
Il costo della guerra per le imprese italiane: serviranno fino a 21 miliardi in più per pagare le bollette

Oggi scade l’ennesimo ultimatum dato da Trump a Teheran, («accordo subito o cadranno molte bombe»), ma intanto da Confindustria arrivano dei dati allarmanti, circa i primi impatti della guerra sui costi per le aziende e circa quel che in più le imprese italiane dovrebbero pagare se il conflitto in Medio Oriente dovesse andare ancora avanti per diversi mesi. Dati che, va da sé, sono figli della dipendenza del nostro Paese rispetto alle importazioni di combustibili fossili, della vulnerabilità del nostro sistema energetico ancora troppo poco centrato sugli stabilimenti di energia rinnovabile interni ai confini nazionali, del potere di ricatto dato in mano a Paesi tutt’altro che affidabili.
Il Centro studi di viale dell’Astronomia ha realizzato un report dal titolo piuttosto esaustivo: “Rincari dell’energia, calo di fiducia e aspettative, rialzo dei tassi sovrani: primi impatti della guerra”. Punto centrale del testo è la stima di quanto potrebbero aumentare quest’anno i costi energetici per le imprese italiane, in diversi scenari che potranno prender corpo in Medio Oriente. Già nel 2025, scrivono gli esperti di Confindustria, per gli strascichi sui prezzi di gas e petrolio dell’impennata del 2022 (dovuta alla guerra in Ucraina), «la manifattura italiana pagava una bolletta energetica più alta dei principali competitor europei (Francia e Germania), con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali maggiore rispetto a 6 anni prima (del +25%, dal 3,9% pre-Covid, al 4,9%)».
Per il 2026, nell’ipotesi che la guerra in Iran finisca a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), che riprendano i flussi commerciali pre-conflitto e che la capacità produttiva dei paesi del Golfo rimanga adeguata a sostenere l’offerta mondiale, «le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025». In tal caso, l’incidenza dei costi energetici risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026.
Ma questo è lo scenario per così dire più ottimista. Se però oggi non dovesse arrivare nessun accordo di pace, se a parlare tornassero a essere solo le bombe e se la situazione attorno allo Stretto di Hormuz non si dovesse sbloccare, il conto per le imprese italiane sarebbe ben peggiore. Si legge infatti nell’analisi del Centro studi di Confindustria: «Se la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%). In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese. Le quali vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale, considerato anche che i prezzi di petrolio e gas sono più bassi per le imprese localizzate in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano».
I calcoli degli economisti sono stati effettuati tra l’altro a tregua vigente, e nonostante questo, scrivono, «l’impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull’economia italiana: cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi. Reggono gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del Pnrr». Risorse che a breve verranno a mancare, c’è da aggiungere tra l’altro. E una congiuntura fatta da un venir meno di questi fondi e da un protrarsi della guerra in Medio Oriente costituirebbe un duro colpo per la nostra economia.
Per ora infatti l’aumento dei prezzi delle bollette è stato determinato non da una fattuale scarsità delle materie prime, ma dalle prospettive future. E un lungo conflitto porterebbe inevitabilmente a scenari ben più critici. Scrivono gli economisti di Confindustria: «Le tensioni in atto sui prezzi di input quotati sui mercati internazionali, sia energetici che non energetici, appaiono per ora riconducibili a dinamiche speculative (basate sull’attesa di futura scarsità), più che a vincoli di disponibilità fisica. In particolare, questo è vero soprattutto per il petrolio, la commodity più colpita dalla guerra: sui prezzi (subito) e sui volumi (tra qualche mese). In una prospettiva di più lunga durata del conflitto, emergono segnali di crescente attenzione anche ai rischi di approvvigionamento di input, cioè alla carenza di volumi. In particolare, la quota di imprese che indica criticità nella fornitura di materie prime aumenta dal 7,4% all’11,3%, rendendo tale fattore il quarto principale rischio atteso». Il quarto, si legge nel testo, perché poi i risultati del questionario di “Indagine rapida sull’attività nell’industria italiana”, somministrato a fine marzo alle grandi imprese del settore associate a Confindustria, mostrano come le preoccupazioni si concentrano soprattutto su tre fattori: il costo dell’energia, indicato come criticità dal 25,0% dei rispondenti, i costi di trasporto e/o assicurazione (21,9%) e il costo delle materie prime non energetiche (18,4%). Tra l’altro quest’ultimo fattore, spiegano gli economisti di viale dell’Astronomia, assume un rilievo maggiore nelle prospettive, risultando la principale fonte di preoccupazione (20,7% delle imprese) qualora il conflitto si protragga.





