
Nel mondo ci sono 887 milioni di persone a rischio povertà a causa della crisi climatica

WUHAN – L’attuale crisi ambientale è fondamentalmente una crisi sistemica che da più di un decennio incrocia sfide ambientali globali che intersecano, clima, povertà e la qualità dei nostri suoli e più in generale i nostri habitat naturali. Dunque questa crisi richiede urgentemente risposte ambiziose e integrate. Siamo in presenza di una relazione letale che riguarda strettamente la povertà e i rischi climatici. È importante fare riferimento al nuovo rapporto delle Nazioni Unite Programma di Sviluppo (UNDP) intitolato 2025 Global Multidimensional Poverty Index Report “Overlapping Hardships: Poverty and Climate Hazards”.[1]
Il dato che impressiona maggiormente è che 887 milioni di persone sono particolarmente esposte a una povertà definita multidimensionale dove cioè il pericolo climatico ha degli impatti evidenti attraverso fenomeni meteorologici estremi. A guardare da vicino l’analisi mette in evidenza che ben 651 milioni di persone affrontano due o più pericoli climatici allo stesso tempo e ben 309 milioni affrontano tre o quattro pericoli nella stessa posizione geografica. Perciò, siamo di fronte a una tempesta perfetta, dove di fianco a carenza di servizi sanitari e accesso all’educazione, stress di carattere ambientale si aggrava decisamente il quadro delle vulnerabilità socioeconomiche mettendo a repentaglio ogni qualsivoglia iniziativa di creare condizioni per lo sviluppo sostenibile. Altresì, è da notare che in Asia meridionale e Africa subsahariana si trovano i principali hotspots nei quali la gran parte della popolazione vive in condizioni di povertà e sotto minacce climatiche di vario tipo. Di fatto la situazione potrebbe migliorare notevolmente se le strategie di sviluppo fossero integrate con mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Questo deve essere considerato come un imperativo di carattere politico strategico. In questa linea politica, il ruolo del multilateralismo e della cooperazione globale è chiamato a generare risultati importanti in una chiave di lettura relativa alla protezione dell’ambiente.
In tal senso, risulta importante evidenziare la pubblicazione del Report Annuale del Programma Ambientale delle Nazioni Unite, intitolato UNEP Our Planet, Our Purpose 2025.[2] Questo report offre una prospettiva molto pratica con una visione più ottimistica poiché mette in evidenza il fatto che la cooperazione internazionale, nonostante un quadro geopolitico caratterizzato da forti tensioni, continua a produrre i risultati positivi. In particolare, il report mette in evidenza la creazione di nuovi organismi scientifici che affiancano i decisori pubblici nella lotta contro l’inquinamento dei rifiuti. Inoltre, quest’ultimo importante risultato è da affiancare al fatto che la cooperazione è stata in grado di realizzare il Trattato sull’Alto Mare noto anche come accordo sulla biodiversità al di fuori della giurisdizione nazionale (o “BBNJ”)[3] oltre 170.000 km² di spazi naturali protetti o sotto gestione sostenibile, con benefici attesi per oltre 2 milioni di persone.[4] Sono stati fatti notevoli progressi nel monitoraggio e nella riduzione delle emissioni di metano da settori energetici e industriali. Dunque, si può notare che la cooperazione multilaterale genera azioni che concretamente si traducono in impatti positivi per ambiente e comunità, se adeguatamente sostenute da volontà politica e risorse finanziarie. Per invertire la rotta, l’utilizzo sostenibile del suolo è sempre più centrale nella salute complessiva del pianeta per affrontare in modo particolare problematiche relative alla siccità, protezione della biodiversità, contrasto alla desertificazione, e aumento della resilienza climatica.
Secondo il parere della United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD)[5], questa crisi planetaria richiede un utilizzo intelligente delle energie rinnovabili e il ripristino immediato degli ecosistemi in modo integrato. In particolare, il vice segretario esecutivo dell’UNCCD Andrea Meza, commentando i risultati del rapporto elaborato dall’International Institute for Sustainable Development (IISD) in collaborazione con l’UNCCD e con l’United Nations University (UNU), con il sostegno dell’Unione Europea “A Natural fit. Renewable energy and Sustainable Land Management 2025”[6], ha osservato che: “Esistono modi per implementare tecnologie in diversi contesti, garantendo al contempo la sicurezza alimentare e idrica e proteggendo la biodiversità. È possibile ridurre gli impatti negativi e ottenere quelli positivi se iniziamo a mettere in atto piani integrati di utilizzo del territorio come parte della strategia per l’implementazione di queste tecnologie”. Occorre dunque sostenere le comunità rurali per raggiungere un livello più alto di salute del suono attraverso progetti e ricerche che non mirano solo a mitigare le emissioni. È pertanto necessario un cosiddetto natural fit tra transizioni energetiche e gestione sostenibili del territorio poiché questo rappresenta una opportunità doppia. In pratica, da un lato occorre ridurre la vulnerabilità delle popolazioni più colpite, mentre dall’altro lato è necessario creare nuove vie di sviluppo verde rafforzando fermamente la resilienza ambientale. In questa prospettiva, occorre adottare una visione sistemica che permette di porre in relazione clima, rischio socioeconomico e crisi ecologica. Alla luce di quanto affermato, i rapporti dell’ONU e IISD convergono sul fatto che non possiamo combattere il cambiamento climatico isolatamente da povertà e degrado del suolo. “Il punto di partenza era: come possiamo garantire che l’espansione delle energie rinnovabili non vada a discapito della gestione sostenibile del territorio e dei nostri sforzi per arrestare il degrado del suolo a livello globale? Quali sono le strategie principali per garantire che i nuovi impianti di energia rinnovabile non portino al degrado del suolo?”, ha spiegato Stefan Jungcurt, responsabile degli indicatori dell’IISD e coautore del rapporto. In quest’ottica le soluzioni più efficaci sono quelle che saranno in grado di integrare politiche su ambiente, sviluppo e progresso sociale in quanto considerate come capaci di generare benefici sia per le comunità che per gli ecosistemi naturali. In conclusione, si può sostenere che viviamo in un mondo in cui la maggior parte dei poveri è esposto a impatti climatici negativi e dove la salute del suolo determina la qualità della vita delle persone in modo evidente. Non basta una strategia settoriale frammentata e isolata. Di fianco a una visione sistemica, è sempre più che mai necessaria una cooperazione internazionale orientata verso una transizione equa e verde a livello globale.
Oggi, le energie rinnovabili rappresentano circa il 30% del mix energetico globale, con l’energia solare che cresce più rapidamente, raddoppiando la propria capacità ogni tre anni.[7] Questo slancio ha una dimensione territoriale. Le tecnologie delle energie rinnovabili interagiscono con i sistemi territoriali in modi complessi, influenzando la salute e la produttività del territorio, la fornitura di servizi ecosistemici e i risultati socioeconomici locali. Molte energie rinnovabili richiedono più terra rispetto ai combustibili fossili se si tiene conto delle centrali energetiche, della spaziatura e delle infrastrutture necessarie.
Il rapporto menziona che l’energia solare richiede circa il doppio dell’impronta di suolo rispetto all’elettricità prodotta dal carbone e che l’energia eolica può richiedere fino a 12 volte di più, soprattutto a causa della distanza tra i pannelli e le turbine.[8] Tuttavia, il terreno tra questi componenti può spesso essere utilizzato in modo proficuo e un’impronta più ampia non deve necessariamente tradursi in un degrado del terreno o in conflitti sull’uso del suolo. I rischi sorgono quando l’espansione delle energie rinnovabili è guidata solo da obiettivi energetici e le considerazioni relative al territorio arrivano in ritardo. “Il rapporto è una risposta congiunta alle sfide sovrapposte del cambiamento climatico, del degrado del suolo, della desertificazione e della povertà energetica. L’energia pulita e la gestione sostenibile del suolo non devono necessariamente competere per lo spazio o le risorse. Un sistema di energia rinnovabile ben progettato può funzionare in armonia con il suolo piuttosto che in contrasto con esso”, ha affermato Emmanuel Cheo, capo ad interim della Divisione Cooperazione Panafricana e Tecnologie Educative presso il Vice-Rettorato dell'Università delle Nazioni Unite in Europa.
In linea con la neutralità del degrado del suolo, “sono state sviluppate molte metodologie per evitare e ridurre al minimo gli impatti negativi. È molto importante integrare queste considerazioni nella fase iniziale di pianificazione. Abbiamo anche scoperto che il funzionamento degli impianti solari fotovoltaici può migliorare le condizioni del suolo e il microambiente, ma è fondamentale un quadro politico integrato e allineato”, ha affermato Jinlei Feng, responsabile del programma dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA). I paesi possono invertire il degrado del suolo scegliendo con cura le ubicazioni per gli impianti solari ed eolici o adottando approcci bioenergetici quali la raccolta di specie invasive o la coltivazione di materie prime su terreni marginali o degradati. Ad esempio, i sistemi di energia solare possono favorire il ripristino del suolo fornendo ombra o protezione dal vento, fornendo energia pulita e promuovendo al contempo la salute del suolo e la crescita della vegetazione sotto i pannelli solari. “I paesi stanno cercando di decarbonizzare le loro economie, soddisfare la crescente domanda di energia e, allo stesso tempo, rispettare gli impegni assunti nell’ambito delle tre Convenzioni di Rio. La buona notizia è che l’energia rinnovabile e la gestione sostenibile del territorio non sono in competizione tra loro. Possiamo evitare, ridurre e invertire il degrado del suolo mentre implementiamo le energie rinnovabili”, ha affermato il dottor Barron J. Orr, capo scienziato dell'UNCCD. Un punto chiave del rapporto è che i sistemi di doppio utilizzo del suolo daranno risultati solo se saranno presenti le condizioni giuste: coordinamento tra i settori, governance e quadri normativi chiari, finanziamenti e incentivi. Il coinvolgimento della comunità e lo sviluppo delle capacità contribuiscono a garantire che le persone che lavorano la terra possano influenzare l’ubicazione e la progettazione dei progetti, partecipare alla loro attuazione e condividere equamente i posti di lavoro, l’accesso all'energia e altri benefici. Dobbiamo essere consapevoli che tutto ciò rappresenta un connubio possibile.
Con la prossima COP17 dell’UNCCD pronta a mettere al centro i pascoli e le aree rurali, il messaggio è particolarmente attuale: i territori che sostengono le comunità rurali e pastorali possono anche ospitare sistemi di energia rinnovabile ben progettati, rafforzando resilienza e sicurezza alimentare senza aumentare la pressione sugli ecosistemi. Se pianificata con visione sistemica, la transizione energetica può diventare non solo una risposta alla crisi climatica, ma anche uno strumento concreto per arrestare il degrado del suolo e promuovere uno sviluppo rurale sostenibile.
[1] https://hdr.undp.org/system/files/documents/global-report-document/mpireport2025en.pdf
[2] https://wedocs.unep.org/items/7f7ba2ae-c408-461e-91e7-b72146917ec6
[3] United Nations, Agreement under the United Nations Convention on the Law of the Sea on the Conservation and Sustainable Use of Marine Biological Diversity of Areas Beyond National Jurisdiction, A/CONF.232/2023/4, 19 June 2023, New York. Entered into force on 17 January 2026
[4] See note 2
[5] United Nations, United Nations Convention to Combat Desertification in those Countries Experiencing Serious Drought and/or Desertification, Particularly, in Africa, opened for signature 14 October 1994, Paris, 1954 UNTS 3 (entered into force 26 December 1996), UN Doc A/AC.241/27
[6] www.iisd.org/publications/report/renewable-energy-land-management
[7] ibid
[8] ibid





