 2025, mentre le prime stime per l’estate 2026 parlano già di miliardi di euro. Del resto l’Europa si riscalda a una velocità doppia rispetto alla media globale

Anche le assicurazioni faticano a tenere il passo. Meno del 20% delle perdite complessive europee è coperto da polizze private, e il dato italiano è ancora più basso. Per le tempeste la quota supera il 35%, mentre per siccità, caldo estremo e incendi si ferma attorno al 10%: eventi che spesso si manifestano attraverso raccolti più poveri, ore di lavoro perdute o vite spezzate, anziché con un edificio danneggiato al quale attribuire facilmente un prezzo.
Il futuro dipenderà dalla quantità di gas serra che continueremo ad accumulare nell’atmosfera e dalla capacità di prepararci al riscaldamento ormai inevitabile. La prima valutazione europea dei rischi climatici, realizzata dall’Eea, ha rilevato che senza un’azione più incisiva 34 dei 36 principali rischi individuati potrebbero raggiungere livelli critici o catastrofici entro questo secolo.
Con un riscaldamento di 2 °C, le perdite annuali nell’Ue e nel Regno Unito potrebbero arrivare a circa 83 miliardi di euro; a 3 °C salirebbero ad almeno 175 miliardi, mentre l’Europa meridionale perderebbe ogni anno più del 2,5% della propria produzione economica. Senza contromisure, gli impatti climatici potrebbero ridurre del 7% il Pil europeo entro la fine del secolo. Il superamento di 1,5 °C – ormai dato per certo dall’Onu – comporterebbe perdite per 2.400 miliardi tra il 2031 e il 2050 e i prezzi alimentari potrebbero aumentare fino al 20% entro metà secolo.
Adattarsi costa, ma non farlo costa molto di più. Uno studio del Centro comune di ricerca della Commissione europea stima che ogni euro investito per proteggere le coste europee dal crescente rischio di alluvione possa restituirne sei in benefici; su scala globale, il World resources institute calcola un ritorno superiore a 10,5 dollari nell’arco di dieci anni per ogni dollaro destinato all’adattamento, con una resa media del 27% per progetto.
È su questo terreno che la Spagna ha dato la sveglia all’Europa. Dopo un’estate di caldo estremo e incendi, Madrid ha chiesto obiettivi europei vincolanti per l’adattamento, valutazioni dei rischi climatici ogni cinque anni, un fondo Ue dedicato, capacità comuni più forti per rispondere alle emergenze e nuovi strumenti finanziari come le obbligazioni legate al rischio climatico. Tra le ipotesi per reperire le risorse figurano un prelievo sui profitti delle compagnie petrolifere e del gas e il ricorso al debito comune europeo.
La proposta arriva mentre la Commissione si prepara a presentare entro l’anno il nuovo quadro europeo per la resilienza climatica e la gestione dei rischi. Secondo il think tank Bruegel, è il momento di trasformare l’adattamento da responsabilità prevalentemente nazionale in un’autentica politica comune: lasciare soli gli Stati significa amplificare i divari, perché i danni climatici e le capacità fiscali necessarie ad assorbirli sono distribuiti in modo molto diseguale.
Con assicurazioni private insufficienti, i governi sono sempre più spesso chiamati ad agire come assicuratori di ultima istanza, spostando risorse dagli investimenti preventivi agli aiuti successivi alle catastrofi. Bruegel propone dunque un sistema europeo di condivisione del rischio, sostenuto da una riassicurazione pubblico-privata e da un fondo Ue per i disastri. L’accesso alle risorse dovrebbe essere subordinato all’attuazione, da parte dei singoli Paesi, di misure concrete per ridurre i rischi.
Ogni investimento europeo dovrebbe inoltre seguire il principio della “resilienza fin dalla progettazione”: reti elettriche, trasporti, sistemi idrici, ospedali e altre infrastrutture finanziate o regolate dall’Ue dovrebbero essere costruiti per resistere alle condizioni climatiche attese durante la loro intera vita. L’adattamento dovrà quindi trovare uno spazio molto più ampio nel bilancio europeo 2028-2034, attualmente in fase di negoziazione. Senza dimenticare però, come sottolinea l’Onu, che non c’è adattamento possibile senza mitigare al contempo la crisi climatica in corso, dismettendo rapidamente i combustibili fossili per puntare su efficienza energetica e fonti rinnovabili.

In tutto questo duole notare che l’Italia, nonostante sia tra i Paesi più esposti agli eventi meteo estremi – cresciuti del 526% sul territorio nazionale nel corso dell’ultimo decennio – abbia deciso di subire passivamente il cambiamento climatico, senza provare a governarlo. Sul fronte della mitigazione, il ministro Pichetto si vanta – intervenendo al Meeting di Rimini – snocciolando che l’Italia dal 2022 a oggi ha installato 29 GW di nuovi impianti rinnovabili (nonostante il ritmo d’installazione sia in calo), mentre la Germania ha installato oltre 40 GW tra 2024 e 2025, per non parlare della Spagna che è giunta quasi a disaccoppiare i costi della generazione elettrica con quelli del gas fossile.
Non va meglio sul fronte dell’adattamento climatico. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle. Per fare davvero i conti con l’acqua – in base alle stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) – servirebbero 10 mld di euro aggiuntivi l’anno, a fronte dei 7 che il sistema-Paese finora riesce a stanziare. Volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione "Italiasicura", che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni).
