
La guerra di Trump voluta da Netanyahu scarica il costo delle conseguenze sul mondo intero

Anche durante la “Settimana Santa” le speranze di una rapida fine della guerra in Iran diventano sempre più inconsistenti, com’è evidente dopo il discorso pronunciato da Trump alle 3:00 di stanotte (ora italiana). Il presidente degli Stati Uniti ha promesso di intensificare gli attacchi, rendendoli “ancora più aggressivi” contro l'Iran, provocando peraltro la delusione dei mercati e degli investitori, che speravano, invece, venisse annunciata una rapida via d'uscita dalla guerra.
Nelle principali Borse del mondo, oggi le azioni sono crollate e i prezzi del petrolio schizzati in alto subito dopo la dichiarazione che le operazioni militari sarebbero state intensificate nelle prossime due o tre settimane, senza alcuna indicazione della relativa tempistica necessaria a poter porre fine a un conflitto che ha già determinato il totale caos nell'approvvigionamento energetico, e che continua imperterrito a minacciare la stabilità dell'economia mondiale.
Parole agghiaccianti quelle pronunciate da Trump: “Li colpiremo molto duramente nelle prossime due o tre settimane e li riporteremo all'età della pietra, alla quale appartengono. La guerra potrebbe degenerare se i leader iraniani non cedessero ai termini degli Stati Uniti durante i negoziati, con la possibilità di attacchi alle infrastrutture energetiche e petrolifere iraniane”.
Appare evidente che dopo simili affermazioni gli spazi diplomatici, le trattative in nome della ragionevole soluzione pacifica delle controversie internazionali, si siano ridotti notevolmente, fin quasi a evaporare.
La domanda che tutti gli investitori vorrebbero fare è molto semplice: quando finirà tutto questo? Mentre il presidente degli Usa prosegue coi suoi proclami e dichiarazioni – sempre più incredibili – i mercati continuano a soffrire degli effetti nefasti insieme ai comuni consumatori e ovviamente alle vittime dirette della guerra.
Migliaia di persone sono state uccise in tutta l’area del Medioriente dal 28 febbraio scorso, quando Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare l'Iran, scatenando subito la reazione degli Ayatollah contro Israele le basi statunitensi e gli Stati del Golfo Persico. La guerra si è acuita, continuando a propagarsi fino ad aprire un nuovo fronte in Libano.
Lo Stretto di Hormuz, che sappiamo essere una via d'acqua di vitale importanza – passa circa un quinto del petrolio globale e del gas naturale liquefatto –, rimane chiuso, provocando l’impennata dei prezzi energetici che colpiscono tutti, senza alcuna eccezione. Ma ancora The Donald, nel suo discorso di ieri, ha sostenuto che gli Usa non avessero bisogno dello Stretto e ha sfidato i suoi alleati della Nato, che dipendono largamente dal petrolio estratto nel Golfo Persico, a impegnarsi militarmente per riaprirlo.
Dal lato statunitense, va detto che molti americani appaiono preoccupati nel vedere il recente aumento dei prezzi della benzina che si è registrato anche negli Usa. A novembre questi stessi cittadini saranno chiamati a votare per le elezioni di midterm, in cui Trump dovrà rendere conto al suo elettorato delle scelte compiute in politica estera, in netta e palese contraddizione con quanto dichiarato durante la campagna elettorale. Anche le recenti dichiarazioni di Trump, che ha sostenuto “gli attacchi Usa-Israele hanno garantito che l'Iran non ottenesse armi nucleari”, non convincono molto gli statunitensi, con anche l’elettorato Maga sempre più deluso.





