
Addio a Desmond Morris, etologo che mise uno specchio davanti alla “scimmia nuda”

«Esistono 193 specie viventi di scimmie e primati; 192 di esse sono ricoperte di peli. L’unica eccezione è uno scimmione nudo che si è dato il nome di Homo sapiens». Desmond Morris apriva con questa frase “La scimmia nuda”, libro pubblicato per la prima volta nel 1967 e diventato ben presto un best seller internazionale (venne tradotto in italiano già l’anno successivo), procurandogli fama ma anche non poche critiche perché quello era effettivamente uno “studio zoologico sull’animale uomo” (questo il sottotitolo). L’etologo britannico ha cavalcato tranquillamente sia la prima che le seconde ed è morto domenica all’età di 98 anni, dopo aver pubblicato una novantina di saggi, aver incarnato il ruolo di divulgatore scientifico alla Bbc, svolto le mansioni di direttore del settore mammiferi dello zoo di Londra, dipinto tele in stile surrealista, fatto spallucce di fronte agli accademici che mal digerivano le sue teorie che toglievano l’uomo da in cima a un piedistallo non rinvenibile in natura e invece lo riposizionavano saldamente in un mondo naturale in cui i comportamenti di tutti gli esseri rispondono alla fin fine a processi biologici.
Dal 2018, dopo aver perso la moglie a cui era legato da 66 anni, si era stabilito dal figlio a Naas, in Irlanda. Le sue passioni non lo hanno mai abbandonato. Fin da bambino era rimasto stregato dal mondo animale, tanto da trasformare in piccoli zoo personali sia la dimora natia di Purton (dove è nato il 24 gennaio 1928) sia l’abitazione di Swindon, meta del trasferimento familiare nel 1933. Dopo la parentesi del servizio di leva tra il 1946 e il 1948, il passaggio alla facoltà di Zoologia fu la naturale evoluzione delle sue passioni infantili. Durante gli anni a Birmingham, tuttavia, continuò a portare avanti l’altra sua passione, la pittura, e non mise mai da parte i pennelli: la sua vena artistica lo portò, nel 1950, a esporre le proprie opere accanto a quelle di Joan Miró presso la London Gallery e a cimentarsi nella regia di due pellicole di stampo surrealista.
Il suo percorso accademico proseguì a Oxford con un dottorato di ricerca. Qui, nel 1954, discusse una tesi incentrata sulle dinamiche comportamentali del pesce spinarello, per poi dedicarsi all’analisi dei rituali di accoppiamento nell’avifauna. Nel 1956, l’approdo alla Zoological Society of London in veste di responsabile cinematografico e televisivo per la Granada diede una svolta alla sua carriera: la produzione di contenuti video lo spinse a focalizzarsi sullo studio dei primati. La popolarità mediatica arrivò poco dopo: per il programma ZooTime condusse circa 500 puntate fino al 1959, per poi passare alla Bbc con la serie “Life in the Animal World” (un altro centinaio di puntate).
L’incredibile risonanza mondiale de “La scimmia nuda” (libro tradotto negli anni in 28 lingue diverse) gli garantì l’indipendenza finanziaria necessaria per stabilirsi a Malta e concentrarsi sulla produzione letteraria. Rientrò a Londra solo nel 1973, per avviare una collaborazione scientifica con l’illustre etologo Niko Tinbergen. Caratteristica di tutti i suoi saggi è l’analisi dei comportamenti umani alla luce dei più basilari processi biologici, che si tratti di relazioni sociali, rapporti sessuali, scelta e consumo di cibo, attenzione al benessere, mostrando quel poco che ci differenzia e quel tanto che ci accomuna alle altre 192 specie di scimmie. Un’impostazione che incrina profondamente la superbia dell’uomo e che gli valse molte critiche. Da lui scrollate di dosso con un misto di noncuranza e sorpresa. Disse al riguardo: «Io amo gli animali e sono orgoglioso di definirmi tale. Definire animali gli esseri umani per me non è degradante».





