
Non solo gas e petrolio: quella in Medio Oriente si sta trasformando in una guerra per l’acqua

Dopo dieci terribili giorni di guerra scatenata dall’attacco israeliano e statunitense in Iran, la cui prima conseguenza è stata l’eliminazione fisica del capo degli Ayatollah Khamenei (oltre che la morte definitiva del diritto internazionale), tra le numerose quotidiane nefandezze collegate a questo assurdo conflitto una appare veramente funesta: media israeliani riportano che gli Emirati Arabi Uniti hanno effettuato un attacco contro un impianto iraniano per la desalinizzazione di acqua di mare, segnando in tal modo quella che sarebbe la prima azione militare effettuata da Abu Dhabi contro l'Iran, in un contesto di conflitto regionale in continua inarrestabile escalation.
La reazione delle autorità degli Emirati Arabi Uniti è stata quella di negare le accuse, etichettandole come fake news; tuttavia fonti israeliane, tra le quali “Canale 15” e l'emittente pubblica “KAN”, hanno diffuso la notizia che l'attacco effettuato dagli Emirati Arabi Uniti abbia preso di mira un sito chiave per quanto riguarda le infrastrutture idriche in Iran. Un’operazione inquadrata quale misura di pesante rappresaglia conseguente all’avvenuto bombardamento iraniano, effettuato con missili e droni, contro gli Stati del Golfo.
La smentita degli Emirati Arabi Uniti s’inserisce in un contesto più ampio di tensioni in continuo crescendo che si registra nel Golfo Persico, in quanto la guerra in corso – iniziata dagli attacchi statunitensi e israeliani contro l'Iran dalla fine di febbraio – ha visto le azioni di rappresaglia espandersi dagli obiettivi militari fino a coinvolgere anche le infrastrutture civili; inoltre, va anche detto che il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, sabato scorso, aveva accusato gli Stati Uniti di aver colpito un impianto di desalinizzazione di acqua dolce sull'isola di Qeshm, interrompendo l'approvvigionamento idrico a circa 30 villaggi, aggiungendo che si tratta di un crimine palese e accusando Washington di aver creato un pericolosissimo precedente.
Sappiamo bene, infatti, che gli impianti di desalinizzazione sono fondamentali in tutta la regione, dove il clima arido necessita di questi apparati per la produzione dell’acqua dolce necessaria alla vita di uomini e animali; senza gli impianti di desalinizzazione non può esserci sopravvivenza per le popolazioni che vi risiedono. Per inciso, il Medio Oriente ospita quasi la metà della capacità globale di desalinizzazione del pianeta, con i paesi del Golfo fortemente dipendenti da questi impianti che, ad esempio, forniscono una parte significativa dell'acqua potabile in paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita.
Appare curioso che, lo stesso giorno della negazione degli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain riferisca di un attacco iraniano a mezzo di droni e che questo abbia ha causato danni materiali a uno dei suoi impianti di desalinizzazione. Il Ministero dell'Interno bahreinita ha descritto l'attacco come “un indiscriminato tentativo di colpire siti civili”, anche se le stesse autorità assicurano che le forniture idriche sono rimaste inalterate. Resta però il fatto che quest’attacco in Bahrain costituisce una prova che ogni confine tra obiettivi militari e civili è stato superato e, di fatto, non esiste più.
Gli analisti militari (e, aggiungiamo noi, qualsiasi essere pensante) hanno espresso crescente preoccupazione per l’escalation in corso e per la minaccia – oramai evidente – per la sicurezza idrica, che causano gravissime conseguenze umanitarie.
E così, mentre il conflitto è entrato nella seconda settimana, gli attacchi ai sistemi di produzione di energia, ai porti, ora estesisi financo alle infrastrutture idriche, evidenziano l'ampliamento della guerra che travalica i siti militari. Mentre assistiamo sgomenti al cadere delle piogge acide dai cieli di Teheran – provocati dai fumi velenosi sviluppatesi in seguito ai bombardamenti dei depositi di petrolio e degli stoccaggi di zolfo –, gli episodi che riguardano gli impianti di desalinizzazione lasciano intravedere quanto sia compromesso il delicato equilibrio negli Stati del Golfo.
Occorre intervenire subito per impedire con la dovuta fermezza che nella traiettoria della guerra possano rientrare obiettivi civili di vitale importanza; è giunto il tempo di alzare la voce e di pretendere di riportare il diritto internazionale – tra i quali rientra anche il diritto bellico o diritto internazionale umanitario – alla sua naturale posizione di centralità, che la stoltezza dell’uomo rischia di far smarrire, aprendo in tal modo la strada verso crisi umanitarie più ampie e devastanti.






