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Il sanguinoso stallo della Libia, pronta ad esplodere di nuovo

I migranti in Libia vittime di un modello di business violento fatto di violazioni e abusi sistemici
 |  Approfondimenti

I mille morti annegati nel mare in tempesta del ciclone Harry sembrano fantasmi di cui non parlare, mediaticamente sepolti e scordati sotto la frana di Niscemi e la vicenda della Sea-Watch viene usata dal governo come clava per la campagna referendaria, riuscendo a fare propaganda anche su quelli che in realtà sono errori e responsabilità del trio Salvini-Meloni-Piantedosi.

Nell’Italia che ignora i morti e insulta chi difende la vita, viene però ignorato anche il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove si è discusso di Libia e non certo in termini di “porto sicuro” come lo descriveva Matteo Salvini al tempo della sua catastrofica esperienza da ministro degli interni, Mentre in Libia il processo politico per uscire dal caos sanguinoso innescata dalla caduta del regime di Muʿammar Gheddafi nel 2011 è ancora in stallo e le pressioni di gruppi armati e fazioni politiche a livello nazionale aumentano, il Consiglio di sicurezza si è riunito per cercare di rispondere alle richieste di promuovere l'unità, la stabilità e le elezioni in Libia.

L’Onu ricorda che dalla rivolta del 2011 appoggiata dai Paesi occidentali – Italia berlusconiana a allora ministro della div fesa Ignazio Larussa compresi - «I successivi sforzi per stabilire una governance unitaria in Libia sono stati indeboliti dalla frammentazione istituzionale e dalla competizione tra autorità. Nonostante un cessate il fuoco del 2020 che abbia ridotto le ostilità su larga scala, persistono le divisioni tra amministrazioni rivali, mentre la mediazione guidata dalle Nazioni Unite attraverso l’United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL) continua a cercare un accordo su basi costituzionali e un quadro elettorale attraverso la Roadmap Politica» che si prefigge tre obiettivi principali: concordare le regole elettorali per tenere elezioni presidenziali e parlamentari, formare un governo unificato e avviare un dialogo nazionale inclusivo per affrontare questioni chiave come la governance, l'economia, la sicurezza e la riconciliazione.

Hanna Serwaa Tetteh, La rappresentante speciale del Segretario generale dell’Onu per la Libia e capo dell'UNSMIL, ha però detto al Consiglio di sicurezza che «Non si è registrato alcun progresso significativo tra la Camera dei rappresentanti e l'Alto Consiglio di Stato (I due governi che si contendono la Libia, ndr) nel completamento delle prime due fasi della Roadmap, nonostante gli sforzi dell'UNSMIL» e ha avvertito che «Questa situazione di stallo ha ulteriormente eroso la credibilità di entrambe le istituzioni e rafforzato la percezione pubblica che siano incapaci o non disposte a completare le tappe fondamentali necessarie per le elezioni».

Questo ha spinto la Tetteh a consultare un piccolo gruppo di leader libici per risolvere le questioni cruciali, ma ha ammesso che «Se questo gruppo non dovesse raggiungere un accordo, sarà necessaria una convocazione più ampia per portare avanti l'attuazione della Roadmap». Secondo la responsabile dell’UNSMIL, «La situazione in Libia si sta deteriorando. Ci sono autorità costituzionali concorrenti che operano parallelamente a Tripoli e Bengasi, producendo sentenze contraddittorie e controversie sull'amministrazione giudiziaria che mettono a rischio l'efficacia del sistema giudiziario. In ultima analisi, ciò ostacolerebbe anche il processo politico facilitato dalle Nazioni Unite».

E nella nostra ex colonia le difficoltà economiche si stanno aggravando con svalutazione, 'aumento dei prezzi, carenza di carburante e crescente malcontento, «Con la spesa pubblica non coordinata e il calo delle entrate petrolifere che determinano squilibri valutari e pressioni sulle riserve. La svalutazione del dinaro di circa il 14,7% decisa dalla Banca Centrale il 18 gennaio sta riducendo il potere d'acquisto delle famiglie vulnerabili». Nonostante l’ormai dimenticata promessa di Giorgia Meloni di inseguire i trafficanti di uomini in tutto il globo terraqueo e le più recenti promesse di combattere una mafia dei profughi che sembra saldamente in mano agli alleati libici dell’Italia, per quanto riguarda la sicurezza, la Tetteh ha affermato che «Le reti criminali transnazionali stanno prosperando. La Libia è diventata un importante snodo di transito per il traffico di droga legato al traffico di armi e di esseri umani. Chiedo un'azione decisa da parte delle autorità libiche per assicurare i responsabili alle loro responsabilità». Ha anche segnalato le continue uccisioni mirate, tra cui l'uccisione di Saif al-Islam Gheddafi il 3 febbraio.

Rivolgendosi al Consiglio di sicurezza Onu, Ahmed Albibas, presidente dell'organizzazione della società civile Moomken Organization for Awareness and Media, ha detto che «Dal 2011 siamo intrappolati in un ciclo di speranza e delusione. Oggi, molti libici stanno perdendo fiducia nei processi politici […] perché si ripetono senza risultati. Nonostante il cessate il fuoco del 2020, le armi sono diffuse in Libia e il cittadino medio ha paura. Il popolo libico sta ribollendo sotto la superficie e non sappiamo quando esploderà di nuovo, come è successo nel 2011. In un Paese ricco di petrolio, il salario minimo è sceso a 135 dollari al mese, spingendo i giovani verso l'economia informale e la criminalità organizzata. In tale contesto, è importante il lavoro svolto dai gruppi della società civile. Non competiamo per il potere, difendiamo e sosteniamo il popolo. Tuttavia, lo Stato libico si rifiuta di offrire ai gruppi della società civile tutele legali e continua a imporre loro complesse restrizioni finanziarie. Chiedendo regole chiare per disciplinare le attività della società civile. Aiutateci a passare dalla gestione della crisi alla costruzione dello Stato».

Dopo aver ascoltato gli interventi dei delegati dei membri permanenti e di quelli provvisori del Consiglio di sicurezza dell’Onu (alcuni dei quali pesantemente coinvolti nel caos libico e complici delle fazioni in lotta) il delegato del governo libico di Tripoli – riconosciuto dalla comunità inter nazionale - ha ribattuto con parole durissime, mettendo tutti di fronte a una scomodissima realtà: «Oggi rimaniamo in un circolo vizioso in cui le interferenze esterne sono aumentate e le guerre per procura [...] si sono moltiplicate. Sono trascorsi 15 anni da quando il Consiglio ha agito sul Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite con la pretesa di proteggere i civili. Le risorse vengono saccheggiate e noi veniamo manipolati con la scusa delle sanzioni. Ogni volta che la Libia compie progressi verso la stabilità, come attraverso il processo diplomatico dell'Unione Africana, le azioni di "ignoti" sembrano trascinare nuovamente il Paese nel caos. Bisogna passare da negoziati prolungati a una fase che porti a risultati chiari, vincolanti e tangibili. Qualsiasi processo politico, incluso il Dialogo Strutturato, deve essere chiaramente ed esplicitamente orientato a porre fine alla transizione politica, senza riciclarla o sostituirla con nuove transizioni". Le elezioni devono tenersi entro un lasso di tempo concordato, con il sostegno della comunità internazionale e la supervisione delle Nazioni Unite. E’ tempo che il Consiglio corregga i suoi errori passati, rispetti la volontà del popolo libico di prendere in mano la situazione, o lasci la Libia in pace dopo il fallimento di tutti questi anni».

Sul tavolo dei 15 ambasciatori del Consiglio di sicurezza c’era anche il rapporto “Business as usual” pubblicato poche ore prima dall’United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL) e dell’Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights (OHCHR), dal quale viene la conferma che «Migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Libia sono soggetti a spietate e sistematiche violazioni e abusi dei diritti umani, tra cui uccisioni, torture, violenze sessuali e tratta di esseri umani».

Il rapporto rileva che «I migranti vengono catturati e rapiti da reti criminali di trafficanti, spesso legate alle autorità libiche, e da reti criminali all'estero» e descrive come vengano «Separati dalle loro famiglie, arrestati e trasferiti in centri di detenzione senza un giusto processo, spesso sotto la minaccia delle armi, in quella che equivale a una detenzione arbitraria. Durante la detenzione, i migranti sono regolarmente sottoposti a terribili violazioni e abusi, tra cui schiavitù, tortura, maltrattamenti, lavoro forzato, prostituzione forzata e altre forme di violenza sessuale, riscatti, estorsioni, nonché confisca e rivendita dei loro beni e documenti di identità».

Il rapporto copre il periodo da gennaio 2024 a dicembre 2025 e denuncia «Un modello di sfruttamento che sfrutta migranti, richiedenti asilo e rifugiati in situazioni di elevata vulnerabilità che è diventato la solita routine, una realtà brutale e normalizzata». I migranti intervistati nel rapporto hanno anche descritto terribili tentativi di attraversare il Mediterraneo centrale: «Le intercettazioni da parte di attori libici sono state spesso pericolose e hanno comportato minacce, manovre azzardate e un uso eccessivo della forza, mettendo a rischio la vita delle persone. Le persone intercettate vengono spesso rimpatriate forzatamente in Libia, dove rischiano di subire lo stesso ciclo di abusi».

Inoltre, il rapporto denuncia le frequenti espulsioni collettive dalla Libia verso altri Paesi, in violazione del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto dei rifugiati, e invoca le tutele previste dalla Convenzione dell'Unione Africana sui Rifugiati: «Le espulsioni e le deportazioni forzate avvengono senza esaminare il caso di ciascun individuo, violando il divieto di espulsioni collettive, negando il diritto di chiedere asilo e la protezione e l'assistenza dei diritti umani, ed esponendo gli individui al rischio di respingimento. Coloro che vengono espulsi lungo i confini sono spesso lasciati in condizioni di pericolo di vita, senza accesso ad acqua, cibo e assistenza sanitaria.

Presentando il rapporto, l'Alto Commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, ha detto che «Non ci sono parole per descrivere l'incubo senza fine in cui queste persone sono costrette, solo per alimentare la crescente avidità dei trafficanti e di coloro che detengono il potere traggono profitto da un sistema di sfruttamento». La Tetteh ha confermato che «Questo “modello di business” abusivo sfrutta individui in situazioni di elevata vulnerabilità, mentre i centri di detenzione diventano terreno fertile per gravi violazioni dei diritti umani».

Andando in direzione contraria a quel che fa il governo italiano, il rapporto invita le autorità libiche a «Rilasciare immediatamente tutti coloro che sono arbitrariamente detenuti nei centri di detenzione ufficiali e non ufficiali, a porre fine alle pericolose pratiche di intercettazione e a depenalizzare l'ingresso, la permanenza e l'uscita irregolari dal Paese. E’ inoltre fondamentale porre fine a tutte le forme di schiavitù moderna, lavoro forzato e tratta di esseri umani e garantire l'accertamento delle responsabilità per le violazioni e gli abusi dei diritti umani». Türk e Tetteh hanno sottolineato anche «L'importanza delle operazioni di ricerca e soccorso in mare, fondamentali per salvare vite umane».

Il rapporto si chiude con una forte critica che sembra rivolta a governi come il nostro: «la comunità internazionale, compresa l'Unione Europea, a istituire una moratoria sulle intercettazioni e sui respingimenti in Libia finché non saranno garantite adeguate garanzie per i diritti umani. Dovrebbero inoltre applicare rigorosamente la dovuta diligenza in materia di diritti umani a tutti i finanziamenti, la formazione, le attrezzature, la tecnologia e la cooperazione che coinvolgono entità libiche credibilmente implicate in gravi violazioni e abusi dei diritti umani. L’assistenza tecnica e finanziaria dovrebbe essere strettamente subordinata al rispetto dimostrato e costante degli standard internazionali sui diritti umani e non dovrebbe procedere laddove tale conformità non venga rispettata».

Umberto Mazzantini

Scrive per greenreport.it, dove si occupa soprattutto di biodiversità e politica internazionale, e collabora con La Nuova Ecologia ed ElbaReport. Considerato uno dei maggiori esperti dell’ambiente dell’Arcipelago Toscano, è un punto di riferimento per i media per quanto riguarda la natura e le vicende delle isole toscane. E’ responsabile nazionale Isole Minori di Legambiente e responsabile Mare di Legambiente Toscana. Ex sommozzatore professionista ed ex boscaiolo, ha più volte ricoperto la carica di consigliere e componente della giunta esecutiva del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.