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I ministri degli Esteri di Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto s’incontreranno ad Antalya

Il Pakistan, astro nascente della diplomazia mondiale: la crisi di Hormuz da un’altra prospettiva

Proseguono i tentativi di riprendere i negoziati per la riapertura dello Stretto e di arrivare così a una pace duratura nell’area del Golfo Persico
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Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla crescita della diplomazia internazionale, che ha visto Islamabad, capitale del Pakistan, assumere via via un ruolo di crescente rilievo e il cui culmine è stato raggiunto con l’ospitare le delegazioni iraniane e statunitensi nella capitale stessa. L’esito è stato purtroppo diverso da quello sperato da tutti, però è stato registrato un dato di rilievo: la diplomazia pakistana non si dà per vinta e sta continuando nel suo percorso di ricercare di riaprire i negoziati per la riapertura dello Stretto di Hormuz e di arrivare, conseguentemente, ad una pace duratura nell’area del Golfo Persico.

In seguito al dinamismo diplomatico pakistano, infatti, i ministri degli Esteri di Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto s’incontreranno in Turchia questa settimana e, naturalmente, le aspettative dei Paesi partecipanti sono rivolte verso una risoluzione diplomatica, unica via percorribile per limitare, quanto più possibile, l'escalation delle tensioni con l'Iran, registratesi in questi ultimi giorni, specialmente dopo la dichiarazione di Trump di aver chiuso lo Stretto e impedito l’accesso nei porti iraniani.

Autorevoli testate giornalistiche, tra i quali figura anche il “Wall Street Journal” riportano che l’incontro dei ministri in parola si terrà ad Antalya (Turchia), dove il quartetto esaminerà le proposte già presentate a Teheran. Questo importante incontro mira a porre fine alla chiusura dello Stretto di Hormuz, spianando così la strada per stipulare un accordo di “cessate il fuoco” permanente tra Stati Uniti e Iran.

Sappiamo bene che il fattore tempo è cruciale: il “cessate il fuoco” di due settimane, mediato all'inizio di questo mese, infatti sta per scadere, con la necessità urgente di riprendere nuovi colloqui per prevenire una nuova ripresa delle ostilità.

Oramai l’intera popolazione mondiale è ben consapevole dell’importanza dello Stretto di Hormuz, che costituisce uno dei colli di bottiglia più nevralgici per il commercio dei prodotti energetici di origine fossile del mondo, dal quale transitano mediamente circa 20,9 milioni di barili di petrolio al giorno (dati riferiti alla prima metà del 2025).

Le interruzioni dei flussi di traffico marittimo, dovute al conflitto in corso, hanno ridotto i transiti giornalieri delle navi, passando da una media giornaliera di 129 a sole quattro unità; un trend che sta influenzando pesantemente i flussi di prodotti energetici diretti nei porti asiatici che, occorre rimarcarlo, riceve l'80 percento del greggio che attraversa lo Stretto.

L'incontro in programma ad Antalya diventa, quindi, una prosecuzione dei temi già discussi da Islamabad e Riyadh dove, ricordiamolo, lo stesso quartetto di Stati islamici ha avuto modo di esplorare le possibili soluzioni per riaprire lo Stretto, possibilmente, tenendo conto delle differenti posizioni tra Stati Uniti e Iran.

Diventa perciò evidente come questi Stati islamici stiano formando quello che gli analisti descrivono come “un nuovo blocco di potere regionale” dedicato al dialogo sull'escalation che, inevitabilmente, intacca il ruolo storico di potenza egemone dell’area, un tempo riconosciuto tacitamente agli Usa.

Un ultimo e certamente non meno importante elemento di riflessione, lo rivolgiamo alle Forze armate pakistane, cresciute nel decennio scorso e che oggi affermano di essere pronte a sostenere gli interessi nazionali, integrando le iniziative diplomatiche; aggiungiamo, infine, che la deterrenza credibile del Pakistan e la postura militare professionale del suo esercito forniscono, a nostro giudizio, un sostegno credibile e assertivo nella costruzione della pace nel Medioriente.

Forse e senza volerlo, la crisi scatenata dal duetto Netanyahu-Trump, nel medio periodo sortirà l’effetto di modificare pesantemente gli asset geopolitici e geostrategici dell’area che, a partire dagli anni ’70 ha visto affermarsi l’indiscussa egemonia della bandiera a stelle e strisce.

Aurelio Caligiore, Ammiraglio Ispettore del Corpo della Guardia Costiera

Da oltre quarant’anni Ufficiale della Marina Militare del Corpo della Guardia Costiera, l’Ammiraglio Ispettore Aurelio Caligiore è da sempre impegnato in attività legate alla tutela dell’ambiente. Nell’ultimo decennio è stato Capo del Reparto ambientale marino delle Capitanerie di Porto (RAM) presso il ministero dell’Ambiente. Attualmente è Commissario presso la Commissione Pnrr-Pniec del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).