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Blocco navale, il ddl approvato dal Governo rischia di essere contrario al diritto internazionale

Il Mediterraneo non merita di diventare un cimitero che ingoia uomini e in cui si seppelliscono le speranze dei popoli
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Il disegno di legge sul cosiddetto “blocco navale” è stato approvato ieri dal Consiglio dei ministri, in 17 articoli che saranno adesso sottoposti all’esame del Parlamento ufficialmente declinati per l'attuazione del Patto Ue sulla migrazione e l'asilo, ma che di fatto si traduce in un’altra stretta al soccorso civile nel Mediterraneo.

Così alla fine il tanto propagandato, ripetuto, minacciato, blandito come una clava mediatica per colpire l’immaginazione dei più poveri culturalmente, i meno attrezzati di strumenti d’informazione adeguati e, in definitiva, un popolo sempre più marginalizzato e impaurito dell’uomo nero cattivo – l’ultimo episodio del Monferrato è una perfetta cartina di tornasole che ci restituisce la dimensione vera di quanto possa essere diffusa tra le persone questa erronea percezione – sta assumendo una dimensione normativa, che secondo le intenzioni del Governo dovrebbe portare a una maggiore percezione di sicurezza.

Proviamo dunque a ripercorrere la strategia adottata negli ultimi anni dal Governo Meloni, incentrata largamente sull’estromissione delle Ong di soccorso marittimo dalle attività collegate al soccorso vero e proprio nel Mediterraneo. Così assistiamo, dopo le limitazioni operative più volte inflitte alle unità di soccorso, l’assurdità dei rientri obbligatori delle unità di soccorso stesse dopo aver compiuto appena un solo salvataggio; l’assegnazione sistematica in porti molto lontani dalle aree nelle quali si sono svolte le attività Sar (search and rescue); le sanzioni comminate a chi presta assistenza e adesso sta per arrivare una new entry: l’interdizione fino a sei mesi dall’ingresso nelle acque territoriali dello Stato, come denunciano le stesse Ong.

Si percepisce immediatamente che si tratta di una misura abnorme, sconosciuta all’ordinamento giuridico internazionale – segnatamente, all’Unclos (United Nations Convention Low of the Sea) – che non contempla limitazioni del genere e per ciò stesso, emergono serie perplessità e molti dubbi inerenti la possibile violazione del diritto internazionale marittimo oltre che, naturalmente, alla vigente Convenzioni sul soccorso in mare, meglio conosciuta come “Hamburg Convention” del 1979, ratificata dal nostro Paese nel 1989 (legge n° 147 del 3 aprile del 1989), mettendo in discussione l’obbligo inderogabile, morale prima ancora che giuridico, di soccorrere e salvare vite umane in mare, come da sempre avviene nella storia dell’umanità.

Dall’attenta analisi del testo del Ddl in esame, viene previsto il blocco navale per casi definiti in modo vago e quindi soggetti ad un’ampia discrezionalità; qualora venisse applicato, abbiamo il ragionevole timore possa produrre meno tutele, più sofferenze per le persone soccorse e meno unità navali di soccorso pronte a intervenire in mare.

Mossi dal desiderio di contribuire a fornire qualche utile informazione per comprendere la natura di questo mirabolante istituto (blocco navale), occorre richiamare che nel diritto internazionale, un blocco navale è una “misura di guerra” finalizzata a bloccare l'accesso marittimo a un territorio. Tuttavia, questa misura deve rispettare precise regole: deve essere dichiarato, imparziale verso le nazioni terze, limitato geograficamente e non deve privare la popolazione civile dei beni di prima necessità (come cibo e medicine). Ci chiediamo se dovremo dichiarare guerra ai barchini carichi di disperati e lasciarli morire annegati sotto gli occhi dei nostri equipaggi militari. I nostri marinai, per fortuna, hanno ben altre radici e ben altri solidi principi, che hanno saputo dimostrare sia in tempo di pace come in guerra: ricordiamo non senza emozione il comandante Salvatore Todaro che a nostro avviso rappresenta un’ottima sintesi.

Dalla lettura complessiva del testo avvertiamo la sensazione via via crescente che quest’insieme di misure che non siano rivolte a governare i flussi migratori delle persone ma, invece, mirino a colpire e bloccare le navi umanitarie delle Ong, contribuendo così all’aumentare del numero delle vittime in mare. Il Mediterraneo non merita di diventare un cimitero che ingoia uomini e in cui si seppelliscono le speranze dei popoli ma dovrà (deve!) ritornare (e restare) ad essere sempre quello che è stato: un ponte di collegamento tra culture e civiltà, una via di speranza e di realizzazione dei desideri degli uomini.

Il disegno di legge che sta per essere presentato in Parlamento rischia, purtroppo, di far diventare l’Italia il primo Stato membro a recepire il nuovo cosiddetto “Patto europeo su migrazione e asilo che, a nostro avviso, contiene in sé i presupposti per attuare un grave passo indietro nelle tutele dei diritti fondamentali dell’uomo; le nuove norme, infatti, sembrano pensate per accelerare procedure di frontiera e rimpatri, ampliano la lista dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri” tra i quali, paradossalmente, vengono inseriti anche Egitto e Tunisia (sic).

Il fondato timore, tuttavia, resta quello di facilitare il trasferimento dei richiedenti asilo verso “Stati terzi” anche in mancanza di legami reali con gli stessi richiedenti. Una via d’accesso preferenziale per i Ctr realizzati in Albania: l’hotspot per l'identificazione a Shëngjin e il centro di trattenimento e Cpr a Gjadër. Una vittoria di Pirro.

Aurelio Caligiore, Ammiraglio Ispettore del Corpo della Guardia Costiera

Da oltre quarant’anni Ufficiale della Marina Militare del Corpo della Guardia Costiera, l’Ammiraglio Ispettore Aurelio Caligiore è da sempre impegnato in attività legate alla tutela dell’ambiente. Nell’ultimo decennio è stato Capo del Reparto ambientale marino delle Capitanerie di Porto (RAM) presso il ministero dell’Ambiente. Attualmente è Commissario presso la Commissione Pnrr-Pniec del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).