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Occhi puntati sull’Oman, sede dei colloqui tra Iran e Usa: mai la crisi militare è arrivata a questi livelli

Domani, stando alle dichiarazioni di Washington e Teheran, si svolgerà l’incontro diplomatico inizialmente previsto in Turchia: al centro del confronto, il programma nucleare degli Ayatollah e non solo
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Domani, venerdì 6 febbraio, stando alle dichiarazioni di Washington e Teheran, si svolgeranno i colloqui in Oman. Al centro di questo importante e delicato tentativo diplomatico che, ricordiamolo, avviene in un contesto di continue crescenti tensioni, proprio mentre assistiamo al fatto che gli Stati Uniti rafforzano sempre di più i dispositivi militari in Medio Oriente, mentre i Regni dell’area del Golfo persico fanno il tutto per tutto per evitare l’innesco di uno scontro militare le cui probabilità che possa degenerare in una guerra ben più ampia sono assai elevate.

Le cronache dei giorni scorsi, apparse in molte testate internazionali, hanno messo in luce le divergenze sull'ambito e la sede dei colloqui, fino a far sollevare dubbi sul fatto stesso che l'incontro avrebbe potuto aver luogo, lasciando aperta la concreta possibilità che le minacce espresse in svariate occasioni da Donald Trump possano trasformarsi davvero in azioni militari per colpire l'Iran.

Diventa, pertanto, quasi premonitoria la risposta data da Trump alla domanda postagli mercoledì (ieri per chi legge) se la “Guida Suprema” iraniana, l'Ayatollah Ali Khamenei, debba preoccuparsi; infatti, alla precisa domanda Trump ha detto all’NBC News: «Direi che dovrebbe esserlo molto, sì dovrebbe esserlo».

Dopo le affermazioni del presidente degli Usa, funzionari statunitensi e iraniani hanno congiuntamente concordato di spostare la sede dei colloqui diplomatici a Mascate (Oman) dopo aver inizialmente accettato Istanbul.

Ricordiamo, inoltre, che l'Iran ha convintamente insistito per contenere i negoziati alla sola disputa nucleare con i Paesi occidentali: tuttavia, il segretario di Stato Marco Rubio ha voluto rimarcare una visione diversa: «Se gli iraniani vogliono incontrarci, siamo pronti», poi, però, ha aggiunto che i colloqui dovrebbero includere anche il rilevante tema legato alla portata dei missili balistici iraniani; il sostegno dato all’Iran ai gruppi armati in Medio Oriente. Degno di nota il fatto che gli americani hanno voluto inserire tra i colloqui anche il trattamento riservato ai cittadini iraniani alla luce delle sanguinose repressioni che si sono consumate nelle scorse settimane in molte città iraniane, oltre alle questioni nucleari.

Inizialmente, l’incontro diplomatico si doveva in la Turchia ma l'Iran ha manifestato il desiderio che l'incontro si svolgesse in Oman quale continuazione dei precedenti colloqui svoltosi nel Sultanato del Golfo Persico, peraltro, concentrati esclusivamente sul programma nucleare di Teheran.

Viene ripetuto da parte dell’Iran che le attività nucleari in corso nella Repubblica islamica sono destinate a scopi pacifici, non militari; al contrario, Stati Uniti e Israele hanno più volte accusato l’Iran di sviluppare armi nucleari.

Gli sforzi diplomatici compiuti in questi giorni discendono direttamente dalle minacce di Trump di attuare azioni militari contro l'Iran durante la sua sanguinosa repressione effettuata ai danni dei manifestanti, il mese scorso, al quale fa seguito anche il dispiegamento dell’incremento della potenza navale rischierata nel Golfo Persico.

I toni da bullo spesso adoperati da Trump e rivolti in maniera chiara, hanno già messo sul chi vive Teheran che «probabilmente accadrebbero cose negative» se non si fosse raggiunto un accordo.

Come è facile immaginare, la leadership iraniana appare sempre più preoccupata di un possibile attacco statunitense, al punto da indirizzare Teheran a aderire alle tre condizioni per la ripresa dei colloqui posti da Washington: zero arricchimento di uranio in Iran, limiti al programma missilistico balistico e la fine del suo sostegno ai gruppi armati regionali.

Inizialmente, l'Iran ha affermato che tutte e tre le richieste sono violazioni inaccettabili della sua sovranità, ma poi alti funzionari iraniani hanno fatto sapere all’agenzia Reuters che il governo clericale dell’Iran vede il programma relativo ai missili balistici, piuttosto che l'arricchimento dell'uranio, come l'ostacolo più rilevante.

Per completezza d’informazione, ricordiamo che l'Iran ha dichiarato senza mezzi termini di aver rifornito il proprio arsenale missilistico dopo la guerra dei “12 giorni” con Israele lo scorso anno, insistendo molto sul fatto che scatenerà i suoi missili qualora avvertisse la sua sicurezza minacciata.

Come se non bastasse la situazione, di per sé già molto complicata, ad accrescere le tensioni, martedì scorso, ci si è messa la US Navy, abbattendo un drone iraniano avvicinatosi «aggressivamente» (sic!) alla portaerei Abraham Lincoln nel Mar Arabico.

Noi osserviamo lo sviluppo degli eventi diplomatici conservandoci ottimisti, vogliano e dobbiamo restare ancorati alla roccia della speranza; anche la sola ipotesi che possa scatenarsi una guerra in quell’area di primaria importanza strategica-economica mondiale, mentre già vi si aggirano navi militari di ultima generazione russe e cinesi, non vogliamo neanche prenderla in lontana considerazione.

Aurelio Caligiore, Ammiraglio Ispettore del Corpo della Guardia Costiera

Da oltre quarant’anni Ufficiale della Marina Militare del Corpo della Guardia Costiera, l’Ammiraglio Ispettore Aurelio Caligiore è da sempre impegnato in attività legate alla tutela dell’ambiente. Nell’ultimo decennio è stato Capo del Reparto ambientale marino delle Capitanerie di Porto (RAM) presso il ministero dell’Ambiente. Attualmente è Commissario presso la Commissione Pnrr-Pniec del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).