
Clima, scarsità idrica e degrado del suolo causeranno entro il 2050 un calo del 17% della produzione agricola

Il bacino del Mediterraneo è culla di un antico patrimonio culturale, di tradizioni culinarie, di conoscenze autoctone delle pratiche agricole e della biodiversità, ma sempre più spesso, al giorno d’oggi, se ne parla soprattutto perché rappresenta un hotspot dei cambiamenti climatici. E non a torto. In quest’area infatti, non solo si registrano tassi di innalzamento delle temperature più elevati rispetto a quelli globali, ma è caratterizzato da risorse critiche specifiche altamente vulnerabili (acqua, agricoltura, ecc.) e delicati elementi socioeconomici (capacità di adattamento, crescita della popolazione umana, ecc.). Ora, un nuovo studio targato MedEC (Mediterranean experts on climate and environment change), a cui hanno collaborato anche ricercatori del Cmcc (Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici) e che è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature, mostra ulteriori dettagli circa il fatto che la crescita demografica ed economica, l’intensificazione dell’agricoltura, l’urbanizzazione, gli elevati livelli di inquinamento dell’aria, del suolo, dell’acqua marina e dell’acqua dolce, il turismo e l’aumento della domanda di risorse e delle disuguaglianze aumentano la vulnerabilità delle comunità locali, gli impatti sulla salute umana e il livello di insicurezza per l’acqua, l'energia, il cibo e gli ecosistemi.
Lo sfruttamento eccessivo delle risorse, sottolineano gli scienziati, contribuisce al loro rapido esaurimento e al conseguente degrado ambientale, mettendo a rischio la capacità dei paesi mediterranei di raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. L’insostenibilità degli elementi Wefe (Water - Energy - Food – Ecosystems) non è caratterizzata solo dall’insicurezza, ma anche da grandi disparità tra i paesi (principalmente il divario nord-sud) e tra i territori (aree rurali e urbane), nonché dalle molteplici interconnessioni (nexus), comprese le sinergie e i compromessi, tra le quattro componenti del nexus Wefe.
Le soluzioni per affrontare il problema però non mancano. In particolare, se è vero che la scarsità idrica rappresenta la principale sfida per la regione mediterranea, l’acqua è anche la fonte di soluzioni capaci di massimizzare i co-benefici tra diversi settori a rischio. Quando l’acqua diventa scarsa, infatti, gli impatti si propagano a cascata tra i settori Wefe, influenzando la produzione alimentare, la generazione di energia e la salute degli ecosistemi. Ad esempio, si prevede che cambiamenti climatici, scarsità idrica e degrado del suolo provocheranno entro il 2050 un calo del 17% della produzione agricola, con forti disparità regionali. Gli approcci tradizionali che affrontano ciascun problema separatamente spesso peggiorano la situazione, creando compromessi nascosti che possono rivelarsi controproducenti. Al contrario, sottolinea il team di scienziati internazionale che ha lavorato allo studio, interventi comportamentali e sociali, come la transizione verso la dieta mediterranea e la riduzione dello spreco alimentare, hanno garantito i benefici più coerenti in tutte e quattro le componenti del nexus tra acqua, energia, cibo ed ecosistemi.
Da questo punto di vista, la tecnologia svolge un ruolo importante, con approcci come l’agrivoltaico – che combina la produzione di energia solare con l’agricoltura sullo stesso terreno senza competizione per le risorse – e pratiche agroecologiche come le colture consociate (intercropping) e le colture di copertura (cover crops), che consentono di risparmiare acqua sostenendo al contempo la biodiversità e mantenendo le rese agricole. Anche il riutilizzo delle acque reflue e la gestione organica del suolo contribuiscono a migliorare sia la sicurezza idrica sia il funzionamento degli ecosistemi. «Lo studio valuta i principali rischi associati alle interconnessioni tra acqua, energia, cibo ed ecosistemi dovuti ai cambiamenti climatici nel Mediterraneo», spiega Marta Debolini, ricercatrice Cmcc e coautrice dello studio, collegato allo special report del panel di esperti MedEC sul nexus Acqua-Energia-Cibo-Ecosistemi. «In particolare, vengono evidenziati gli effetti a cascata e si sottolinea come questi possano essere innescati da approcci settoriali tradizionali. Proponiamo un approccio nexus incentrato sull’acqua, poiché sembra aiutare a identificare interventi capaci di generare benefici reciproci tra diversi settori», conclude Debolini. Ciò significa progettare soluzioni che affrontano la scarsità idrica sostenendo contemporaneamente la produzione alimentare, l’energia pulita e la salute degli ecosistemi. Quando le soluzioni funzionano simultaneamente in più settori, diventano più efficienti e hanno maggiori probabilità di successo.
Questo nuovo studio sul bacino del Mediterraneo è importante per il tema riguardante la necessità di ridurre le emissioni di gas serra e le strategie per farlo. Le emissioni nel bacino del Mediterraneo rappresentano il 6% della quantità globale, sono equamente distribuite tra le regioni settentrionali e meridionali e sono corrispondenti a una proporzione equivalente della popolazione mondiale, con l’energia fossile che rappresenta il 76% del mix energetico e variazioni significative tra i paesi. Il settore della produzione di energia rappresenta il 30% del totale, mentre l’industria rappresenta il 14%, il settore edile il 16%, il settore dei trasporti il 28% e altri settori il 12%, comprese le emissioni dei processi industriali, le emissioni indirette (solo per il protossido di azoto), l’agricoltura (suoli agricoli, combustione dei rifiuti agricoli, fermentazione enterica, gestione del letame) e i rifiuti.
I ricercatori sottolineano che i paesi mediterranei hanno un potenziale significativo per mitigare i cambiamenti climatici con un elevato potenziale di energie rinnovabili, in particolare nel sud e nell’est. Gli effetti negativi dei cambiamenti climatici sulla produzione termoelettrica e idroelettrica e, in misura minore, sulla produzione di energia solare ed eolica, sottolineano inoltre gli scienziati, dovrebbero essere presi in considerazione per soddisfare la domanda di energia, che dovrebbe diminuire nel nord del bacino mediterraneo e aumentare nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.





