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Tagliata la stima di crescita per l’Italia. Aumentata, in controtendenza rispetto al resto del mondo, quella della Russia grazie all’impennata dei prezzi di gas e petrolio

Allarme Fmi: «Senza una soluzione a breve, la crisi del Golfo provocherà una recessione globale»

Nel Wolrd economic outook si segnala che quella in corso è «la più grave crisi energetica dei tempi moderni». Le conseguenze di una guerra lunga: tasso di crescita in frenata al 2% e un’inflazione poco sopra il 6% entro il 2027. E anche ulteriori controversie commerciali tra nazioni e tensioni politiche interne
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Bene che vada, la guerra in Medio Oriente causerà una riduzione della crescita a livello planetario rispetto alle stime precedenti l’inizio dei bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran (tranne che in un paese, dove invece il Pil è dato in aumento, più avanti vi diciamo qual è e perché). Ma se la crisi del Golfo dovesse protrarsi ancora a lungo, il blocco dello Stretto di Hormuz provocherà una recessione a livello globale e la più grave crisi energetica dei tempi moderni. È questo in sintesi il contenuto del World economic outlook (Weo) del Fondo monetario internazionale (Fmi), che non a caso quest’anno analizza (titolo) “L’economia mondiale all’ombra della guerra”.

Nel documento si legge che una guerra lunga e ulteriori danni alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente causerebbe un rallentamento del Pil mondiale di quasi il 2% e un’inflazione il prossimo anno a quota 6%. Nel dettaglio e analizzando i diversi scenari presentati dagli esperti del Fondo monetario internazionale, gli economisti spiegano che se la guerra avrà durata, intensità e portata limitate con una attenuazione delle ostilità entro metà 2026, la crescita globale è prevista al 3,1% nel 2026 e al 3,2% nel 2027, niente di particolarmente drammatico ma comunque in frenata rispetto al ritmo recente di circa il 3,4% per cento registrato nel biennio 2024-25. La previsione per il 2026 è inoltre rivista al ribasso di 0,2 punti percentuali e quella per il 2027 resta invariata rispetto all’aggiornamento del Weo di gennaio 2026. Per quanto riguarda l’inflazione globale complessiva, sempre in questo scenario per così dire ottimista, è attesa in aumento al 4,4% nel 2026 e poi in calo al 3,7% nel 2027, con revisioni comunque al rialzo per entrambi gli anni.

Nel secondo scenario illustrato nel report, che prevede aumenti più ampi e persistenti dei prezzi dell’energia, la crescita globale rallenterebbe ulteriormente fino al 2,5% nel 2026 e l’inflazione raggiungerebbe il 5,4%.

Infine nel terzo scenario, quello in cui vi siano danni maggiori alle infrastrutture energetiche del Golfo e ostilità ancora dopo la metà dell’anno, l’impatto sulla crescita globale e sul tasso di inflazione sarebbe ancora più drammatico: la prima scenderebbe a circa il 2% nel 2026, mentre l’inflazione complessiva supererebbe il 6% entro il 2027 (6,1% per la precisione). «Questo significherebbe sfiorare una recessione globale (tasso di crescita inferiore al 2%) – si legge – cosa che si è verificata solo quattro volte dal 1980, con le ultime due occasioni che corrispondono alla crisi finanziaria globale e alla pandemia di Covid-19». E questo nonostante nell’ultimo anno fattori favorevoli alla crescita non sono mancati, anche in presenza di ostacoli messi in campo dagli Stati Uniti. Si legge nel Weo con evidente riferimento ai dazi imposti da Donald Trump: «I venti contrari derivanti dall’innalzamento delle barriere commerciali e dall’elevata incertezza sono stati compensati dai venti favorevoli provenienti dagli investimenti nel settore tecnologico, dalle condizioni finanziarie accomodanti, compreso un dollaro statunitense più debole, e dal sostegno delle politiche fiscali e monetarie. Il conflitto in Medio Oriente rappresenta una significativa forza contraria a questi fattori favorevoli attraverso il suo impatto sui mercati delle materie prime, sulle aspettative di inflazione e sulle condizioni finanziarie».

Gli esperti del Fmi segnalano che l’impatto di questa crisi sulle economie emergenti e in via di sviluppo sarebbe quasi il doppio rispetto a quello che potrebbero patire le economie avanzate, ma sottolineano anche che un peggioramento delle relazioni tra nazioni, situazioni di difficoltà per la popolazione e anche conseguenti disordini entro i confini nazionali possono verificarsi ovunque. «Le tensioni geopolitiche potrebbero aggravarsi ulteriormente – trasformando la situazione nella più grave crisi energetica dei tempi moderni – oppure potrebbero esplodere tensioni politiche interne», si legge nel report. «Un indebolimento delle istituzioni, compresa l’indipendenza della banca centrale e la credibilità della politica monetaria, potrebbe far crescere le aspettative di inflazione, specialmente in un momento in cui l’inflazione complessiva è in aumento a causa di uno shock sui prezzi dei beni di consumo», viene segnalato nel Weo. «I fattori di stress politico possono intrecciarsi con i cambiamenti nelle politiche commerciali e in altre politiche internazionali. Indipendentemente dagli sviluppi geopolitici, potrebbero divampare controversie commerciali», scrivono anche gli esperti del Fmi. E, avvertono, «il ruolo critico degli elementi delle terre rare nelle catene di approvvigionamento globali costituisce un particolare punto di attrito» (e già segnali in questo senso non sono mancati nei mesi scorsi tra Usa e Cina, quando in campo non c’erano neanche le tensioni che oggi dominano il Medio Oriente).

Se questo è il quadro fornito dal Fondo monetario internazionale a livello globale, il focus sull’Italia non è meno allarmante. Il Pil del nostro Paese viene dato in frenata a +0,5 nel 2026 e nel 2027, ovvero 0,2 punti percentuali in meno di quanto precedentemente previsto per entrambi gli anni. E questo nello scenario più rassicurante, ovvero che la guerra non provochi ulteriori danni infrastrutturali e si abbassi il livello delle tensioni entro un paio di mesi. Niente di buono neanche sul fronte inflazione: se nell’area euro dovrebbe attestarsi sul 2,6% quest’anno e sul 2,2% il prossimo, l’inflazione italiana dovrebbe stare sulla stessa percentuale fino a dicembre e poi aumentare al 2,4% nel 2027.

Un ultimo dato che viene inserito nel report e che emerge in tutta evidenza per più motivi è quello riguardante la Russia: a fronte delle stime al ribasso segnalate a livello globale, gli economisti del Fmi hanno alzato le stime di crescita per l’economia russa all’1,1% per il 2026, rispetto al precedente 0,8%, citando l’aumento dei prezzi di petrolio e gas innescati dai bombardamenti sull’Iran e dal blocco di Hormuz. Se il 2025 si era chiuso con un netto rallentamento a causa delle sanzioni imposte a Mosca per l’invasione dell’Ucraina, la crisi del Golfo ha fatto bene alle principali voci dell’export moscovita, fondamentale per Putin per continuare a sostenere le spesse della guerra contro Kiev. Scrivono gli esperti Fmi allargando lo sguardo fino alla fine del prossimo anno: «In Russia si prevede che il rialzo dei prezzi delle materie prime determinerà una revisione al rialzo di 0,3 punti percentuali della crescita per il 2026 rispetto a gennaio, portandola all’1,1%, con un momentum destinato a confermare un tasso di crescita dell’1,1% anche nel 2027».

Un ultimissimo dato, anzi un’ulteriore considerazione riguardo a tutto ciò, arriva da una riflessione pubblicata sempre dal Fondo monetario internazionale a commento del Weo. Dopo aver ricapitolato i punti salienti del report, nel blog Fmi dal titolo “La guerra offusca le prospettive economiche globali e ridefinisce le priorità politiche” e dal sottotitolo “Il conflitto in Medio Oriente ha frenato lo slancio della crescita. Per contenere i danni sono necessarie politiche adeguate e una più forte cooperazione globale”, si legge nelle righe conclusive: «Il conflitto in Medio Oriente richiede un’attenzione immediata, ma non deve distogliere l’attenzione dal perseguimento di una crescita sostenibile». E poi, giusto prima di chiudere sul fatto che «l’economia mondiale si trova ad affrontare un’altra prova difficile»: «La guerra dovrebbe inoltre stimolare una più rapida adozione delle energie rinnovabili, in grado di rafforzare la resilienza agli shock energetici, migliorare la sicurezza energetica e sostenere la transizione climatica».

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.