Skip to main content

Nuove alleanze e vecchi sodalizi poco efficaci: gli Stretti di Bab el-Mandeb e Hormuz restano pericolosi pantani

L’alleanza tra Pakistan, Turchia e Arabia saudita ha suscitato una prima forte reazione di contrarietà da parte dell’Iran, anche se la lettura che viene fornita da fonti ufficiali del governo degli Ayatollah sembra orientarsi nel considerare questa cooperazione trilaterale come un elemento che contribuisce alla diminuzione dell’influenza statunitense in tutto il Medioriente
 |  Approfondimenti

Negli ultimi giorni abbiamo assistito alla nascita di una nuova alleanza tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita e restiamo in attesa di ascoltare i primi vagiti della nuova creatura politica. Naturalmente, e non poteva essere diversamente, c’è stata una prima forte reazione di contrarietà da parte della Repubblica islamica dell'Iran, spintasi fino a sostenere che questa nuova partnership emergente, nasce per sfidare l'egemonia statunitense esistente da anni nella regione piuttosto che prendere di mira Teheran. Occorre, comunque, considerare che questo sviluppo si accordi sta avvenendo in un contesto di dinamiche geopolitiche in continuo cambiamento, dove si sono riaperti spazi politici che consentono riallineamenti e mutamenti geopolitici impensabili fino al febbraio scorso.

Il ministero degli Esteri iraniano non ha mancato di sottolineare che la triplice alleanza, costituitasi a Riyadh con la forte determinazione del principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, non rappresenta una minaccia per gli interessi strategici dell'Iran, lasciando in tal modo ad intendere che non ravvisa profili di preoccupazione per l’esito del conflitto in corso, avviatosi a superare il primo semestre dall’inizio dei bombardamenti israelitici-americani del 28 febbraio scorso. La lettura che viene fornita da fonti ufficiali del governo degli Ayatollah sembra orientarsi, invece, nel considerare questa cooperazione trilaterale come un elemento che contribuisce alla diminuzione dell'influenza statunitense in tutto il Medioriente.

Ancora non si sono viste conseguenze pratiche scaturenti dagli effetti dell’alleanza e ciò nonostante il blocco navale dichiarato e sostenuti dalle milizie houti, determinate a colpite le navi che rappresentino un interesse per il Regno saudita; tuttavia, sebbene i dettagli dell'accordo sono rimasti segreti, non è difficile immaginare un focus sulle misure di sicurezza collettiva da adottarsi in caso di aggressione ad uno dei tre paesi sottoscrittori dell’accordo, al quale, ricordiamo, è stato dato un nome evocativo per tutto il mondo musulmano: la difesa della Mecca.

Proprio nelle ultime ore, infatti, stiamo assistendo ad un’escalation delle attività belliche da parte degli houti contro navi mercantili ritenute collegate all’interesse del Regno saudita. L’ultimo attacco, consumato contro un mercantile all'estremità meridionale del Mar Rosso, ha causato la perdita della vita per quattro membri dell'equipaggio.

Le vittime erano imbarcate sulla motonave Tihamah, battente bandiera della Tanzania - di proprietà egiziana - con un imprecisato numero di membri di equipaggio composto, peraltro, da cittadini egiziani e pakistani; sono i primi morti registratesi tra membri d’equipaggio causati dagli attacchi Houthi yemeniti, notoriamente alleati dell'Iran dall'inizio della guerra del Golfo. Anche sul fronte di Hormuz la confusione regna sovrana; infatti, il CENTCOM dell'esercito statunitense ha dichiarato che un elicottero MH-60 della Marina degli Stati Uniti ha lanciato due missili “Hellfire” per disattivare il timone di una nave mercantile, Vela Nova, battente bandiera panamense, accusata di violare il blocco navale imposto dalla U.S. Navy Vela Nova. L'azione, si legge ancora nel comunicato stampa diffuso dalle autorità militari americane, è avvenuta dopo che l'equipaggio ha ignorato i ripetuti avvertimenti per impedire alla nave di violare il blocco navale statunitense diretto verso i porti iraniani: “la nave ha ignorato ripetuti avvertimenti di smettere di violare un blocco navale sui porti iraniani, ha affermato il CENTCOM”.

Noi speriamo fermamente di sbagliarci; tuttavia intravedere spiragli di ragionevolezza in questa torbidità pervasa dai fumi delle esplosioni resta un’impresa veramente ardua, un esercizio di buona volontà che fa a cazzotti con la ragionevolezza; si parla di violazione di blocchi navali autoproclamati, americani o houti yemeniti poco importa, appartengono alla sola volontà delle parti in conflitto e mancano totalmente dei crismi giuridici necessari per essere riconosciuti dal diritto internazionale. La continua messa in discussione di azioni che producono immediate reazioni sul piano militare non porterà a nessuna risoluzione del conflitto, anzi, sembrano crearsi le condizioni per svilupparlo sempre di più. Non ci vorremmo accanire col Segretario Generale, Antonio Gutierrez, oramai giunto alla fine del suo mandato: vorremmo solo sperare che chi lo sostituirà dimostri maggior carattere e sappia assumere il governo delle Nazioni Unite con maggior fermezza e sagacia, anche se siamo ben consapevoli di quanto possa essere faticosa la barra di questo mastodontico timone.

Aurelio Caligiore, Ammiraglio Ispettore del Corpo della Guardia Costiera

Da oltre quarant’anni Ufficiale della Marina Militare del Corpo della Guardia Costiera, l’Ammiraglio Ispettore Aurelio Caligiore è da sempre impegnato in attività legate alla tutela dell’ambiente. Nell’ultimo decennio è stato Capo del Reparto ambientale marino delle Capitanerie di Porto (RAM) presso il ministero dell’Ambiente. Attualmente è Commissario presso la Commissione Pnrr-Pniec del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).