
Il ricordo di Carlo Monguzzi, combattente green, tra i fondatori di Legambiente e Verdi

Aveva 74 anni, Carlo. Lo ha portato via un maledetto tumore incurabile scoperto pochi mesi fa e ha lasciato tanti di stucco l’annuncio struggente di sua moglie Silvia: “Amore mio ora sei libero. Carlo non c’è più. Un uomo perbene libero coraggioso non c’è più. Sono grata alla vita per aver condiviso con te tanto tempo... Ora mi sento persa e non so come fare a ritrovare la tua leggerezza che mi rendeva così serena. Grazie per esserci stato sempre. Forte solido delicato e gentile, bello. Eri così. Grazie di tutto amore mio”.
Non ci sarebbe da aggiungere alcunché. Ma Carlo lascia una lunga scia di battaglie e militanza ecologista e ricordi incancellabili. Ha portato sulle spalle bagagli di vittorie e sconfitte nelle sue infinite battaglie con la passione di sempre, dando lustro e dignità e motivi a non finire per contrastare la cementificazione di Milano. C’era sempre, Carlo, dalla fase pionieristica dell’ambientalismo e del pacifismo a quella stakanovista delle battaglie in consiglio regionale e a Palazzo Marino a colpi di azioni, mozioni, interrogazioni, manifestazioni, cortei, sit-in, presidi, incontri, biciclettate, ironie disincantato, ironico e intransigente fino a strappare con la sua giunta e il sindaco Beppe Sala quando prese la decisione di abbattere lo stadio di San Siro. Oltre cinquant’anni di lotta e anche di governo, sempre in nome della difesa di chi non può difendersi.
Carlo ha attraversato la storia italiana dell’ambientalismo da protagonista col suo bel sorriso, l’ironia, la pacatezza proverbiale che lo portava a non gridare mai ma a spiegare allo sfinimento che per essere ambientalisti bisogna fare gli ambientalisti, e questo rigore è il suo testamento, un suo pregio. Con intelligenza, spirito di avventura, eccezionali capacità organizzative affrontava battaglie anche perse in partenza. Chi lo ha conosciuto lo ricorda con le emozioni e lo stupore di sempre, fino alla fine combattente strenuo.
È stato tra i fondatori della Lega per l’Ambiente e, con il mensile “La Nuova Ecologia” fece da apripista ai Verdi italiani. Il 26 e il 27 febbraio del 1983 organizzò a Milano, insieme al nucleo promotore lombardo della Lega per l’Ambiente formato anche da Andrea Poggio e Antonio Ferro, il convegno “Verdi in Italia”, sull’onda del successo dei Gruenen tedeschi, e quel primo appuntamento lanciò le prime Liste Verdi nelle elezioni amministrative parziali del giugno 1983. Lavorò poi anche al primo appello per la nascita dei Verdi italiani, con la prima stesura scritta da Realacci, Massimo Scalia e Alex Langer, in una saletta a Urbino durante il primo congresso nazionale della Lega per l’Ambiente.
Ne ha combattute di battaglie, Carlo, nelle piazze e nei palazzi del potere per far valere le ragioni dell’ambiente e dei diritti umani. Contro ogni guerra, contro ogni fascismo, contro ogni strage a partire da quella del 12 dicembre di piazza Fontana, e anche a lui si deve il ricordo dell’anarchico Giuseppe Pinelli con una targa nel quartiere San Siro dove non fece mai ritorno dalla questura. È stato un lottatore, un difensore della Terra e dei sacri diritti della Natura, in prima fila nelle storiche battaglie contro il nucleare come contro il genocidio della popolazione palestinese a Gaza. Le ultime sue battaglie sono state per il No al referendum costituzionale sulla Giustizia, e contro le guerre di Trump e Netanyahu.
Lo ha fatto da consigliere regionale lombardo dal 1990 e presidente del gruppo consiliare della Federazione dei Verdi, dal 1993 al 1994 da assessore regionale all'Ambiente e Energia fiero di aver promosso la prima legge sulla raccolta differenziata dei rifiuti e il primo “Piano Aria” contro lo smog. Rieletto consigliere regionale nel 1995, nel 2000 e nel 2005, e poi con il Pd nel 2011 da consigliere comunale a Milano, e senza mancare mai ad una seduta, fino alla malattia che lo ha colpito.
Carlo è sempre stato una delle menti green più lucide, non solo nella descrizione dei mali italiani ma nelle soluzioni, con intuizioni tecniche che hanno contribuito a fare la storia di Legambiente. Frutto anche delle competenze tecniche, del suo essere un ingegnere chimico. Instancabile sulle soluzioni. Anche per ridurre le alluvioni del Seveso che ancora esonda in media due volte l’anno a Milano dove scorre «tombato» per una decina di chilometri perché la Regione Lombardia non riesce a concludere 3 vasche di laminazione a monte di Milano per contenere l’acqua del fiume in caso di piena.
Ho conosciuto Carlo negli anni Ottanta, quando Legambiente era ancora la Lega per l’Ambiente con Ermete Realacci segretario e Chicco Testa presidente. Mi colpì nella sorprendente operazione di eco-azionismo per contrastare con intelligenza le potenti Enel, Fiat e Montedison, la grande industria allora ottusamente impermeabile alle ragioni dell’ambiente e schierata a difesa del nucleare e delle tecnologie più inquinanti. Carlo, da tecnico quale era, spinse per una operazione eco-finanziaria clamorosa: comprare azioni per diventare piccoli azionisti di grandi gruppi industriali. L'idea di acquistare azioni era maturata nell'estate dell'anno precedente, durante le battaglie per la chiusura degli impianti inquinanti dell'Acna di Cengio e della Farmoplant di Massa. Con Beniamino Bonardi, membro della segreteria nazionale, fu lo stratega dell'infiltrazione ecologista nell’azionariato industriale. Una modalità che permetteva di essere presenti a tutti i livelli e nelle assemblee dei soci facendo valere, anche a quei livelli, le buone ragioni dell’ambientalismo, e ben prima delle irruzioni mediatiche del ‘piccolo azionista’ Beppe Grillo. Valeva la pena far pesare il ‘pacchetto’ azionario green e denunciare la continua perdita delle opportunità di business perseguita da Enel, Fiat o Montedison con chiusure molto nette sui nuovi scenari energetici, nei processi produttivi o di prodotto.
Così la Lega per l’Ambiente, iperattiva con Francesco Ferrante, Roberto della Seta, Enrico Fontana, Duccio Bianchi, Giovanna Melandri, Renata Ingrao, Massimo Scalia e Gianni Mattioli, e tantissimi altri, effettuò il suo fruttuoso investimento in borsa per 5 milioni di lire il 27 gennaio 1987. Comprò 2000 azioni Montedison che le davano il diritto di intervenire e votare all'assemblea annuale di bilancio della società chimica. Oltre sindacati e operai, bisognava farsi ascoltare da azionisti anche dai “padroni”. E l’idea si concretizzò grazie alla Lega per l’Ambiente della Lombardia di cui Carlo era Presidente, che si occupò dell’acquisto di azioni Montedison. Furono pagate 2.100 lire l'una, poi rivendute a 1.600 militanti ecologisti. “Dal punto di vista economico - ricordava Carlo - eravamo in perdita perché il passaggio di proprietà dal notaio di ogni singolo titolo, ed erano 2.000, ci costò 42 mila lire. Una parte di questo denaro ci è stato però rimborsato dai nostri iscritti, ma la quota maggiore pesava sui nostri bilanci che non sono mai stati floridi”.
Per preparare il primo appuntamento nell’assemblea dei soci Montedison ci vollero 4 mesi, dall’acquisto delle 2000 azioni al frazionamento e per far fronte all'ostruzionismo delle banche che volevano far pagare fino a 60 mila lire le deleghe per partecipare con un solo titolo. Ma venne il giorno più lungo della Montedison. Iniziò presto, al mattino del 21 giugno 1989, nel Centro Congressi di Assago, periferia di Milano, dove gli ecologisti inchiodarono i soci per ben 11 ore, esponendo le loro ragioni.
Raul Gardini, il presidente del colosso chimico Montedison conquistata in quell’anno, sapeva che doveva affrontare un’assemblea storica per la finanza italiana per l’annuncio dell’imminente nascita di Enimont, la joint venture nata nel 1988 tra la pubblica EniChem e la privata Montedison per creare un colosso chimico globale con un fatturato di 15.500 miliardi di lire e 50.000 dipendenti, che però fallì anche con la scoperta di una maxi-tangente da circa 150 miliardi di lire per finanziare illecitamente i partiti nella Tangentopoli degli anni Ottanta. Aveva la necessità di far approvare i conferimenti di società alla joint venture, ma sapeva anche che, per la prima volta, lo aspettavano in sala anche 400 soci-ambientalisti che avevano acquistato titoli in rappresentanza del “popolo inquinato”. Il presidente Montedison era stato costretto anche a scegliere la grande sala di Assago per poter ospitare tutti i soci. Nell’aprile dello stesso anno, poi, Lega per l’Ambiente, Wwf, Italia Nostra, Amici della Terra avevano promosso un referendum nazionale contro la caccia e l’uso dei pesticidi, un doppio colpo per l’imprenditore, cacciatore e produttore di chimica per l’agricoltura, anche se poi al referendum del 5 giugno 1990, pur con il 90% dei votanti a favore dei quesiti, il 42% dei votanti non permise il superamento del quorum e la battaglia referendaria fallì.
Con la regia anche di Carlo, si iscrissero a parlare in assemblea 40 ecologisti, a partire da Realacci e dal deputato Chicco Testa. Il primo a chiedere la parola, dopo una breve introduzione di Gardini, fu l’azionista-green Gagliano, un ragazzo con i capelli tenuti dritti dal gel. Arrivò sul podio e al microfono e annunciò con la serietà di un economista: “Dottor Gardini, le offriamo una interessante alternativa alla chiusura dell'Acna di Cengio”. Nel centro congressi si fece silenzio. Gardini alzò gli occhi al cielo. Gagliano continuò pacato: “Siamo disposti a comprargliela noi l'Acna. E per l'ottimo prezzo di mille lire. È un buon affare per una azienda decotta che ha perso 16 miliardi e che dovrebbe rimborsare agli abitanti della valle 107 anni di inquinamento”. Gardini mostrò un sorriso che somigliava ad una smorfia
Gli ambientalisti erano stati accolti con sospetto anche da un gruppo di operai dell’Acna che strenuamente difendevano l’azienda, e manifestavano fuori dall'edificio. Sei pullman avevamo però portato ad Assago gli azionisti dell'associazione “Valle Bormida pulita”, delegazioni dai poli industriali Marghera, Mantova, Manfredonia, Siracusa, Massa, Pioltello. Con loro c’erano anche i deputati verdi Sergio Andreis, Guido Pollice, Adelaide Aglietta, l'eurodeputato Edo Ronchi e dirigenti della Lega per l’Ambiente come Renata Ingrao e Giovanna Melandri.
Dopo Gagliano, spiegarono la nuova strategia industriale green da far adottare a Montedison altri 40 interventi per 10 ore di fila, con la regia di Carlo Monguzzi. Prese la parola anche Realacci che esordì con un: “Egregio presidente Raul Gardini, egregi consiglieri di amministrazione, se l'industria chimica non cambia politica produttiva, diventando rispettosa dei vincoli ambientali, entro breve tempo sarà danneggiata essa stessa, perderà competitività sui mercati…”. Citò i buoni risultati ottenuti con lo stop agli scarichi a mare dei veleni industriali, frutto della pressione ecologista, invitò a destinare i dividendi dell’anno in corso per risolvere i problemi ambientali che gli impianti Montedison avevano creato e annunciò: “Proponiamo all'assemblea la chiusura dell'Acna di Cengio, l'impegno per il graduale abbandono della produzione di pesticidi, fitofarmaci e sostanze plastiche non biodegradabili, la preventiva valutazione di impatto ambientale e sociale di ogni nuova biotecnologia prima della sperimentazione in campo aperto. Da lei, dottor Gardini, vogliamo poi sapere se è vero che ha finanziato la campagna elettorale di George Bush. E chiediamo inoltre di destinare agli azionisti ecologisti un posto nel consiglio di amministrazione e la non distribuzione degli utili per destinarli alla costituzione di un fondo per riparare i danni ambientali provocati dalla società”.
Gardini aggrottava la fronte, e molti dei presenti protestavano. Poi toccò a Carlo Monguzzi, e la prese dal lato-immagine della Montedison crollata ai minimi storici, e con la tranquillità di chi aveva ragioni da vendere, spiegò alla platea attonita: “Cari soci, io mi dichiaro sinceramente dispiaciuto per lo scadimento di immagine della nostra azienda, a causa della politica ambientale del gruppo”. Quindi a Renata Ingrao, che sottolineò “la pericolosità del cloruro di vinile monomero come cancerogeno” e a chiedere interventi sugli impianti. A Duccio Bianchi, che richiamò Montedison “ad applicare le leggi sullo smaltimento dei rifiuti, poiché è accertato che non le applichiamo come azienda. Chiedo l’impegno a regolarizzare lo smaltimento dei rifiuti e a bonificare le aree contaminate e chiedo spiegazioni sul perché Montedison continui ad investire in inceneritori piuttosto che in produzioni pulite”. A Ivo Conti, che insistette sulla necessità di chiarire la situazione degli impianti di Marghera in particolar modo per lo smaltimento dei rifiuti tossico nocivi. A Gianni Tamino, che espresse preoccupazioni per la compatibilità delle lavorazioni e delle sostanze utilizzare in riferimento alla salute dei lavoratori e dell’ambiente. E a Chicco Testa, che lanciò anche le nomination di Giovanna Melandri, che aveva alle spalle 5 anni di lavoro nell’ufficio studi Montedison, e di Beniamino Bonardi per il nuovo Consiglio di amministrazione di Foro Bonaparte.
La replica di Gardini tolse ogni speranza. Spiegò che c’era la disponibilità ad affrontare “il nodo ambientale”, ma rispose con un no secco all’inserimento degli ecologisti nel Cda, e sull’Acna di Cengio spiegò che “è stata ormai conferita ad Enimont e non possiamo deliberare sul destino della fabbrica”. Il clima in sala divenne incandescente. Realacci chiese la parola e replicò a nome di tutti: “Non vogliamo interrompere il dialogo, ma siamo del tutto insoddisfatti e annuncio il nostro voto contrario in assemblea, e vi annuncio che la battaglia continua!”.
Carlo non mollò il fronte industriale, e anzi raddoppiò il suo impegno e lavorò sodo anche alla stesura del dossier presentato nel maggio 1991 su: ”Enichem. Ambiente, sicurezza, salute dei cittadini. La faccia dimenticata dell’industria chimica italiana”.
E in questi giorni tristi, ci piace immaginare l’irriducibile Carlo con la sua curiosità e la sua passione e la sua capacità organizzativa, che propone altrove qualche nuova battaglia.





