
Ex Ilva al bivio: tra lo stop dei giudici e la scommessa della cordata italiana

L’ex Ilva di Taranto vive i giorni più drammatici della sua recente storia industriale. Nel giro di poche settimane, il destino del polo siderurgico è stato stravolto da due eventi speculari: un decreto della Corte d’Appello di Milano che impone lo spegnimento dell’area a caldo e il tentativo di un salvataggio privato nazionale. Sullo sfondo, i diritti dei lavoratori si scontrano con l’impossibilità giuridica e i limiti tecnici del risanamento ambientale.
Il verdetto di Milano: mirino su amianto e polveri
Il terremoto giudiziario è scattato alla fine di luglio con la decisione della Corte d’Appello di Milano. Accogliendo l’azione inibitoria promossa dall’associazione Genitori Tarantini, i giudici hanno intimato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro novanta giorni. Il dispositivo subordina la ripartenza degli impianti a due condizioni insindacabili: l’eliminazione totale di circa due tonnellate di amianto ancora presenti nelle strutture e il monitoraggio stringente con abbattimento immediato delle polveri sottili (PM10 e PM2.5). Per la magistratura, la produzione primaria senza queste tutele non è compatibile con il diritto alla salute.
La proposta di Federacciai e il paletto del sequestro
Mentre il Governo prepara il ricorso in Cassazione, sul fronte societario si è aperta la pista della cordata italiana. Il Consiglio di Presidenza di Federacciai ha infatti conferito mandato formale ad Antonio Gozzi per verificare la fattibilità di un consorzio privato nazionale, ipotesi che ha incassato l’apertura di Confindustria.
La proposta contiene però una clausola stringente dettata da insuperabili vincoli legali: l’acquisizione riguarderà esclusivamente le attività a freddo (laminazione e finitura), importando l’acciaio grezzo dall’estero. L’area a caldo, infatti, è storicamente sottoposta a sequestro giudiziario e non è legalmente vendibile ai privati. La strategia della cordata punta quindi a rilevare solo lo stabilimento commercializzabile, lasciando i giganti da forno e i relativi oneri sotto la gestione dei commissari straordinari.
La sfida dei reflui nell’area a freddo
Un aspetto cruciale dell’operazione riguarda l’impatto ambientale della parte che verrebbe ceduta ai privati. Acquistando l’area a freddo, la cordata italiana diventerebbe l’unica e diretta responsabile del settore idrico industriale legato a quella specifica filiera. Gli imprenditori dovranno finanziare interamente i complessi cicli di trattamento dei reflui chimici generati dalle lavorazioni successive.
Anche senza gli altiforni, la lavorazione a freddo produce scarti liquidi particolarmente aggressivi e difficili da smaltire. Gli impianti di depurazione privati dovranno neutralizzare e filtrare costantemente tre tipologie di reflui:
- le acque esauste del decapaggio, fortemente acide e saturate da Metalli Pesanti;
- le emulsioni oleose e i lubrificanti sintetici che raffreddano i rulli dei laminatoi;
- i residui tossici di Zinco e Cromo derivati dai processi di protezione superficiale delle lamiere, strettamente regolati dalle severe normative europee.
La scarsità di partner tecnologici idrici
Gestire in totale sicurezza questo imponente ricircolo chimico rappresenta la vera barriera all’entrata per il consorzio privato. Una depurazione inefficiente esporrebbe immediatamente la nuova proprietà a sanzioni e a nuovi blocchi dell’attività da parte della magistratura.
La principale difficoltà strategica per la cordata sarà trovare un accordo con un partner tecnologico idrico di livello internazionale. Sul mercato globale, infatti, le multinazionali d’ingegneria che possiedono i brevetti, le tecnologie di ultrafiltrazione e il know-how necessari per trattare reflui metallurgici su volumi così massicci si contano sulle dita di una mano. Stringere un’alleanza con uno di questi pochissimi colossi mondiali della purificazione è un passaggio obbligato per i privati: senza un partner capace di garantire la sostenibilità ecologica del ciclo idrico, l’intero piano di rilancio dei laminatoi rischia di rimanere irrealizzabile.





