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L'accordo di difesa della Mecca appena sottoscritto dai tre Stati musulmani sunniti già messo a dura prova dagli Houti

Dopo che il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha firmato il patto di difesa con Turchia e Pakistan, in risposta alla crescente instabilità regionale determinata dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, un nuovo attacco mirato alle capacità produttive dell’Arabia saudita è stato portato a segno dai miliziani sciiti
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Non abbiamo neanche avuto il tempo di capire gli effetti (e le eventuali conseguenze) che l’accordo di “difesa della Mecca”, appena sottoscritto tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan potrebbe sviluppare in quella regione tormentata da molte stratificate instabilità di diversi generi che già le cronache dei media locali, riprese da autorevoli agenzia stampa occidentali, hanno annunciato che gli Houthi, diventati oramai una presenza stabile negli episodi militari ispirati dall'Iran - in territorio yemenita - hanno attaccato l’importante raffineria di Jazan della Saudi Aramco di proprietà del Regno saudita. Esattamente due giorni dopo la firma dell’alleanza (domenica per chi legge), dopo che il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha firmato il patto di difesa con Turchia e Pakistan, in risposta alla crescente instabilità regionale determinata dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, un nuovo attacco mirato alle capacità produttive dell’Arabia saudita viene portato a segno dalle milizie houti. 

L'alleanza tra musulmani sunniti di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, mirante a rafforzare la deterrenza collettiva contro qualsiasi atto di aggressione e che stabilisce, tra l’altro, che un attacco armato contro uno qualsiasi dei tre sarebbe considerato un attacco a tutti gli altri, viene messe subito alla prova dei fatti. Non è ancora stato reso noto se in seguito a quest’ennesimo attacco degli houti il Pakistan e/o la Turchia si unissero alla risposta che con alte probabilità i sauditi staranno pianificando quale conseguenza degli ultimi attacchi subiti.

Ricordiamo, inoltre, che gli Houthi dichiararono di voler effettuare un blocco navale contro le unità appartenenti al Regno saudita nel Mar Rosso già il mese scorso (e lo stanno attuando nei fatti!), citando quello che hanno poi definito per “rompere l’assedio saudita contro di loro”; va detto, per inciso, che Riyadh ha sempre negato quest’accusa.

Nella giornata di ieri, il ministero saudita dell'energia ha dichiarato che “un incendio è scoppiato nella raffineria di Jazan, ma è stato successivamente spento senza feriti”; le autorità saudite stanno affrontando l'incidente senza però fornire elementi sulla causa scatenante.

Diverse fonti d’agenzia mediorientali hanno diffuso, invece, la notizia che gli Houthi hanno usato droni per colpire la raffineria “è stata colpita Aramco a Jazan, che lavora 400.000 barili di petrolio greggio al giorno nel Sud-Ovest dell'Arabia Saudita” così come qualche settima fa venne colpita la raffineria di Yanbu, situata sul Mar Rosso.

Fino ad oggi non sono noti commenti sauditi sugli attacchi avvenuti nello Yemen; tuttavia, Rashad al-Alimi - capo del consiglio presidenziale yemenita sostenuto dall'Arabia Saudita -, domenica ha informato il “Chargé d'Affaires” della Missione USA in Yemen, Neil Hop, sugli sviluppi, affermando che quest’ultimo attacco degli Houthi poneva la responsabilità sulla comunità internazionale, tra cui soprattutto gli Stati Uniti, chiedendo in modo chiaro di "andare oltre il semplice contenimento della minaccia Houthi per affrontare le sue fonti e strumenti". Una dichiarazione assai pesante sia sul piano politico che militare, come a voler sottendere un intervento militare (americano?) mirato sugli houti.

Il bilancio ufficiale di quest’ultimo attacco, secondo il portavoce militare yemenita, ha causato sette morti e un numero imprecisato di feriti, oltre ai gravi danni causati alle infrastrutture del porto. Cosa succederà ora in termini d’intervento militare degli altri due firmatari del patto di difesa della Mecca resta ancora un’incognita. C’è chi ha parlato di alleanza simile alla NATO, spingendosi a definirla la NATO del Medioriente; tuttavia, le cose non sono così chiare e soprattutto non c’è stato ancora il tempo necessario a poter programmare un’attività militare di risposta. Forse, e lo affermiamo con molta cautela, una risposta potrebbe arrivare dal Pakistan sulla scorta del precedente trattato, firmato il 17 settembre 2025 dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e dal Primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Riyadh; ricordiamo, inoltre, che ciò avvenne a seguito degli attacchi compiuti da Israele contro il Qatar e dopo il vertice arabo-islamico di Doha.

L'Iran e i suoi storici gruppi armati sciiti musulmani, alleati fedeli, hanno colpito con droni e missili l'Arabia Saudita e numerosi sceiccati del Golfo Persico, bloccando le loro spedizioni di prodotti fossili destinati alla produzione di energia; tutto questo ha un’origine certa e che ancora pesa come un macigno sulle economie globali: il bombardamento del 28 febbraio scorso, quando gli Stati Uniti ed Israele attaccarono deliberatamente l’Iran, gli americani spinti, forse, dal facile successo ottenuto in Venezuela, senza tuttavia avere la più lontana percezione dell’Iran, le cui profonde radici affondano nell’impero Persiano e in quella fase della loro storia continuano a tutt’oggi ad identificarsi.

Aurelio Caligiore, Ammiraglio Ispettore del Corpo della Guardia Costiera

Da oltre quarant’anni Ufficiale della Marina Militare del Corpo della Guardia Costiera, l’Ammiraglio Ispettore Aurelio Caligiore è da sempre impegnato in attività legate alla tutela dell’ambiente. Nell’ultimo decennio è stato Capo del Reparto ambientale marino delle Capitanerie di Porto (RAM) presso il ministero dell’Ambiente. Attualmente è Commissario presso la Commissione Pnrr-Pniec del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).