Skip to main content

Meno fiori più salario. Le donne guadagnano il 25% in meno, e c’è anche il green gender gap

In Italia sono 1,3 milioni le donne che vorrebbero lavorare ma non riescono a farlo perché impegnate nella cura della famiglia, della casa, degli anziani
 |  Approfondimenti

Vogliamo le rose, ma anche il pane. Il nuovo secolo è già arrivato a un quarto del suo cammino, ma ancora i divari salariali fra uomini e donne, tra lavoratori e lavoratrici, restano marcati. Se sei donna il tuo lavoro vale meno, non è un giudizio di merito ma un dato di fatto. Nel 2023 l’Unione europea ha approvato la direttiva 970 con l’obiettivo di rafforzare, e rendere strutturale, il principio della parità di salario tra uomini e donne a parità di mansioni. Il totem da abbattere è il ‘gender pay gap’, contrastando tutte le forme di discriminazione retributiva. Chi è più debole economicamente è più ricattabile, alla mercé di sfruttatori senza scrupoli, costretto ad accettare lavori inadeguati alle proprie capacità e titoli di studio, in un’epoca in cui l’ascensore sociale si è drammaticamente fermato al piano terra. Fra gli economicamente fragili, le donne sono ancora più penalizzate degli uomini. Parafrasando Orwell, tutti i lavoratori sono uguali ma i maschi sono più uguali degli altri. Nei 27 paesi dell’Unione europea - puntualizza Eurostat - il ‘gender pay gap’ medio è del 12,7%. Mentre in Italia, secondo l’ultimo Rendiconto di genere dell’Inps, la media si aggira intorno al 25%. Sono differenze di stipendio che si traducono nella maggiore difficoltà per le lavoratrici ad arrivare a fine mese rispetto ai lavoratori, in un panorama generale già di per sé drammatico per chiunque debba lavorare per vivere. Effetto diretto di questa sperequazione l’importo della pensione, dove le differenze di genere arrivano a toccare il 40%. Una penalizzazione drammatica, in una stagione della vita in cui alla fragilità dell’età avanzata si aggiungono le preoccupazioni per non riuscire a sostenere le spese quotidiane, comprese le cure salvavita.

Se la direttiva dell’Unione europea prova a mettere una pezza alle differenze salariali uomo-donna, il governo italiano non sembra sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda. A quattro mesi dall’obbligo di recepire la 970/2023, il Consiglio dei ministri ha approvato solo una bozza di decreto, cercando di correre ai ripari prima che Bruxelles intervenga e sanzioni Roma. I sindacati sono però critici, denunciano che Meloni & c ascoltano molto il mondo delle imprese, spaventato da un aumento dei costi e dei contenziosi, e molto poco le indicazioni delle parti sociali. Contrastare ogni forma di discriminazione retributiva da queste parti è una fatica di Sisifo, con il rischio che tutto resti come prima, a partire dal diritto all’informazione per chi lavora. Il ‘gender pay gap’ non si basa solo sulle semplici differenze di salario per uno stesso lavoro, anche su un pregiudizio culturale: le donne vengono pagate meno perché il loro è un lavoro di serie b, per arrotondare i bilanci familiari, l’occupazione principale resta la cura della casa e della famiglia. A riprova la grande maggioranza dell’occupazione femminile deve scontare il deficit dato dal part-time volontario e/o, sempre più spesso, involontario. Così nel mercato del lavoro, dove le donne sono il 51% della popolazione in età lavorativa (15–64 anni), la componente femminile è solo il 42,1% degli occupati; il tasso di occupazione femminile è al 53,3% e quello di inattività al 42,4% (elaborazione Odm su dati Istat). A pesare sono, appunto, anche i carichi di cura: il 70% del lavoro non retribuito ricade sulle donne; il part-time è femminile nel 76,2% dei casi, con un part-time involontario molto più alto della media europea (46,5% tra le donne italiane contro 16,8% tra le donne europee). Se la trasparenza salariale è la leva che sta arrivando per legge, i dati raccontano che lurgenza non è solo quanto” si paga, ma anche chi” riesce davvero a lavorare, crescere e restare nel lavoro.

Non sfugge a questa regola il comparto dei lavori green, nei quali le donne rappresentano solo il 30% dei nuovi occupati del settore, a fronte di una domanda in costante crescita. In proposito l’Italia registra una delle percentuali di presenza femminile nei lavori verdi fra le più basse dei paesi sviluppati, il 20% rispetto alla media Ocse del 28%. Per giunta le donne sono spesso confinate in posizioni meno remunerative o in ruoli di supporto, invece che in posizioni di leadership o tecnicamente qualificate. L’ingiustizia salta agli occhi, anche perché gli studi di settore indicano come le donne siano più sensibili e quotidianamente più impegnate rispetto agli uomini nella salvaguardia del pianeta. Più portate ad un approccio ‘sostenibile’ nelle scelte quotidiane e negli stili di vita. Eppure solo il 33% di loro - raccontano i dati di Linkedin - è impegnata in esperienze di lavoro verde. Anche nel settore imprenditoriale il divario è molto pronunciato: nell’industria delle energie rinnovabili la quota di donne imprenditrice resta stabile da anni al 22%.

Un’altra indagine su circa 600 aziende del settore delle rinnovabili e del fotovoltaico, realizzata da Italia Solare e Key – The Energy Transition Expo con il supporto di Excellera Intelligence rileva che più di una donna su quattro (28%) opera nellarea tecnica, mentre il 72% è impiegato in altre funzioni aziendali, con una maggiore presenza nellarea amministrativa (27%). Sul fronte delle posizioni apicali, il report evidenzia una presenza femminile ancora contenuta seppur in linea con i trend di altri settori: il 67% delle aziende ha almeno una donna in posizioni di vertice, mentre il 33% non ne ha nessuna. Se il dato a livello aggregato è positivo, nel momento in cui ci si concentra sulla leadership femminile la quota si assottiglia decisamente: solo una azienda su 10 dichiara di avere una donna come Ad, Dg o amministratrice unica, mentre il 4% segnala una presenza femminile nei ruoli di presidente o vicepresidente.

Le conclusioni? Gli uomini hanno quasi tre volte più probabilità delle donne di avere competenze verdi legate alla gestione dell’energia e alla generazione di rinnovabili, ed hanno anche tre volte più probabilità di avere competenze non specifiche ma necessarie per l’economia verde. Vedi le professionalità legate alla manutenzione, alla riparazione a alla produzione nell’eolico come nel fotovoltaico, ecc, ecc. In definitiva perfino la transizione verde rischia di aumentare il divario di genere, a tal punto che è stato coniato il concetto di ‘green gender gap’.

L’emancipazione femminile - non va mai dimenticato che il voto è permesso alle donne in Italia solo dal 1946 - è una strada dissestata e piena di ostacoli. Ancora oggi 1,3 milioni di donne desidererebbe lavorare ma non riesce a farlo perché impegnata nella cura della famiglia, della casa, degli anziani. Mimose sì, ma anche salario adeguato in una società ormai dominata da un capitalismo aggressivo che non si cura né dei diritti di chi lavora né dell’ambiente. Non a caso Teresa Mattei, sempre nel 1946, scelse a nome dell’Unione donne italiane (Udi) questo fiore simbolo, che i partigiani regalavano alle staffette femminili durante la seconda guerra mondiale perché costava poco, fioriva a inizio primavera e rappresentava forza e resistenza, crescendo anche su terreni impervi. Energia, vita e ottimismo, caratteristiche femminili per eccellenza. Donna, vita, libertà, in quel fiore di un giallo brillante che simboleggia la lotta delle donne e delle lavoratrici per i propri diritti.

Frida Nacinovich

Frida Nacinovich (Pisa, 1971). Giornalista professionista, inizia l’attività nel 1995 collaborando con i quotidiani Liberazione e il manifesto, nel 1998 viene assunta a Liberazione, diretta da Sandro Curzi. Inviata parlamentare, vincitrice del premio Sulmona nel 2000, è stata coautrice del libro “Ditelo a Sparta” (Graphos) sulla guerra nei Balcani; di “Una finestra al quarto piano” (Ediesse), con Franco Garufi e Andrea Montagni; e de “Le cinque bandiere – 1967-2013” (Punto Rosso), ancora con Montagni. Collabora con la Rai e con Sky in televisione. Dal 2014 al 2017 è assistente politica dell’europarlamentare Curzio Maltese (Gue/Ngl) a Strasburgo e Bruxelles. Nel 2018 esce “Con parole loro. L’amore per il lavoro nella tempesta del postfordismo”, Ediesse collana Materiali, più di cento voci per lanciare anche un messaggio d’amore al lavoro, faticoso, stressante, troppo spesso malpagato e precario, ma che fa parte della vita di ciascuno di noi. Nel 2022 arriva “Il mondo è servito. Persone e ricette che migrano”, LiberEtà, undici storie di migrazione nelle quali i ricordi e la nostalgia del paese di origine si materializzano in una ricetta, nei sapori e negli odori di un piatto. Insieme ai cammini, ai viaggi della speranza, lungo i binari e in mezzo al mare, le ricette arrivano qui grazie a chi poi ce ne fa dono. Perché ovunque si cucinino le pietanze imparate dai genitori, lì c’è casa. È notista politica del mensile telematico ‘Reds’ della Filcams Cgil, e sul bisettimanale della Cgil ‘Sinistra sindacale’ (www.sinistrasindacale.it), continua a raccontare il lavoro nell’epoca della crisi, e in un mondo infestato da guerre permanenti dà spazio alle voci di pace, quelle di chi dice ‘no’ alle armi.