
António José Seguro: un europeista tranquillo che ha sconfitto il populismo urlante

Ho incontrato António José Seguro per la prima volta nel 1988 a Bruxelles, quando ero arrivata da poco come giovane Segretaria generale dei Giovani Federalisti Europei. Lui era allora Presidente del Consiglio Giovanile del Portogallo, socialista ed europeista convinto. In occasione del mio primo viaggio in Portogallo per il Movimento Europeo, fu lui a invitarmi ad esplorare la possibilità di creare, anche nel suo paese appena entrato nella CEE, un’organizzazione giovanile federalista. Ricordo una riunione piuttosto surreale: molto scetticismo, nonostante l’entusiasmo di Antonio, scarso interesse e persino un duro attacco da parte di un gruppo monarchico. Il progetto non andò in porto, ma sono sempre rimasta grata ad António per quel tentativo, allora tutt’altro che scontato.
Quando divenne Presidente dello Youth Forum europeo, la più importante piattaforma di rappresentanza delle organizzazioni giovanili, tra noi attivisti circolava anche una critica ricorrente: Seguro appariva spesso troppo prudente, troppo incline al compromesso, poco disposto allo scontro politico frontale. Non tutti la apprezzavano: molti di noi erano più irrequieti, rumorosi, convinti che fosse necessaria più decisione per fare passare proposte avanzate e che non fosse necessario mettere d’accordo proprio tutti. Con il tempo, ho imparato a leggere quella prudenza non come debolezza, ma come una scelta consapevole e “costitutiva” del suo modo di fare politica.
La sua carriera nazionale decollò rapidamente all’inizio degli anni ‘90: tra il 1992 e il 1994 è segretario generale della Juventude Socialista, passaggio chiave per il suo ingresso nella politica nazionale. Con l’arrivo dei socialisti al governo, viene eletto deputato all’Assembleia da República nel 1995. Nel 1999 passa al livello europeo come deputato al Parlamento europeo, incarico che mantiene fino al 2001.
Ci siamo ritrovati colleghi al Parlamento europeo negli anni cruciali delle riforme istituzionali che prepararono l’allargamento del 2004, e abbiamo lavorato molto bene insieme. Il Parlamento europeo era una dimensione che amava molto e la sua proverbiale prudenza aveva lasciato il posto a molta determinazione, che lo fece emergere, lui rappresentante di una delegazione relativamente piccola nel seno del gruppo socialista, come una delle figure più influenti dell’intera Assemblea. Fu richiamato in Portogallo per diventare ministro nel Governo Guterres, insieme ad altri due brillanti esponenti socialisti, Socrates e Costa. Dopo questa esperienza torna stabilmente al Parlamento nazionale come deputato, diventando una figura centrale della direzione del Partito Socialista. Questo percorso culmina nel 2011, quando, dopo la sconfitta elettorale del PS, Seguro viene eletto segretario generale del partito, assumendo la guida dell’opposizione nel momento più duro della crisi economica. Tiene la barra dritta: europeista, istituzionale, attento allo stato sociale. Evita scorciatoie populiste e garantisce stabilità al partito; vince le europee del 2014. Ma proprio quella prudenza diventa il suo limite. Per molti progressisti non rompe davvero con l’austerità, non accende un immaginario alternativo, non spinge abbastanza. La sfida delle primarie del 2014 contro António Costa segnò un momento difficile. Anche allora riemersero le critiche: una campagna poco carismatica, eccessivamente consensuale, incapace di competere con la forza comunicativa e politica di Costa. Seguro perse nettamente. Dopodiché, con una mossa inaspettata, si dimise da tutte le cariche, si ritirò completamente dalla scena pubblica e per oltre dieci anni rimase fuori dal dibattito politico, dedicandosi all’insegnamento. Un’uscita di scena rara, quasi controcorrente, che colpì molti, dentro e fuori dal Portogallo. Anche me.
Per questo, quando a giugno – in anticipo su tutti gli altri – annunciò la sua candidatura alla Presidenza della Repubblica, la sorpresa fu grande. Non molti pensavano che la sua scommessa potesse funzionare. Il contesto era cambiato radicalmente: il sistema politico portoghese era frammentato e la crescita rapidissima dell’estrema destra passata dal 2019 dall’1,3% a oltre il 20% dei voti, incarnata da Chega e dal suo leader André Ventura, aveva spostato verso destra l’asse del dibattito pubblico. Ventura rappresenta un populismo aggressivo, urlante, capace di parlare a una destra e a un centrodestra disorientati e divisi. Ed è qui che la parabola di Seguro assume un significato politico più ampio. Proprio la sua sobrietà, il rifiuto della polarizzazione, la capacità di parlare a elettori diversi senza radicalizzarsi, lo hanno reso il candidato credibile per una larga parte del Paese. Ciò che lo aveva reso meno competitivo contro il carismatico Costa si è rivelato un punto di forza nella battaglia presidenziale: contro il rumore, la misura; contro l’invettiva, la credibilità istituzionale. Come lui stesso ebbe a dire in campagna elettorale, rivolto al suo rivale, lui avrebbe rappresentato la neutralità dello Stato, contrapposta alla strumentalizzazione politica e identitaria che avrebbe potuto portare l’estrema destra.
La sua vittoria non cancella il fatto che l’estrema destra portoghese abbia raggiunto risultati preoccupanti e che si prepari alla sfida che ritiene più rilevante, quella del governo. Ma dimostra che il populismo non è invincibile, e che esiste ancora spazio per una leadership europea, democratica e responsabile. In un’Europa attraversata da tensioni profonde, António José Seguro porta nel dibattito europeo qualcosa di prezioso: l’idea che la politica possa essere ferma senza essere urlata, europeista senza essere ingenua, inclusiva senza essere ambigua. Per chi lo conosce da quasi quarant’anni, come me, questa elezione non è solo una rivincita personale. È la conferma che, a volte, la coerenza e la competenza pagano – anche se ci mettono tempo ad affermarsi. Ed è un bene non solo per il suo paese, ma per tutto il fronte europeista, democratico e antipopulista.





