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Guerra in Iran, l’Italia pagherà il prezzo più alto per l’impennata dei costi dell’energia

Lo scrive il Financial times riprendendo una serie di analisi elaborate dalla Oxford economics. Il nostro è il paese più penalizzato dalla crisi mediorientale a causa della forte dipendenza dal gas che importiamo
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Quali Paesi pagheranno il prezzo più alto per la guerra in Iran? La questione è al centro di un approfondito articolo pubblicato sul Financial times sulla base di un’analisi della Oxford economics. Ebbene, se in nel complesso l’impatto economico dell’attacco statunitense e israeliano sarà più pesante per l’Europa e l’Asia rispetto a quanto potrà risentirne l’America, in particolare ci sono tre economie europee che pagheranno il prezzo più alto per l’impennata dei costi dell’energia. Quali? A guidare la classifica dei Paesi che rischiano di più c’è l’Italia. Seguono Germania e Gran Bretagna, ma quel che viene scritto circa il Belpaese è da leggere con molta attenzione.

Secondo gli analisti della Oxford economics, che è una delle società di consulenza economica globale più importanti del mondo, con il protrarsi del conflitto in Medio Oriente l’Italia subirà i danni economici maggiori a causa del balzo dei costi energetici. In particolare, scrivono gli analisti nell’indagine ripresa anche dal quotidiano economico-finanziario britannico, l’inflazione in Italia nel quarto trimestre di quest’anno potrebbe aumentare di oltre un punto percentuale rispetto alle previsioni precedenti. Questo accade perché l’Italia è pesantemente dipendente dalle importazioni di gas naturale, i cui prezzi sono notevolmente aumentati dopo l’inizio del conflitto.

Sottolineano gli analisti che altre economie europee e soprattutto quella degli Stati uniti sono in parte più protette rispetto all’aumento dei costi energetici perché o godono di maggiore autonomia delle fonti o, com’è il caso proprio dell’America, sono diventati esportatori netti di gas naturale (dal 2017) e di petrolio (dal 2020).

Secondo gli economisti il rincaro dell’energia potrebbe tra l’altro costringere le banche centrali a mantenere i tassi di interesse alti più a lungo per contrastare l’inflazione, frenando la crescita economica mondiale. Sull’ipotesi che la Bce possa alzare i tassi il nostro ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, già ha espresso un giudizio negativo, parlando di uno scenario che «sarebbe grave».

I timori sono alti, e che per l’Italia si potrebbe avvicinare a grandi passi lo spettro della recessione è stato segnalato già da fior di economisti. Ieri, quando il petrolio ha toccato 120 dollari, salvo poi calare dopo che il G7 si è detto pronto a mettere mano alle riserve strategiche, sottolineava l’economista Carlo Cottarelli, ex direttore del dipartimento Affari fiscali del Fondo monetario internazionale (Fmi): «Le stime indicano che un aumento del 10% del prezzo del petrolio cancella lo 0,1% di Pil, e il petrolio a 120 dollari significa un aumento del 100%: l'impatto sulla crescita italiana, stimata nell'ordine dello 0,5%, sarebbe di almeno un punto. Dunque quando si arriva a prezzi petrolio intorno ai 120 dollari, un Paese come l'Italia potrebbe finire in recessione».

Anche oggi il petrolio si sta muovendo su cifre inferiori ai 100 dollari, ma la tensione rimane alta. Scrive il Financial times: «Le economie europee e asiatiche che dipendono dalle importazioni di energia si trovano ad affrontare un’impennata dell’inflazione molto più marcata, in parte perché i prezzi del gas naturale in quei mercati sono più volatili rispetto agli Stati Uniti e sono già aumentati, e il carburante è fondamentale nei loro mercati energetici nazionali».

Redazione Greenreport

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