
In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, è importante richiamare l’attenzione sulla necessità di passare dal consumo alla cura dell’acqua. Continuare a considerarla una risorsa da sfruttare perpetua l’esclusione di milioni di persone da un diritto fondamentale.
Oggi circa 2,2 miliardi di persone non hanno accesso a servizi di acqua potabile sicuri, secondo OMS e UNICEF. La crisi dell’acqua non è soltanto un problema ambientale: è una questione di disuguaglianze e modelli economici che trattano le risorse naturali come se fossero illimitate.
Le aree più esposte oggi sono Medio Oriente, Nord Africa, Africa subsahariana e Sud Asia, dove la combinazione di cambiamenti climatici, degrado dei suoli e sovra sfruttamento delle falde sta riducendo la disponibilità di acqua. Nei territori in cui opera COSPE, questi fenomeni sono già evidenti. In Africa australe, siccità più lunghe e irregolari mettono in crisi l’agricoltura familiare e aumentano l’insicurezza alimentare; in America Latina, attività estrattive, deforestazione e agricoltura intensiva stanno compromettendo bacini idrici fondamentali, con effetti diretti sulle comunità locali.
Questa crisi riguarda ormai anche il bacino del Mediterraneo, oggi riconosciuto come uno dei principali hotspot climatici mondiali. Paesi come Spagna, Grecia e Italia stanno sperimentando riduzioni significative delle precipitazioni e livelli critici dei principali bacini idrici. La crisi del Po e la crescente pressione sulle risorse idriche nel Centro-Sud lo mostrano chiaramente: «la scarsità d’acqua ormai è una questione strutturale anche per i paesi europei».
Le conseguenze sono anche sociali: entro il 2050 fino a 216 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare a causa della crisi climatica, secondo la World Bank. In molti contesti rurali la sequenza è ormai ricorrente: riduzione delle piogge, perdita dei raccolti, diminuzione del reddito e migrazione.
L’acqua è una risorsa centrale anche per i sistemi economici: circa il 70% dei prelievi globali è destinato all’agricoltura. Tuttavia, molti modelli produttivi continuano a trattarla come inesauribile, favorendo sovra sfruttamento e inquinamento. La questione non è irrigare di più, ma rigenerare i suoli e restituire loro la capacità di trattenere acqua.
Per COSPE, affrontare la crisi idrica significa quindi superare la logica emergenziale e intervenire sulle cause strutturali. In questo senso, la transizione agro-ecologica che COSPE porta avanti con i suoi progetti in diversi paesi rappresenta una risposta concreta: migliora la fertilità dei suoli, aumenta la capacità di trattenere acqua e riduce la dipendenza da input esterni.
Un altro elemento centrale riguarda la giustizia di genere. In molte aree del mondo sono le donne ad occuparsi della gestione dell’acqua, ma raramente partecipano alle decisioni. Una governance equa dell’acqua richiede la piena partecipazione di chi la utilizza e la gestisce ogni giorno, per questo COSPE promuove processi inclusivi e integra il lavoro con gruppi di donne e “agende delle donne” nei processi locali di adattamento climatico.
La sfida non riguarda soltanto l’accesso all’acqua, in quanto diritto. Garantire il diritto all'acqua per tutti e tutte significa riconoscere che l’acqua come risorsa naturale ha bisogno di cura innanzitutto. Proteggere chi difende i territori e costruire economie capaci di rispettare i limiti ecologici del pianeta permetteranno di far sì che la gestione dell’acqua possa diventare parte di una più ampia transizione verso sistemi realmente equi e rigenerativi.
a cura di Fulvio Vincenzo, responsabile transizione agroecologica di COSPE





