
Dopo il terzo round sul nucleare, ora la diplomazia tra Usa e Iran prova a passare dai combustibili fossili

Si è concluso a Ginevra il terzo round dei colloqui tra Usa e Iran con la mediazione diplomatica del ministro degli Esteri del Sultanato dell’Oman, Badr Albusaidi, che ha annunciato il raggiungimento di “significativi progressi” nel corso di quest’ultimo incontro negoziale; inoltre, emerge la conferma che le delegazioni di Washington e Teheran si incontreranno per ulteriori “colloqui tecnici” la prossima settimana a Vienna. Questo risultato segna un successo nel dimostrare che è ancora vivo il desiderio di trovare (o almeno tentare seriamente) di percorrere la via maestra della diplomazia anche se tutto ciò avviene in un contesto di crescente tensione.
Nel mentre le delegazioni diplomatiche si incontrano e si confrontano a Ginevra, assistiamo ad una contromossa di Teheran che non sembra rientrare esattamente nei canoni della diplomazia; infatti, fonti iraniane hanno fatto trapelare che la Repubblica Islamica dell’Iran sta cercando di offrire importanti incentivi economici - inclusi investimenti nelle sue riserve di petrolio e nei suoi giacimenti di gas - per convincere il presidente Donald Trump a evitare d’innescare uno scontro armato nella regione. L’autorevole testata inglese Financial Times riporta questa notizia e spiega che l’Iran cercherà di sfruttare la propensione di The Donald per gli accordi economici vantaggiosi, offrendo un accordo conveniente per gli Stati Uniti. Appare fin troppo evidente che una proposta del genere sarebbe specificamente indirizzata al presidente – sensibilissimo ai business – e diventerebbe un'importante manna economica in termini di petrolio, gas e diritti su minerali rari.
Sul fronte interno, nelle ultime ore, il presidente Trump ha assistito ad un briefing sulle opzioni militari attuabili in Iran da parte dell'ammiraglio Brad Cooper, comandante del “Central Command”, figura apicale del dispositivo militare americano nell’area del Golfo Persico. Rileva evidenziare che diverse fonti statunitensi hanno riportato che all’incontro era presente anche il capo dello Stato maggiore congiunto (l’equivalente del capo di Stato maggiore della Difesa italiano), Dan Caine, che qualche giorno fa aveva riportato al presidente i malumori serpeggianti tra i vertici delle Forze armate qualora l’amministrazione trumpiana arrivasse a ordinare l’attacco militare diretto sul campo.
Un passaggio saliente e che merita di essere riportato riguarda il fatto che, al tavolo delle trattative, gli iraniani hanno presentato la loro bozza di proposta per un accordo nucleare alla presenza di Al-Busaidi e del direttore generale dell'Aiea (l’Agenzia internazionale per l'energia atomica), Rafael Grossi, segno evidente che le trattative si sono svolte in una cornice di fattiva collaborazione con gli organismi preposti al controllo sul nucleare e a garanzia della serietà con la quale le due delegazioni stanno procedendo.
In definitiva, possiamo affermare che non è ancora stata detta l’ultima parola prima di passare allo scontro armato; infatti, entrambi le parti sono ben consapevoli che la guerra non sarebbe né facile né di breve durata. Anche se Israele resta pronto a entrare nel teatro di guerra e ad intervenire al minimo segnale, come ha sempre fatto, questa volta però ha la netta consapevolezza – per averla già sperimentata – che l’Iran ha denti aguzzi in grado di mordere anche il suo territorio e, questa volta, il conflitto non si risolverebbe attraverso bombardamenti tattici, com’è accaduto nel recente passato, ad esempio, con la Siria e il Libano.
Piaccia o non piaccia, anche senza (si spera!) arma atomica, l’Iran resta una seria potenza militare e coi bagliori di guerra che si accendono quasi quotidianamente ovunque nel mondo, sarebbe assai saggio per tutti evitarne altre.





