
Hormuz o non Hormuz, questo è il dilemma

Il presidente Trump una ne fa e cento ne pensa, creando così un disorientamento generale sulla delicatissima questione della libertà di transito nel Golfo Persico che, come abbiamo imparato a comprendere in questo mese e mezzo dall’inizio del conflitto, vede nello Stretto di Hormuz l’arteria giugulare dei transiti marittimi in tutta l’area. Fino a venerdì pomeriggio tutto il mondo riteneva che entrambe le parti in guerra fossero vicinissime all'accordo, tanto che le Borse occidentali hanno chiuso le contrattazioni con ampi margini di guadagno, aiutati anche dalle ottimistiche previsioni legate ai nuovi incontri diplomatici; domani dovrebbero infatti avviarsi nuovi colloqui delle delegazioni diplomatiche a Islamabad (Pakistan).
Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo per la dichiarata riapertura di Hormuz, ieri è arrivata una nuova dichiarazione dall’esercito iraniano: lo Stretto di Hormuz è stato nuovamente chiuso a causa del mantenimento del blocco navale imposto dagli Usa alle navi dirette nei porti della Repubblica Islamica.
E come se non bastasse già l’alto tasso di confusione, fonti iraniane hanno riferito alla Cnn che gli Stati Uniti hanno ancora confermato la loro partecipazione ai previsti colloqui di pace di Islamabad per porre fine alla guerra.
Era percepibile nell’aria come la tregua fosse molto fragile di per sé; poi Trump per colmare la misura ha voluto rincarare la dose, affermando che potrebbe non estendere il cessate il fuoco con l'Iran se i negoziati falliranno. Per rendere i preparativi negoziali ancora più incerti, ha ulteriormente aumentato le tensioni, avvertendo che gli Stati Uniti metteranno in sicurezza il materiale nucleare iraniano "in una forma molto più ostile" se non si raggiungesse alcun accordo. A poco o nulla è valso il fatto che, in precedenza, Trump avesse espresso fiducia in merito al fatto che entrambe le parti fossero prossime al raggiungimento di un accordo condiviso.
In questo clima di sospetti e d’incertezza reciproche, un ruolo determinante gioca anche la fragilità della tregua in Libano: Israele ha annunciato senza mezzi termini – escludendo, quindi, ogni via negoziale – che imporrà una "linea gialla", come quella usata precedentemente a Gaza, che vieta ai residenti di tornare in 55 villaggi occupati dall’Idf. Questo accade sotto gli occhi di tutti, mentre migliaia di sfollati, con l'entrata in vigore della tregua, si accingevano a ritornare nelle loro case.
A questo punto, cos’è possibile aspettarsi dagli incontri di Islamabad? Molti analisti definiscono l’incontro di domani come un’incognita assoluta; al di là della completa disponibilità del Pakistan, che sta emergendo come una potenza regionale chiave con influenza diplomatica via via sempre più incisiva, una soluzione negoziata al conflitto in corso appare sempre più complicata da raggiungere.
Questa confusione generale genera uno stato d’insicurezza diffusa, che potrebbe comportare pesanti ripercussioni pure sulla resistenza psicologica delle migliaia di marinai che compongono gli equipaggi delle navi mercantili rimaste metaforicamente incagliate, non su fondali rocciosi ma nelle più insidiose acque di una diplomazia americana opaca e cangiante, anguilliforme, a cui piace assumere posture rodomontate piuttosto che sforzarsi a riannodare il bandolo della matassa, con la sola, sobria ricerca del negoziato.





