
Oltre tre quarti delle migrazioni ambientali in Somalia sono causate dalla carenza d’acqua per la produzione alimentare

C’è un dato, uno dei tanti peraltro, che mostra il legame tra la sicurezza alimentare e le crisi climatiche con cui devono fare i conti soprattutto le popolazioni più svantaggiate. Tra il 2015 e il 2021, una quota compresa tra il 76% e il 91% dei migranti ambientali in Somalia è partito da zone caratterizzate da siccità, insicurezza alimentare e scarsità di acqua per l’agricoltura. Questo dato, a cui sono arrivati i ricercatori del Politecnico di Milano e dell’università californiana di Berkeley e che emerge da un articolo ora pubblicato su Nature food, evidenzia non solo l’urgente necessità di strategie integrate che affrontino la disponibilità di acqua per la sicurezza alimentare e di interventi e politiche proattivi nelle aree più sensibili agli effetti combinati della variabilità idroclimatica. L’indagine richiama anche all’attenzione la necessità di rivedere i sistemi alla base della produzione alimentare e zootecnica che va ad alimentare sia i mercati interni che quelli al di fuori del continente africano.
Come sottolineano i ricercatori del Politecnico di Milano che ci hanno lavorato, questa nuova indagine «offre nuove evidenze sul legame tra stress ambientali e processi migratori». Se hanno deciso di procedere con un focus sulla Somalia è perché questo è uno dei Paesi più vulnerabili agli eventi idroclimatici estremi.
L’analisi si basa su un dataset di 40.000 casi di migrazione ambientale e i risultati a cui sono giunti i ricercatori mostrano come la carenza d’acqua per l’agricoltura, la siccità e la conseguente insicurezza alimentare incidano direttamente sulle comunità agricole e pastorali, che rappresentano circa l’80% della popolazione somala. Lo studio ha analizzato in modo sistematico l’interazione tra fattori idroclimatici e dinamiche migratorie e dai risultati emerge che gli eventi estremi, tra cui siccità, inondazioni e tempeste, sono stati la concausa del 98% dei 32,6 milioni di migrazioni interne registrate a livello globale nel 2022.
«In Somalia, dove l’economia dipende in larga parte dall’agropastoralismo di sussistenza, l’aumento della frequenza e dell’intensità di questi eventi mette sotto pressione i mezzi di sostentamento delle comunità rurali, alimentando cicli di perdita del reddito, sfollamento e dipendenza dagli aiuti umanitari», spiegano dal Politecnico di Milano. Per rafforzare la propria resilienza climatica, il Paese sta cercando di migliorare la gestione delle risorse idriche e dei pascoli, ma si tratta di misure che non sono ancora all’altezza della sfida con cui devono fare i conti queste popolazioni. «Lo studio evidenzia come queste misure debbano essere accompagnate da soluzioni comunitarie, politiche coordinate e collaborazione internazionale per affrontare efficacemente gli impatti crescenti dei cambiamenti idroclimatici globali sulle popolazioni più vulnerabili», spiega la professoressa Maria Cristina Rulli, docente di Climate and Hydrology presso il dipartimento di Ingegneria civile e ambientale.
La Somalia ha vissuto cinque stagioni consecutive di piogge fallimentari negli ultimi anni, ed è fortemente colpita dalla siccità e dall’insicurezza alimentare. Le sfide poste dalla scarsità di acqua per l’agricoltura, dall’insicurezza alimentare e dalla siccità sulle tendenze migratorie ambientali in Somalia da affrontare sono multifattoriali, e come tali vanno affrontate se vogliamo venirne a capo.





