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Il martirio di Gaza arriva fino all'evaporazione dei corpi di migliaia di palestinesi

Da Al Jazeera l’inchiesta sull’uso da parte dell’Idf di bombe termobariche, che documenta la scomparsa di 2842 persone di cui non è rimasta alcuna traccia
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Come se l’orrore cui abbiamo assistito nei mesi precedenti non fosse bastato a far comprendere al mondo intero i crimini commessi dall’Idf sulla popolazione inerme di Gaza le cui vittime dichiarate (tardivamente) sono oltre 71.000, si è aggiunto un altro agghiacciante dato: l’evaporazione dei corpi delle vittime palestinesi. Sono state impiegate in molte circostanze armi di nuova concezione denominate “bombe termobariche”, conosciute anche col termine “armi a vuoto”, che funzionano sfruttando l'ossigeno atmosferico per generare un'esplosione ad altissima temperatura e lunga durata, che sprigiona molta più energia termica rispetto agli esplosivi convenzionali.

Il principio sul quale si basa la costruzione di questi ordigni prevede un contenitore di carburante che, dopo la detonazione di una piccola carica iniziale, disperde in atmosfera una nube di combustibile che, reagendo con l'ossigeno circostante, crea un'onda d'urto devastante che causa anche un’ampia zona di depressione. La somma dell’altra temperatura prodotta dall’esplosione insieme alla pressione negativa che si produce nell’area prossima alla deflagrazione ha effetti devastanti sulle persone che vengono sostanzialmente disintegrate, cancellate dalla faccia della terra senza che rimangano loro tracce.

La Protezione civile che opera nella Striscia di Gaza ha dichiarato di aver accertato la sparizione di 2842 palestinesi per così dire “evaporati” e ciò è dovuto all’utilizzo da parte dell’Idf di armi termobariche. Questo terribile racconto scaturisce dall’approfondita inchiesta effettuata dall’emittente “Al Jazeera Arabic” e presentata alla stampa internazionale col titolo “The Rest of the Story”.

Quest’inchiesta ha documentato in modo puntuale l’uso delle bombe termobariche, fatto in molteplici occasioni dai militari israeliani; inoltre, analisti ed esperti del settore, consultati dai giornalisti dell’emittente araba, hanno documentato il Paese di produzione di queste diaboliche armi e raccolto testimonianze di soccorritori e di numerose famiglie di Gaza che hanno subito la “sparizione” di un loro parente subito dopo l’esecuzione di un raid israeliano.

Sono moltissimi gli episodi toccanti raccolti dalla Protezione civile di Gaza, che ha spiegato ai cronisti di emittenti arabe con quali metodologie sono arrivati a documentare la scomparsa di 2842 persone. Hanno tenuto a precisare che non si tratta di una stima ma riguarda un preciso numero: “entriamo in un’abitazione dove c’è stato un attacco e confrontiamo il numero noto di occupanti con i corpi recuperati”;  “se una famiglia ci dice che all’interno c’erano cinque persone e noi recuperiamo solo tre corpi intatti, consideriamo i restanti due come ‘evaporati‘ solo dopo che una ricerca approfondita non ha prodotto altro che tracce biologiche: schizzi di sangue sui muri o piccoli frammenti di resti umani”.

Tra le migliaia di racconti uno in particolare lascia esterrefatti: quello di una donna di Gaza City, che la mattina del 10 agosto 2024 si mette alla ricerca del figlio Saad, frugando tra le macerie della scuola di “al-Rabin” e trova il marito disperato che urla, ma non il figlio. Per giorni l’estenuante ricerca continua ovunque: ospedali, obitori ma. Aggiunge, “non abbiamo ritrovato nulla di Saad”.

L’atrocità massima: non avere nemmeno un corpo da seppellire, un sepolcro sul quale versare le lacrime del proprio dolore: il figlio di questa donna non esiste più.

Le guerre, tutte le guerre, generano atrocità sempre maggiori che, molto spesso, si riversano sugli strati della popolazione che non centrano nulla col conflitto in corso; non possiamo, tuttavia, sottacere che l’uso delle bombe termobariche – i cui sono effetti assimilabili alle temperature prodotte nella deflagrazione atomica delle bombe fatte esplodere su Hiroshima e Nagasaki – rappresentato qualcosa di agghiacciante, che si fa fatica a comprendere per giustificarne l’utilizzo in guerra.

Sul palcoscenico di questo XXI dolorosissimo secolo, l’umanità intera rivive ancora una volta situazioni che credevamo (sbagliando!) consegnate ai libri di storia e fatti sporadicamente riemergere nella memoria collettiva dai filmati girati dalle truppe di liberazione, che entrarono nei terribili campi di concentramento nazisti. Pensare che oggi si possano ripetere gli stessi orrori del recente passato, e per giunta, da parte di un popolo che quegli orrori li ha patito più di ogni altro, genera in tutti noi un senso infinito di sconforto: possiamo solo sperare che la Pietas umana potrà lentamente diluirlo.

Aurelio Caligiore, Ammiraglio Ispettore del Corpo della Guardia Costiera

Da oltre quarant’anni Ufficiale della Marina Militare del Corpo della Guardia Costiera, l’Ammiraglio Ispettore Aurelio Caligiore è da sempre impegnato in attività legate alla tutela dell’ambiente. Nell’ultimo decennio è stato Capo del Reparto ambientale marino delle Capitanerie di Porto (RAM) presso il ministero dell’Ambiente. Attualmente è Commissario presso la Commissione Pnrr-Pniec del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).