
Gli Usa riprendono i bombardamenti nello Stretto di Hormuz, dopo una lunga pausa negoziale che non è servita a nulla

Avevamo sperato fino all’ultimo che la via negoziale per arrivare a dirimere la controversa e ingarbugliata questione di Hormuz potesse trovare una via in cui far prevalere buon senso e ragionevolezza, per garantire la regolarità e la gratuità dei flussi di traffico mercantile; in sostanza, per ritornare alla situazione esistente prima dei bombardamenti del 28 febbraio scorso che, come sappiamo, hanno scatenata guerra, distruzione e instabilità in tutta l’area del Golfo Persico.
Purtroppo, la notte del 30 agosto, le Forze Armate american hanno ripreso i bombardamenti, spingendosi a colpire con droni due lanciatori di missili iraniani presenti sull’isola di Larak che, stante alle dichiarazioni del Centcom (Comando Centrale delle forze armate degli Stati Uniti d'America), responsabile delle operazioni militari in Medio Oriente, Asia Centrale e parti dell'Asia Meridionale, stavano preparando il lancio di razzi navali nello Stretto di Hormuz. Al momento si registrano 2 morti e diversi feriti iraniani, provocati dall'attacco statunitense di domenica notte. Anche l’agenzia stampa iraniana “Irna” lo confermerebbe (sebbene il numero esatto dei feriti non sia ancora stato reso pubblico); anche l’autorevole agenzia Reuters ha confermato che l'attacco Usa ha provocato vittime tra militari e civili iraniani, senza però fornire alcun bilancio numerico.
Com’era ampiamente prevedibile, la risposta iraniana non si è fatta attendere, lanciando missili contro installazioni militari statunitensi collocati in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti. La maggior parte dei missili risulterebbero essere stati intercettati e non risultano al momento esserci vittime americane confermate causate da questa rappresaglia.
Le urla del Tycoon si sono però subito levate da Washington, minacciando una nuova risposta americana e promettendo che gli Usa “colpiranno duramente” l'Iran. Appare lapalissiano che tutto questo rende concreto il rischio di una nuova preoccupante escalation nelle prossime ore.
Ancora più surreali apparirebbero le dichiarazioni attribuite al presidente Trump sull'isola di Kharg, tramite un video realizzato con l’Ia sull’attacco (sebbene né la Casa Bianca né il Pentagono abbiano confermato un attacco a Kharg e diffuso un video realizzato con l’Ia dell’attacco stesso).
In compenso, una cosa è certa: il traffico navale registrato nello Stretto di Hormuz è rimasto quasi fermo. Lunedì (ieri per chi legge) sono transitate soltanto 5 navi mercantili, a fronte di una media che ha fatto registrare circa 14 unità negli ultimi dieci giorni; viene, inoltre, segnalato che “nessuna petroliera” è transitata da Hormuz.
La reazione dei mercati ha fatto schizzare il brent, che stamattina è salito a circa 91,54 dollari al barile; appare, quindi, chiaro che il punto decisivo non è legato al numero delle vittime dell'attacco americano a Larak, quanto al rischio che il transito nello Stretto di Hormuz rimanga, di fatto, bloccato.
La reazione dei mercati si potrebbe tradurre nell’aggiungere del cosiddetto “premio di rischio geopolitico” al prezzo del greggio: più aumenta la probabilità di attacchi alle navi o alle infrastrutture energetiche del Golfo, più salirebbe il prezzo del brent.
In definitiva, se la situazione a Hormuz dovesse ulteriormente deteriorarsi, il rischio per il consumatore non sarebbe di andare incontro ad un aumento di pochi centesimi/litro: la Federpetroli Italia, per bocca del suo presidente, Michele Marsiglia, ha già ipotizzato uno scenario estremo con il diesel che potrebbe arrivare a costare fino a 3 €/l; ovviamente, si tratta di uno scenario che si basa su una prolungata interruzione delle forniture e, fortunatamente, non di una previsione per i prossimi giorni.
Tuttavia, se la de-escalation dovesse ancora tardare a realizzarsi, non si potrebbe escludere che lo scenario soprarichiamato, da ipotetico, possa diventare reale.





