
Non solo petrolio: il premio Nobel Krugman spiega perché la guerra in Iran mette a rischio l’economia mondiale

La principale minaccia della guerra all’economia globale non è la scarsità di petrolio, ma il riproporsi di schieramenti contrapposti, la strozzatura delle reti di approvvigionamento e la poca solidità dei sistemi finanziari. A sostenerlo è il premio Noble Paul Krugman nella riflessione pubblicata all’indomani del bombardamento statunitense e israeliano sull’Iran. Rispetto alla crisi energetica del 1979, scrive, oggi l’economia globale è meno vulnerabile rispetto a un eventuale shock petrolifero. È vero, i conflitti in Medio Oriente possono ancora causare volatilità dei prezzi, ma l’intensità energetica, ovvero la quantità di petrolio necessaria per produrre un’unità di Pil, è drasticamente diminuita in questi ultimi decenni grazie all’aumentata efficienza dei motori e allo sviluppo delle rinnovabili. Scrive il premio Nobel: «L’economia statunitense ha triplicato le sue dimensioni, ma il consumo di petrolio è rimasto pressoché invariato rispetto alla fine degli anni ‘70. Come ci siamo riusciti? Tra le altre cose, la resa chilometrica delle automobili è quasi raddoppiata. Inoltre, il gas naturale a basso costo ha sostituito il petrolio in molti usi, ad esempio nel riscaldamento domestico, e anche le energie rinnovabili stanno iniziando a incidere. La ridotta intensità petrolifera del Pil statunitense significa che, anche se l’attuale guerra causasse un aumento consistente e prolungato dei prezzi del petrolio, il danno economico sarebbe minore rispetto a quello che avrebbe causato un aumento simile alcuni decenni fa».
L’economista statunitense spiega che l’attuale pressione inflazionistica legata ai conflitti non deriva solo dal costo del petrolio, ma dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento e dalla logistica globale (come le minacce alle rotte marittime, in primis oggi quella riguardante lo Stretto di Hormuz). Oggi le guerre colpiscono i chip e i componenti tecnologici tanto quanto il greggio e il vero rischio è legato alla frammentazione geoeconomica. E una condizione di finanze pubbliche che non sono più salutari di quelle di cinquant’anni fa, anzi. «Nel 1979 il sistema finanziario statunitense era ancora altamente regolamentato, quindi c’era poco spazio per gravi corse agli sportelli bancari e altre perturbazioni», scrive Krugman. «Oggi molti osservatori mettono in guardia sui potenziali rischi per la stabilità finanziaria, in particolare quelli derivanti dal credito privato. La guerra con l'Iran potrebbe innescare una crisi finanziaria più ampia? Non lo so, ma non mi sembra allarmistico preoccuparsene. Inoltre, la guerra potrebbe far scoppiare una bolla speculativa?». La risposta è in tabella che Krugman pubblica insieme al suo articolo e che mostra il rapporto prezzo/utili dell’indice S&P 500, che era basso nel 1978 ma ora è molto alto. «Queste valutazioni elevate saranno sostenibili se le conseguenze della guerra causeranno danni economici significativi?»
Infine, scrive Krugman, «un aspetto che non ho visto sottolineare da molti osservatori è che il Medio Oriente moderno svolge oggi un ruolo importante nell'economia mondiale che va oltre il suo status di principale fonte di petrolio. Dubai, in particolare, è un nodo importante nel sistema finanziario globale, oltre ad ospitare molte persone estremamente ricche che pensavano di aver trovato un rifugio sicuro. Un indicatore di questo cambiamento di status è la trasformazione dell’aeroporto internazionale di Dubai in uno dei più importanti hub di viaggio al mondo».
È vero che l’economia mondiale può sopravvivere a uno scock petrolifero, ma altri fattori che stanno emergendo sono da allarme rosso. «Nella misura in cui la guerra compromette questo nuovo ruolo della regione, ciò costituirà un ulteriore rischio per l’economia mondiale», scrive il premio Nobel per l’economia. Che conclude così la sua riflessione: «Non voglio fare previsioni catastrofiche, ma temo che le persone siano troppo compiacenti riguardo ai rischi economici che questa guerra comporta».





