
L’Italia ha detto No alla riforma della giustizia targata governo Meloni

Il referendum sulla riforma della giustizia targata governo Meloni si chiude con una netta vittoria del No: il 53,7% dei votanti si sono detti contrari a modificare la Costituzione su delicati punti riguardanti il sistema di pesi e contrappesi tra potere esecutivo e potere giudiziario. Con un’affluenza del 58,9% che non si vedeva da tempo per una chiamata alle urne (alle regionali di fine 2025 sono andati a votare circa 4 aventi diritto su 10, mentre al referendum di giugno sul lavoro sono andati appena 3 su 10) gli elettori hanno detto no alla separazione delle carriere tra magistratura giudicante (i giudici) e inquirente (i pubblici ministeri), no allo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura (Csm) e no a un’Alta corte per giudicare gli illeciti disciplinari della magistratura e a una inedita estrazione a sorte per i componenti del nuovo organo. Soprattutto, gli elettori hanno detto no a una riforma che non avrebbe risolto minimamente i problemi della giustizia, a cominciare dai tempi lunghi dei processi sia civili che penali alla certezza della pena, e che evidentemente è stata letta come un mero tentativo da parte del governo di mettere sotto controllo l’operato dei pm.
In diverse province del nord, soprattutto delle regioni Lombardia, Veneto e Friuli, ha prevalso il Sì. Ma oltre a una diffusa débâcle per Meloni nelle regioni centrali e del Mezzogiorno, sono soprattutto le grandi città che hanno dato una forte spinta al No. E sono le stesse città di regioni dove l’affluenza è stata maggiore, a partire dall’Emilia Romagna (prima per affluenza) e dalla Toscana (votanti oltre quota 66% degli aventi diritto).
In più di 14 milioni hanno detto No. Sicuramente, ha pesato su questo risultato la politicizzazione di un referendum che in sé riguardava questioni molto tecniche: la premier Giorgia Meloni, che inizialmente aveva deciso di tenersi fuori dall’agone tra favorevoli e contrari alla riforma, di fronte a sondaggi che per settimane hanno dato il No in vantaggio, ha deciso nei giorni decisivi della fase finale di metterci la faccia. Il che se da una parte avrà convinto ad andare alle urne una parte di chi ha votato la destra alle ultime politiche, molto probabilmente avrà convinto a partecipare anche una bella fetta di elettorato di centrosinistra che in passato aveva disertato il voto.
«Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione», dice ora Meloni in un video postato sui suoi canali social. Ma la strategia di fare buon viso a cattivo gioco è troppo debole per far fronte a un risultato così netto (idem il commento minimalista del Guardasigilli Nordio: «Prendo atto»): se al di là dell’obiettivo immediato di mettere sotto controllo il potere giudiziario, a Palazzo Chigi hanno pensato che questa fosse la prova generale per far passare nei prossimi mesi e prima delle politiche del 2027 anche la riforma elettorale che porti a premierato e premio di maggioranza del 55% per la lista prevalente, il risultato di oggi suona come un chiaro stop a ogni velleità in questo senso. Non a caso, mentre il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, dice che l’esito referendario «non incide sul governo», il segretario della Cgil Maurizio Landini dice che questa «grandissima partecipazione» rappresenta «l’inizio di una nuova primavera democratica». Sicuramente questo esito referendario rafforza il cosiddetto campo largo a cui lavorano Pd, M5S e AVS, ma bisognerà vedere come i leader di queste forze politiche sapranno capitalizzare il risultato. Per ora, Elly Schlein canta vittoria parlando di risultato «oltre le aspettative», Giuseppe Conte guarda già alle politiche confermando che i Cinquestelle sono favorevoli alle primarie per scegliere il candidato premier e il leader di Italia Viva Matteo Renzi punge Meloni. Ricordando quanto è successo dopo la sconfitta referendaria quando nel 2016 era a Palazzo Chigi, l’ex premier ha detto: «Quando il popolo parla, il Palazzo deve ascoltare. Noi dieci anni fa lo abbiamo fatto, Giorgia Meloni avrà lo stesso coraggio? Io mi sono dimesso da premier, da segretario, da tutto. Vedremo che farà Meloni dopo una sconfitta clamorosa».
Intanto, dato per scontato che Meloni non ci penserà minimamente ad abbandonare Palazzo Chigi, a sorpresa è arrivata invece la notizia che Cesare Parodi si è dimesso da presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm). Un annuncio legato a non meglio specificati «motivi personali» arrivato poco prima che si chiudessero le urne.





