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Una nuova crisi che potrebbe decidere il destino delle ex colonie italiane e dell’intero Corno d’Africa

Riesplode la guerra del Tigray: tutti contro tutti

Questa volta etiopi ed eritrei si combattono e i tigrini si scontrano tra loro
 |  Approfondimenti

Oltre un milione di civili sono ancora sfollati a causa della guerra del Tigray del 2020-2022, che ha causato decine di migliaia di vittime e la fuga di oltre due milioni di persone e ha visto il coinvolgimento dell’esercito eritreo e di milizie tribali che appoggiavano il governo etiope contro il Tigray People's Liberation Front (TPLF - Həzbawi Wäyyanä Ḥarənnät Təgray). Il bilancio esatto delle vittime di quella guerra sanguinosa che ha visto molti rovesciamenti di fronti prima della resa tigrina, rimane incerto, con stime molto divergenti provenienti da diverse fonti. Quel che è certo è che per fuggire alla guerra civile etiope i profughi del Tigray si sono in gran parte trovati in trappola nel vicino Sudan, dove è in corso un altro sanguinoso conflitto tra l’esercito golpista e le milizie sue ex alleate.

E in questa faglia sensibile di guerre e odi etnici e tribali, figli della storia, del colonialismo e del neo-colonialismo, che dal 26 gennaio sono ripresi gli scontri tra le Ethiopian National Defence Forces (ENDF) e le Tigray Security Forces (TSF), un gruppo armato formato nel 2020 soprattutto da disertori tigrini dell’esercito etiope e da ex miliziani del TPLF contrari all’accordo di pace con l’Etiopia e che negli ultimi mesi si sono scontrati anche con il combattenti del TPLF. Quasi subito, dalle scaramucce si è passati a vere e proprie battaglie, in particolare nelle aree di Tselemti e Laelay Tselemti, nel nord-ovest dello Stato-regione del Tigray, vicino al confine con l'Amhara. Il primo febbraio le TSF si sono ritirate dall'area di Tselemti.

Sia l’esercito etiope che le milizie tigrine TSF hanno utilizzato droni, artiglieria e altre armi pesanti.
Come se non bastasse, nel sud e nel sud-est della regione del Tigray, vicino al confine con l'Afar, continuano violenti scontri armati tra le TSF e le Tigray Peace Forces, una fazione rivale che si è alleata con il governo etiope per togliere al TPLF quel che resta del Tigray e conquistare la capitale Mekelle.

L'Alto Commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, ha invitato «Tutte le parti ad adottare misure urgenti per la de-escalation, nel contesto della precaria situazione nella regione del Tigray. I recenti scontri tra l'esercito etiope e le forze regionali hanno evidenziato il rischio di un aggravamento della crisi dei diritti umani nel nord del Paese. La situazione rimane estremamente instabile e temiamo che peggiorerà ulteriormente, aggravando la già precaria situazione umanitaria e dei diritti umani nella regione. Occorrono sforzi concertati e costanti da parte di tutte le parti, con l'aiuto della comunità internazionale, per allentare le tensioni prima che sia troppo tardi. Sono urgentemente necessari dialogo politico e misure volte a rafforzare la fiducia, non un rinnovato ricorso alla violenza armata».

Entrambe le parti avrebbero fatto prigionieri, sia durante gli scontri che successivamente, e Türk ha ricordato che «I civili sono di nuovo intrappolati tra crescenti tensioni, con sia il TSF che l'ENDF che, secondo quanto riferito, stanno effettuando arresti per presunta affiliazione alla parte avversa. Questo deve finire. Entrambe le parti devono fare un passo indietro e impegnarsi per risolvere le loro divergenze attraverso mezzi politici. Presunte gravi violazioni o abusi devono essere indagati tempestivamente e in modo indipendente, indipendentemente dai responsabili».

Nella guerra che riesplosa nel cuore di quello che fu l’impero fascista africano, sembrano nuovamente coinvolti anche soldati eritrei, ma questa volta schierati con i ribelli tigrini, dopo la nuova rottura tra Addis Abeba e Asmara per problemi di confine e di accesso al mare. Per questo, l'Alto Commissario Onu si è detto preoccupato per le recenti tensioni Etiopia ed Eritrea, avvertendo che «Rischiano di esacerbare le già gravi sfide umanitarie e in materia di diritti umani in entrambi i Paesi e in tutto il Corno d'Africa».

In un briefing coi giornalisti sulla situazione nel Tigray, la portavoce dell'Alto Commissario, Ravina Shamdasani, ha avvertito che «Nuovi scontri potrebbero scoppiare in qualsiasi momento, con conseguenze disastrose per i civili» e ha rilanciato l’appello a etiopi e tigrini e alle altre parti coinvolte a »Ribadire l'impegno ad aderire all'Accordo di Pretoria, che sancisce la fine delle ostilità, firmato nel 2022. Tra le altre misure volte a rafforzare la fiducia, le parti ostili dovrebbero anche garantire il ritorno degli sfollati interni alle loro case. Si tratta di qualcosa che faceva parte dell'accordo, ma non è andato avanti come avrebbe dovuto».

La Shamdasani ha confermato che «Ci sono state segnalazioni riguardanti la presenza di truppe eritree e l'aumento delle tensioni tra i due Paesi, disaccordi... in particolare riguardo alla situazione nel Tigray. Chiediamo che queste divergenze vengano risolte attraverso il dialogo politico e non ricorrendo alla violenza. Abbiamo tutti visto cosa è successo nel 2020, 2021, quando si è verificato un conflitto in piena regola nella regione del Tigray, che ha causato non sappiamo ancora quante vittime... Non possiamo permetterci un ritorno a situazioni simili».

Ma è proprio quello che sta succedendo nell’indifferenza delle cancellerie occidentali e dell’Italia che sembra essersi completamente scordata delle sue ex colonie.
Intanto, il governo dittatoriale dell’Eritrea ha definito false e deplorevoli le accuse dell'Etiopia di essere intervenuta militarmente oltre confine e di sostenere gruppi armati.
Dopo l’effimera alleanza per reprimere nel sangue la rivolta marxista/indipendentista del Tigray, le tensioni tra i due Paesi sono di nuovo cresciute negli ultimi anni, anche a causa delle iniziative di Addis Abeba per assicurarsi un accesso al Mar Rosso.

Il 3 febbraio, In un discorso al Parlamento primo ministro etiope Abiy Ahmed ha accusato l'esercito eritreo di aver commesso atrocità durante la guerra nel Tigray conclusasi nel 2022 e nella quale etiopi ed eritrei erano alleati contro i tigrini. Abiy ha ammesso per la prima volta che le truppe eritree hanno massacrato numerose persone ad Aksum, accuse che l'Eritrea aveva sempre respinto, anche dopo numerose testimonianze su quello ed altri eccidi di massa.

Abiy ha vinto il premio Nobel per la pace nel 2019 per aver posto fine a una tregua armata al confine con l'Eritrea che durava da 20 anni.. Poii ha scatenato la guerra contro il Tigray, accusato da Addis Abeba di volere troppa autonomia e di essere all’opposizione del regime centrale e da Asmara di appoggiare l’opposizione interna da parte della numerosa popolazione tigrina in Eritrea.

Qualcuno si era chiesto il perché di queste improvvise “rivelazioni” del premier etiope. Pochi giorni dopo si è capito che stava aprendo la strada al suo ministero degli esteri, Gedion Timothewos, che ha accusato l'Eritrea di aver cambiato alleanza nel Tigray, alimentando il timore di una ripresa del conflitto nella regione.

Il 7 febbraio, Timothewos ha inviato una lettera al suo omologo eritreo, Osman Saleh Mohammed, accusando le forze eritree di aver occupato il territorio etiope «per un periodo considerevole» e di fornire assistenza materiale diretta a gruppi ribelli etiopi.

Timothewos ha ammonito il governo eritreo: «Abbiamo chiesto che questa violazione della nostra integrità territoriale e sovranità venisse risolta. Questi ripetuti appelli sono rimasti inascoltati. Il governo eritreo ha invece scelto la strada di un'ulteriore escalation».

L’Eritrea ha subito risposto che «Le accuse palesemente false e inventate contro l'Eritrea, mosse ieri dal Ministro degli Esteri etiope, sono sorprendenti nel tono e nella sostanza, nelle motivazioni di fondo e nell'obiettivo generale. Purtroppo, si tratta dell'ennesimo atto deplorevole che si aggiunge a una serie di campagne ostili contro l'Eritrea che durano ormai da più di due anni. Come sottolineato in precedenza, il governo dell'Eritrea non ha alcuna intenzione o desiderio di impegnarsi in aspre polemiche inutili per gettare benzina sul fuoco e aggravare la situazione».

Intanto, da mesi, ci sono movimenti di truppe al confine dove i due Paesi, tra il 1998 e il 2000, hanno combattuto una guerra sanguinosa per poco più di un fazzoletto di sabbia e sassi e che ha causato la morte di decine di migliaia di persone. Un accordo di pace firmato nel 2018 ha formalmente posto fine al conflitto e ripristinato i rapporti diplomatici tra le due ex colonie italiane. La svolta dei rapporti tra Addis Abeba sembrava arrivata proprio con la guerra del Tigray del 2020/2022, quando i militari eritrei hanno appoggiato sul terreno le truppe federali etiopi contro il Tigray People's Liberation Front.

Ma il nemico comune (che ha mutato pelle e ideologia diventando Tigray Security Forces) è ridiventato amico degli eritrei e l’Etiopia ha da mesi continuato ad accusare Asmara di preparsi alla guerra, coordinandosi con i gruppi ribelli che operano nella regione settentrionale di Amhara, in Etiopia.

Ma dietro questi continui cambi di alleanza c’è soprattutto l’opposizione del governo eritreo al tentativo dell'Etiopia di assicurarsi un accesso al Mar Rosso, anche nel territorio dell’autoproclamata repubblica Somaliland, riconosciuta solo da Israele. L’eterno presidente eritreo Isaias Afewerki (al potere dal 1993) ha più volte detto che questo potrebbe destabilizzare il Corno d'Africa e compromettere le prospettive di cooperazione.

Nell’ottobre 2025, il primo ministro etiope Abiy Ahmed aveva dichiarato di essere alla ricerca di una mediazione internazionale, compresi colloqui con Cina, Russia, Stati Uniti, Unione Africana e Unione Europea, per trovare una soluzione duratura tra Addis Abeba e Asmara. Il ministro degli esteri Timothewos ha ribadito la preferenza dell'Etiopia per il dialogo per porre fine al «Ciclo di violenza e sfiducia che è stato un carattere distintivo delle relazioni tra i due Paesi per oltre mezzo secolo».

Ma il destino del Corno d’Africa potrebbe decidersi nei campi di battaglia insanguinati del Tigray, in città che ricordano le sconfitte e le sanguinose vittorie, i bombardamenti, i massacri e l’iprite che servirono a dare al Re Savoia e a Mussolini un impero che non ha mai avuto pace nemmeno dopo la sua rapida e rovinosa caduta.

Umberto Mazzantini

Scrive per greenreport.it, dove si occupa soprattutto di biodiversità e politica internazionale, e collabora con La Nuova Ecologia ed ElbaReport. Considerato uno dei maggiori esperti dell’ambiente dell’Arcipelago Toscano, è un punto di riferimento per i media per quanto riguarda la natura e le vicende delle isole toscane. E’ responsabile nazionale Isole Minori di Legambiente e responsabile Mare di Legambiente Toscana. Ex sommozzatore professionista ed ex boscaiolo, ha più volte ricoperto la carica di consigliere e componente della giunta esecutiva del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.