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La crisi del debito pubblico si affronta abolendo i privilegi (ovvero tassando i ricchi): l’analisi di Piketty sul 1789, il 1945 e oggi

L’economista traccia un parallelo storico riguardo ciò che avvenne con la rivoluzione francese, il secondo dopoguerra e la situazione attuale. «I governanti non avranno altra scelta che rivolgersi ai più facoltosi, e ciò dovrà avvenire con aliquote ben più elevate rispetto all’imposta minima del 2%»
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L’analisi riguarda la Francia, ma risulta interessante anche in rapporto a quel che avviene e che potrebbe o potrà avvenire in futuro anche in Italia. L’economista Thomas Piketty scrive nella sua ultima riflessione pubblicata sul web che come molti altri paesi, la Francia non è alla sua prima crisi del debito pubblico. Si possono distinguere tre grandi episodi, dice facendo riferimento alla rivoluzione del 1789, al secondo dopoguerra (1945) e all’odierna situazione, che potrebbe essere ancora più esplosiva a causa della crisi energetica innescata dal conflitto nel Golfo. «La prima lezione di questa lunga storia è che esistono diversi modi per uscirne, anche in pochi anni e con debiti più ingenti di quelli attuali. Ma ciò comporta sempre sconvolgimenti politici di grande portata, commisurati agli interessi contrastanti in gioco». A cosa si riferisce? Semplice: facendo un salto all’indietro nel diciottesimo secolo, l’economista francese ricorda che essendo «incapace di far pagare le tasse alle classi privilegiate, l’Ancien Régime accumulò un debito considerevole, pari a circa un anno di reddito nazionale, un importo simile al livello attuale, ma in un contesto in cui l’economia era scarsamente monetizzata e le imposte non superavano una piccola percentuale della produzione annuale».

La soluzione a quella prima crisi del debito passò per la fine dei privilegi, per l’introduzione di un sistema fiscale universale gravante su tutte le proprietà «(imposta fondiaria e successoria, purtroppo proporzionale e non progressiva, nonostante le proposte innovative già formulate all’epoca), e soprattutto nazionalizzazione senza indennizzo dei beni ecclesiastici, che vengono messi all’asta per rifinanziare le casse. In pratica, le classi nobili e borghesi che detenevano titoli del debito pubblico divennero spesso i nuovi proprietari dei beni della Chiesa. Con grande disappunto dei contadini poveri, che speravano che la Rivoluzione avrebbe finalmente permesso loro di accedere alla terra e di smettere di lavorare per gli altri».   

Con un salto temporale che arriva a metà del secolo scorso e alla seconda grande crisi del debito che si verifica all’indomani delle guerre mondiali, Piketty osserva che  sia nel 1920 che nel 1945 il debito pubblico francese supera ogni volta il 200% del prodotto interno lordo, il livello più alto mai registrato fino ad oggi. «In entrambi i casi, il debito verrà ridotto a ben poco nel giro di pochi anni, con una miriade di prelievi straordinari sui più facoltosi, come nel 1789»: «Nel 1920, è una delle maggioranze più a destra della storia della Repubblica, il Bloc National, proveniente da quelle famiglie politiche che fino al 1914 rifiutavano l’imposta sul reddito al 2%, a votare un’aliquota del 72% sui più ricchi. Prova, se mai ce ne fosse bisogno, che a volte è difficile prevedere dall’opposizione cosa si farà una volta al potere, e che il peso del contesto storico può portare a innovazioni impreviste. Purtroppo il Senato – che sotto la Terza Repubblica usa e abusa del suo diritto di veto su tutte le leggi (dal bilancio al voto delle donne) – nel 1925 blocca il progetto di prelievo del 10% sul capitale privato adottato dal Cartello delle Sinistre. Era tuttavia l’unico modo per risolvere il problema del debito senza inflazione, che in fondo non è altro che un’imposta ingiusta e regressiva sulle classi medie e popolari».  Nel 1945, continua l’economista francese, i rapporti di forza cambiarono. Il debito superava nuovamente il 200% del Pil, ma il Senato aveva perso il diritto di veto, e l’Assemblea nazionale, dominata dalla sinistra, adotta senza opposizione un’imposta di solidarietà nazionale che grava con un’aliquota del 20% sui patrimoni più elevati e arriva fino al 100% su coloro che hanno registrato un arricchimento nominale tra il 1938 e il 1945. Questa imposta di solidarietà, sottolinea, «può essere pagata in titoli, che vengono poi versati nelle “società di investimento nazionali” (una sorta di fondo sovrano dell’epoca) create a tale scopo. In pratica, tuttavia, l’inflazione riduce gli effetti dell’imposta di solidarietà nazionale, che si rivela meno efficace dell’imposta equivalente adottata in Germania (con un’aliquota che arriva al 50% sui patrimoni più elevati) e in Giappone (90%)». 

E veniamo al 2026. Nessuno sa quando arriverà la crisi, scrive Piketty. «È possibile che i tassi di interesse reali, storicamente molto bassi, di cui beneficiano attualmente i paesi ricchi (in parte a causa dell’eccesso di risparmio mondiale e in parte a causa di un sistema finanziario che li favorisce) si protraggano ancora per un certo periodo. Ma è probabile che alla fine risalgano, nel qual caso la crisi sarà brutale. L’idea secondo cui l’aggiustamento avverrà prelevando tranquillamente dalla classe media e popolare (tramite le tasse o l’inflazione) o riducendo i servizi pubblici e le prestazioni sociali a cui hanno diritto non regge all’analisi». Piketty osserva che come nel 1789 e nel 1945, «i governanti non avranno altra scelta che rivolgersi ai più facoltosi», e ciò dovrà avvenire con aliquote ben più elevate rispetto all’imposta minima del 2% sui super-ricchi discussa lo scorso autunno, che logicamente avrebbe dovuto essere approvata all’unanimità. «Coloro che ripetono all’infinito che un prelievo così esiguo sarebbe una spoliazione non fanno altro che testimoniare il loro rifiuto di qualsiasi dibattito pacato e razionale, fondato sulla storia. Impegnando così tante energie a difendere gli interessi dei potenti, contribuiscono a orientare la rabbia sociale verso i conflitti identitari e i discorsi anti-migranti e anti-poveri. Questo non risolverà nulla (i miliardi non sono da quella parte) e non farà altro che ritardare l’inevitabile, ma potrà occupare l’attenzione politica per un certo tempo, causando nel frattempo danni considerevoli. Al di là dei giochi di ruolo degli uni e degli altri, la realtà è che nazionalisti e liberali sono compiacenti e ci stanno portando al peggio».

L’economista francese non vuole però concludere la sua riflessione con una nota così amara e inserisce allora una nota di ottimismo. Sottolinea che la Francia non è mai stata così ricca, in gran parte grazie all’uguaglianza delle condizioni, alle infrastrutture collettive e alla democratizzazione sociale ed educativa che si sono affermate nel corso di un lungo periodo. Inoltre i patrimoni privati oggi sono fiorenti, scrive, mentre nel 1945 erano ormai allo stremo: «I fondamentali economici sono molto più favorevoli rispetto alle crisi precedenti. Se riusciremo a superare il conservatorismo politico dominante, sarà possibile trovare collettivamente soluzioni giuste ed efficaci che ci consentano di ripartire».

Qui si chiude l’analisi teorica dell’esperto. Passare alla pratica sta ai decisori politici. In Francia come in altri paesi alle prese con lo stesso problema del debito pubblico (leggi l’Italia) e della timidezza (ritrosia?) nel tassare adeguatamente i super-ricchi.

Redazione Greenreport

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