Skip to main content

Oltre il dogma del Pil: perché la crescita economica non coincide con il benessere

Un'analisi su 130 economie dimostra che, superata una certa soglia di reddito, i guadagni sulla qualità della vita sono sempre minori: il vero sviluppo umano si misura sull’efficacia delle politiche pubbliche
 |  Approfondimenti

Perché continuiamo a giudicare il successo di un paese guardando quasi esclusivamente al Pil? La domanda non è nuova. Fu lo stesso inventore del Prodotto Interno Lordo, l’economista Simon Kuznets, ad avvertire il Congresso americano già nel 1934: “Il benessere di una nazione non si può dedurre da una misura del reddito nazionale”. Novant’anni dopo, quell’avvertimento resta per lo più ignorato.

Il Pil misura quanto un paese produce, ma non dice nulla su come questa ricchezza si distribuisca, a quali costi ambientali e sociali venga generata, né se si traduca davvero in vite migliori. Robert Kennedy lo sintetizzò nel 1968: il Prodotto Nazionale Lordo misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Un’affermazione forte, ma anche tecnicamente fondata.

Gli economisti ecologici Herman Daly e John Cobb hanno mostrato, già nel 1989, che il Pil non distingue tra crescita “desiderabile” e crescita “compensativa”: le spese per riparare un disastro ambientale o curare una malattia legata all’inquinamento vengono contabilizzate esattamente come un aumento di benessere. Non è un dettaglio da poco.

Costruendo un indicatore alternativo che sottrae questi costi, il Genuine Progress Indicator, si scopre che negli Stati Uniti, tra il 1950 e il 2004, mentre il Pil pro-capite cresceva in media del 3,81% l’anno, il benessere reale si fermava all’1,33%, stagnante di fatto dal 1978.

Anche l’Italia si è mossa in questa direzione: dal 2013 Istat e Cnel calcolano il BES, il Benessere Equo e Sostenibile, un set di indicatori che affianca al Pil dimensioni come salute, istruzione, ambiente e disuguaglianze, ed entra oggi anche nel ciclo di programmazione economica del governo.

Un contributo decisivo a questo dibattito arriva dal pensiero di Amartya Sen. Per Sen, premio Nobel nel 1998, lo sviluppo non coincide con la crescita del reddito, ma con l’ampliamento delle libertà sostanziali delle persone: la possibilità concreta di scegliere e realizzare la vita che hanno ragione di apprezzare.

 Reddito e ricchezza, in questa prospettiva, non sono un fine, ma solo uno strumento, utile ma non sufficiente. Martha Nussbaum ha tradotto l’“approccio delle capacità” di Sen in un elenco di capacità umane centrali: salute, integrità fisica, libertà di pensiero, partecipazione politica. Variabili che nessun paese dovrebbe comprimere in nome della sola crescita.

Da questo approccio nasce, nel 1990, l’Indice di Sviluppo Umano (HDI), elaborato dall’economista pakistano Mahbub Ul Haq per le Nazioni Unite. L’HDI combina in un unico valore, tra 0 e 1, longevità, istruzione e tenore di vita, restituendo un’immagine dello sviluppo molto più ricca del solo reddito pro-capite.

Cosa dicono i dati su 130 economie? Un’analisi da me condotta, su oltre 130 economie emergenti e in via di sviluppo (le cosiddette EMDEs della Banca Mondiale), nel periodo 2000-2022, incrocia Pil pro-capite e HDI.

Il risultato di base è atteso: la relazione non è lineare, ma segue un andamento a rendimenti decrescenti, descritto da una curva logaritmica che spiega circa il 78% della variabilità dell’HDI. Ai bassi livelli di reddito, un aumento del Pil si accompagna a guadagni di benessere rapidi; superata una certa soglia, lo stesso aumento produce miglioramenti sempre più piccoli.

Più interessanti sono i casi che si allontanano da questa relazione attesa. Il più eclatante è la Guinea Equatoriale: pur avendo uno dei Pil pro-capite più alti dell’Africa subsahariana, si colloca tra le ultime posizioni al mondo per sviluppo umano. È il sintomo della cosiddetta “maledizione delle risorse”: in economie dipendenti da petrolio e materie prime, la rendita si concentra in poche mani invece di tradursi in sanità e istruzione diffuse. All’opposto, piccoli stati insulari come le Isole Marshall e Tonga, con redditi modesti, raggiungono livelli di sviluppo umano ben superiori alle attese. Segno che le scelte politiche contano quanto, se non più, della crescita in sé.

È ancora Sen a offrire la chiave di lettura più utile per interpretare questa divaricazione, distinguendo tra uno sviluppo “growth-mediated”, in cui è la crescita economica, se ben redistribuita, a generare benessere diffuso, e uno “support-led”, in cui sono le politiche pubbliche di istruzione e sanità a produrre sviluppo umano anche in assenza di una crescita elevata.

La crescita economica conta, ed è anzi una delle correlazioni più forti misurate in questo tipo di analisi. Ma da sola non basta, e soprattutto non è la variabile più interessante da guardare per capire se un paese sta davvero migliorando le condizioni di vita di chi lo abita. Il Pil racconta solo una parte della storia. Spesso, come mostrano i dati, non è nemmeno la parte più importante.

Andrea Moretti

Andrea Moretti, laureando in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore, con un curriculum in Economia, Società e Cooperazione. Il suo interesse è rivolto all’incrocio tra economia, politica e relazioni internazionali, e in particolare al perché, a parità di risorse, alcuni paesi riescono a garantire condizioni di vita eque e altri no. Dopo la triennale proseguirà gli studi con una magistrale in Economics and Political Science all’Università di Milano.