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In Sud Sudan la guerra tribale per il petrolio sta portando a una catastrofe umana

Nel Jonglei bombardati ospedali e attaccati e saccheggiati convogli umanitari
 |  Approfondimenti

Nel nord dello Stato sudsudanese di Jonglei, le comunità stanno soffrendo enormemente a causa dei continui scontri militari tra le forze schierate con le due fazioni principali del Sudan People's Liberation Movement (SPLM): l’esercito ufficiale del Sudan People's Liberation Army (SPLA) che appoggia il presidente Salva Kiir Mayardit e le milizie ribelli che sostengono l’ex vicepresidente Riek Machar (attualmente sotto processo per gravi accuse, tra cui l'omicidio, che lui respinge), che si combattono da subito dopo l’indipendenza ottenuta dal Sudan nel 2011 e che hanno continuato a farlo anche dopo aver firmato nel 2018 un accordo di pace raggiunto grazie alla mediazione di Vaticano, Onu e Unione Africana.

Nel Jonglei, questa infinita guerra civile tribale che nasconde il vero conflitto per il petrolio e la terra, è riesplosa ferocemente, anche con attacchi aerei, costringendo oltre 280.000 persone a fuggire dalle loro case dalla fine di dicembre. Milizie ed esercito hanno attaccato le organizzazioni umanitarie, che assistono alcune delle comunità più vulnerabili del Sud Sudan, saccheggiando, vandalizzando e distruggendo almeno 8 strutture sanitarie. E’ stato bombardato da un aereo anche un ospedale che curava più di 250.000 persone, che ora sono in gran parte prive di accesso alle cure, e un convoglio di 12 imbarcazioni che trasportava 1.500 tonnellate di aiuti alimentari per 73.000 persone nella contea di Baliet è stato assalito e saccheggiato da uomini armati.

Kiki Gbeho, vice rappresentante speciale del Segretario Generale dell’Onu e coordinatrice Umanitaria e residente Onu in Sud Sudan, ha denunciato che «Gli attacchi contro strutture mediche chiaramente segnalate e contro barriere alle operazioni umanitarie costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. La violenza deve cessare».

La situazione è così grave che i peacekeeper civili e caschi blu della United Nations Mission in South Sudan (UNMISS) hanno fatto un rischiosissimo viaggio di 186 chilometri da Bor a Duk Padiet, una delle zone più colpite e, a causa dei persistenti dinieghi di accesso, è la prima volta che riescono a raggiungere la zona dall'inizio del conflitto. Le forze di pace Onu dicono di aver allestito una base temporanea per diversi giorni «Per consentire un impegno duraturo con le autorità e le comunità locali, che hanno sottolineato come la loro presenza avrebbe contribuito a creare fiducia e sicurezza. Durante la sua permanenza sul campo, il personale dell'UNMISS ha valutato la situazione della sicurezza, le condizioni dei diritti umani e le segnalazioni di violenze sessuali legate al conflitto, monitorando al contempo l'accesso umanitario. Hanno osservato che, mentre la città di Duk Padiet rimane calma, le aree circostanti continuano a essere insicure. Le comunità stanno inoltre affrontando carenze alimentari, servizi sanitari limitati e un'epidemia di colera».

In vista di una prevista missione umanitaria nella zona, le autorità locali hanno chiesto un coordinamento più forte per garantire la sicurezza dei convogli lungo il corridoio Bor-Duk. L'UNMISS ha ribadito il suo impegno a sostenere i partner umanitari migliorando la sicurezza e l'accesso.  La Gbeho ha detto che «E’ necessario rimuovere le limitazioni agli operatori umanitari che stanno facendo del loro meglio per sostenere i più bisognosi in mezzo a conflitti, restrizioni di movimento e gravi carenze di finanziamenti».

Il Segretario generale dell'Onu, António guterres, ha condannato fermamente «L'escalation di violenza nel Sud Sudan, dove quasi 10 milioni di persone, ovvero più di due terzi della popolazione, necessitano di assistenza umanitaria salvavita e continuano a sopportare il peso del conflitto. Combattimenti, attacchi e saccheggi di strutture umanitarie e sanitarie, insieme alle restrizioni di movimento e all'insicurezza sulle principali rotte di rifornimento, stanno paralizzando le operazioni umanitarie e bloccando i servizi essenziali, esponendo i civili, compresi gli operatori umanitari, a gravi rischi».

Durante una conferenza stampa, Farhan Haq, vice portavoce di Guterres, ha confermato che «Da fine dicembre, almeno 11 strutture sanitarie sono state attaccate nello Stato di Jonglei, interrompendo i servizi salvavita. Gli attacchi hanno incluso anche il sequestro di 12 veicoli, tra cui un'ambulanza. Solo nell'ultima settimana, gli incidenti in tutto il Paese hanno incluso ripetuti attacchi a un convoglio del World Food Programme , un attacco aereo contro un ospedale gestito da Medici Senza Frontiere e l'incendio di un ufficio sul campo di Save the Children e la distruzione del suo centro sanitario. Questo palese disprezzo per le operazioni mediche e umanitarie è inaccettabile e deve cessare. Tali attività devono essere facilitate e rispettate».

Ma, solo quest’anno, questa guerra dimenticata nel più giovane Paese del mondo ha causato più di 370.000 sfollate in tutto il Sud Sudan, 280.000 delle quali nel solo Jonglei. Le agenzie Onu avvertono che «L'escalation del conflitto dovrebbe peggiorare significativamente l'insicurezza alimentare, in particolare negli stati settentrionali di Jonglei e dell'Alto Nilo. Le proiezioni indicano che il numero di contee che si troveranno ad affrontare una situazione di fame a livello di emergenza (fase 4 dell'IPC) tra febbraio e maggio più che raddoppierà, con alcune famiglie a rischio di scivolare in condizioni catastrofiche (fase 5 dell'IPC)».

L'insicurezza dovuto ai combattimenti e alle ruberie di ribelli ed esercito ha già costretto il WFP a sospendere i piani di preposizionamento di 12.000 tonnellate di cibo a Jonglei prima della stagione delle piogge, sollevando preoccupazioni sul fatto che l'accesso peggiorerà ulteriormente quando le strade diventeranno impraticabili. Da settembre 2024, il Sud Sudan ha registrato circa 98.000 casi di colera e più di 1.600 decessi, con i centri di cura del Jonglei che sono tra più colpiti e sovraffollati. Anche il segretario generale dell’Onu ha invitato per l’ennesima volta tutte le parti in conflitto a a «Interrompere immediatamente e con decisione tutte le operazioni militari, a ridurre le tensioni attraverso il dialogo, a rispettare il diritto internazionale, a proteggere i civili e a garantire un accesso umanitario sicuro e duraturo, nonché la sicurezza degli operatori umanitari e del personale di mantenimento della pace delle Nazioni Unite e dei loro beni».

Intervenendo online dal Sud Sudan a una conferenza stampa Onu, la Gbeho ha avvertito che «Le interruzioni degli aiuti e degli sforzi di costruzione della pace stanno avendo un “impatto intollerabile sulle persone. Sono presenti tutte le condizioni per una catastrofe umana. Nonostante lo stanziamento di 10 milioni di dollari per sostenere la risposta umanitaria da parte del Central Emergency Relief Fund, è necessario un maggiore sostegno. Ma, nonostante la carenza di rifornimenti, la priorità è fermare i combattimenti, proteggere i civili e preservare il processo di pace e collaborare con l’Unione Africana e il blocco di nazioni IGAD nella regione per ripristinare l’aderenza all’accordo di pace. La soluzione all'attuale crisi è politica, non militare. Invito i leader del Paese ad adottare azioni urgenti e immediate per cessare le ostilità, allentare le tensioni attraverso un dialogo inclusivo e tornare a un processo decisionale basato sul consenso. Il potere di apportare cambiamenti positivi spetta ai sud sudanesi stessi. Questo è un momento decisivo, uno snodo critico per il Sud Sudan. Le decisioni prese ora potrebbero condurlo verso la pace o verso un ulteriore guerra».

Umberto Mazzantini

Scrive per greenreport.it, dove si occupa soprattutto di biodiversità e politica internazionale, e collabora con La Nuova Ecologia ed ElbaReport. Considerato uno dei maggiori esperti dell’ambiente dell’Arcipelago Toscano, è un punto di riferimento per i media per quanto riguarda la natura e le vicende delle isole toscane. E’ responsabile nazionale Isole Minori di Legambiente e responsabile Mare di Legambiente Toscana. Ex sommozzatore professionista ed ex boscaiolo, ha più volte ricoperto la carica di consigliere e componente della giunta esecutiva del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.