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Putin offre aiuto all'Europa in caso di crisi energetica

Il petrolio a 120 dollari, poi cala alla notizia che il G7 è pronto a usare le riserve strategiche ma la tensione resta alta

Intanto in Italia il prezzo alla pompa di benzina e gasolio tocca o addirittura supera i 2 euro al litro. Birol: «I paesi membri dell’Aie detengono oltre 1,2 miliardi di barili di scorte petrolifere di emergenza». Il commissario europeo all’Economia Dombrovskis evoca il «rischio stagflazione» a fronte di un lungo conflitto. Ma Trump: «I prezzi del greggio caleranno rapidamente, il rialzo è un piccolo prezzo da pagare di fronte alla minaccia nucleare dell’Iran»
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È forse ancora presto per capire se uno shock petrolifero con annessa crisi energetica analoga a quella di una cinquantina di anni fa si stia per abbattere sui mercati internazionali, ma intanto il massiccio aumento dei prezzi del greggio, il crollo delle Borse mondiali e il costo di benzina e gasolio ai distributori che ormai da noi ha toccato o anche abbondantemente superato i due euro al litro sono tutti segnali decisamente preoccupanti.

Dopo il secondo week end di bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran e le ritorsioni sui paesi vicini e lo Stretto di Hormuz da parte di Teheran, le Borse questa mattina hanno aperto con il greggio che ha sfiorato i 120 dollari al barile, per poi assestarsi a metà pomeriggio tra i 95 e i 100 dollari. A determinare questo balzo in avanti rispetto ai 72 dollari pre-crisi iraniana, agli 82 della seduta successiva ai primi bombardamenti e agli 88 della chiusura dei marcati di venerdì sera è non solo la paura di quanto potrà ancora durare l’offensiva israelo-statunitense e di quel che potrà succedere nell’intera area mediorientale, ma il perdurante blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, checché ne dicano le parti in causa (Teheran nega azioni in questo senso, mentre da Mosca Putin gongola all’idea di poter aumentare il proprio export di combustibili fossili e dichiara che lo Stretto «è effettivamente chiuso» e che Mosca può aiutare l'Europa in caso di crisi energetica). Circa 20 milioni di barili al giorno non possono più transitare e paesi come l’Iraq e il Kuwait hanno già iniziato a tagliare la produzione perché non potendo spedire il greggio lo spazio nei depositi è ormai esaurito.

La corsa al rialzo del prezzo del petrolio si è in parte ridimensionata nelle ultime ore alla luce di un vertice dei ministri delle Finanze del G7 chiamati a ragionare sull’ipotesi di rilasciare riserve strategiche di greggio. L’incontro non si è chiuso con una decisione formale in questo senso, ma è servito a mettere sul tavolo l’opzione. «C’è un ampio consenso all’interno del G7 sul fatto che non siamo ancora al punto di dover rilasciare le scorte strategiche», ha dichiarato all’agenzia Reuters un alto funzionario del G7 a condizione di anonimato. «Stiamo monitorando la situazione minuto per minuto. Se dovessimo assistere a una reale interruzione delle forniture fisiche che metta a rischio la sicurezza energetica globale, siamo pronti ad agire immediatamente e in modo coordinato».

Nonostante la richiesta degli Stati Uniti di inondare il mercato con le riserve strategiche di greggio (si ipotizzava in mattinata un rilascio di 300-400 milioni di barili), il G7 ha deciso di non intervenire oggi ma di mandare comunque un segnale rassicurante ai mercati. I ministri delle finanze dei sette paesi più industrializzati preferiscono monitorare se il blocco di Hormuz sarà temporaneo. Il rischio, se si decidesse di iniziare ad usare le scorte già ora e il conflitto dovesse poi durare mesi, sarebbe quello di lasciare l’Occidente senza difese più avanti nel tempo.

Le riserve ci sono, e anche abbondanti, ma non sono infinite, è il ragionamento. E il fattore tempo è una variabile di cui bisogna tener conto. Il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, invitato a partecipare alla riunione ministeriale del G7, ha fatto sapere che ci sono oltre 1,2 miliardi di barili di scorte di petrolio presso l’Aie: «Ho fornito un aggiornamento sulle condizioni dei mercati petroliferi globali. Oltre alle difficoltà di transito attraverso lo Stretto di Hormuz, si è registrata una sostanziale riduzione della produzione petrolifera. Ciò sta creando rischi significativi e crescenti per il mercato», ha spiegato. «Abbiamo discusso tutte le opzioni disponibili, compresa la messa a disposizione del mercato delle scorte petrolifere di emergenza dell’Aie. I paesi membri dell’Aie detengono attualmente oltre 1,2 miliardi di barili di scorte petrolifere pubbliche di emergenza, con ulteriori 600 milioni di barili di scorte industriali detenute in base agli obblighi governativi».

Alcuni paesi dell’eurozona stanno valutando analoghe azioni su scala nazionale per abbassare i prezzi dei carburanti. Come spiega il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil, «ci teniamo aperta l’opzione di ricorrere alle riserve petrolifere nazionali. Non è ancora il momento giusto, ma siamo pronti, anche come Germania, a farlo in modo coordinato al momento opportuno».

Il punto è capire quale sia il momento opportuno, e questo dipende soprattutto da quanto potrà durare la crisi mediorientale. Se all’inizio dei bombardamenti il presidente Usa Donald Trump aveva parlato di quattro settimane, ora sul fattore durata c’è buio totale. E non a caso oggi il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis ha evocato il «rischio stagflazione». L’impatto economico del conflitto, ha spiegato, dipenderà molto dalla durata e dall’ampiezza regionale della crisi: «In uno scenario più favorevole, in cui il conflitto venga contenuto entro un paio di settimane, si può prevedere che non abbia effetti rilevanti sull’economia globale ed europea. Tuttavia, se dovesse protrarsi più a lungo, con interruzioni delle spedizioni nello Stretto di Hormuz e con attacchi alle infrastrutture energetiche negli Stati del Golfo, potrebbe finire per generare un forte shock stagflazionistico sull’economia globale ed europea, con prezzi dell’energia più elevati che si trasmetterebbero a un’inflazione più ampia, effetti negativi sulla fiducia, interruzioni delle catene di approvvigionamento e condizioni di finanziamento più restrittive». Pertanto, ha aggiunto il commissario europeo, «è importante lavorare per una de-escalation del conflitto il prima possibile. Quanto prima ciò accadrà, tanto più contenuto sarà l’impatto sull’economia globale».

Ma non è su questa linea il presidente americano Trump, che sul social (di sua proprietà) Truth ha scritto: «I prezzi del petrolio a breve termine, che scenderanno rapidamente una volta eliminata la minaccia nucleare iraniana, sono un prezzo molto basso da pagare per la sicurezza e la pace degli Stati Uniti e del mondo intero». E poi, tutto in maiuscolo: «Solo gli stolti potrebbero pensare il contrario!».

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.