
Per ricostruire Gaza ci vogliono almeno 71,5 miliardi di dollari

Secondo l'ultimo rapporto “Developments in the economy of the Occupied Palestinian Territory” pubblicato dall’United Nations Conference on Trade and Development (Unctad) e che descrive dettagliatamente il completo collasso dell'economia della Striscia di Gaza, le crescenti restrizioni all'attività economica in Cisgiordania e la pressione sempre maggiore sulle finanze pubbliche palestinesi e sul settore bancario, «il fabbisogno di Gaza per la ripresa e la ricostruzione è stimato in 71,5 miliardi di dollari».
Mentre Trump e i suoi complici e reggicoda del Board of Peace continuano a parlare a vuoto di ricostruzione a Gaza trasformata in un gigantesco resort turistico, l’Unctad rivela impietosamente come 59 anni di occupazione hanno condizionato l'economia palestinese, con costi strutturali ed economici in forte aumento dall'ottobre 2023, dopo la strage di israeliani compiuta da Hamas e il genocidio a Gaza e la repressione in atto – con il via libera ai coloni israeliani – nella Cisgiordania.
Dal rapporto emerge che «Dopo la forte contrazione del 2024, il PIL palestinese è cresciuto del 4,3% nel 2025 partendo da una base bassa, ma è rimasto inferiore del 20% rispetto al livello del 2022. Il PIL reale di Gaza è aumentato del 34,2% dopo una contrazione dell'83% nel 2024, un rimbalzo statistico rispetto a una base fortemente ridotta. In tutto il territorio palestinese occupato, centinaia di migliaia di posti di lavoro sono andati persi dall'ottobre 2023, cancellando circa 2,8 miliardi di dollari di reddito da lavoro cumulativo».
In Cisgiordania, il rapporto documenta «La riduzione dell'accesso alla terra e alle risorse naturali associata all'espansione degli insediamenti» e segnala «Un aumento degli sfollamenti: 38 comunità palestinesi sono state svuotate dal 2023 e gli sfollamenti nel primo trimestre del 2026 hanno superato il totale registrato nel 2025».
E le politiche d fiscali antipalestinesi del governo di estrema destra israeliano minacciano la stabilità macroeconomica di quel che resta dei Territori palestinesi occupati. Il rapporto rileva che «La situazione finanziaria del governo palestinese è peggiorata drasticamente. In base al Protocollo di Parigi, Israele riscuote oltre due terzi delle entrate fiscali palestinesi per conto del governo palestinese. I trasferimenti sono stati intermittenti e soggetti a detrazioni. Da maggio 2025 a metà del 2026I trasferimenti delle entrate dovute al governo palestinese sono stati completamente trattenuti. Le detrazioni cumulative e le entrate trattenute tra gennaio 2019 e marzo 2026 hanno superato i 3,67 miliardi di dollari circa, calcolati al tasso di cambio vigente al momento della scadenza dei pagamenti, pari all'83% delle entrate nette totali palestinesi nel 2025».
Una politica di totale strangolamento economico e il rapporto Unctad stima il deficit di bilancio per il 2025 al 13% del PIL, escludendo le entrate non riscosse, rispetto al 6% se tali entrate vengono considerate come entrate dovute al governo.
L’agenzia economica dell’Onu denuncia che «Queste pressioni fiscali stanno limitando i servizi essenziali. Alla fine del 2025, gli arretrati relativi al settore sanitario hanno raggiunto 1,1 miliardi di dollari, aumentando i rischi per la continuità dei servizi forniti da ospedali, organizzazioni non governative e fornitori di prodotti farmaceutici. In Cisgiordania, la carenza di risorse ha portato le scuole a limitare le lezioni in presenza a tre giorni alla settimana nel 2025».
Il rapporto fa notare che, per finanziare il deficit, il governo palestinese «Ha fatto ricorso sempre più spesso all'indebitamento presso le banche nazionali e ha accumulato arretrati nei confronti dei fornitori del settore privato e del fondo pensionistico, portando il debito pubblico totale a 4,8 miliardi di dollari nel 2025. Considerando anche i prestiti garantiti dagli stipendi dei dipendenti pubblici, l'esposizione del sistema bancario nei confronti del settore pubblico ha raggiunto i 5,3 miliardi di dollari, pari al 42% di tutti i prestiti bancari». A questo si aggiunge che «La breve validità delle lettere di indennizzo emesse dalle autorità israeliane incide sui rapporti con le banche corrispondenti e sull'accesso al commercio e alla finanza globali. Le banche palestinesi incontrano inoltre difficoltà nella conversione delle banconote in shekel in conti digitali a causa delle restrizioni sul rimpatrio di valuta. Nel complesso, questi ostacoli potrebbero compromettere il finanziamento delle importazioni di carburante, medicinali e generi alimentari».
Se la Cisgiordania è in ginocchio, nella Striscia di Gaza la crisi è devastante: il rapporto stima che, dopo l’ottobre 2023, il 92% delle attività economiche di Gaza sono state danneggiate o distrutte. Il PIL pro capite nel 2025 si attestava a 212 dollari, pari a circa 0,58 dollari a persona al giorno in termini di PIL e al 17% del livello del 2022. La disoccupazione ha raggiunto il 78%, mentre oltre il 90% della popolazione in età lavorativa era priva di occupazione. La quota della Striscia di Gaza sul PIL palestinese è scesa dal 17,4% di prima dell'ottobre 2023 a meno del 4% nel 2025. E questo nonostante il contemporaneo crollo economuco in Cisgiordania dovuto all’inasprirsi dell’occupazione israeliana,
Il rapporto evidenzaia che «Tutti i settori produttivi di Gaza sono rimasti ben al di sotto dei livelli di produzione del 2022: agricoltura e industria hanno registrato entrambe un calo del 94%, mentre il settore delle costruzioni ha subito un calo del 99%. Nel 2025, il livello generale dei prezzi a Gaza è rimasto superiore del 274% rispetto al livello del 2022, con beni di prima necessità come patate e gas da cucina che costavano diverse volte di più rispetto ai prezzi del 2022».
Una rapida valutazione dei danni e dei bisogni, condotta dalla Banca Mondiale, dall'Unione Europea e dalle Nazioni Unite, stima i danni alle infrastrutture fisiche di Gaza a 35,2 miliardi di dollari e le perdite economiche e sociali a 22,7 miliardi di dollari, all'inizio del 2026. Separatamente, la valutazione stima il fabbisogno totale per la ripresa e la ricostruzione della Striscia di Gaza a 71,5 miliardi di dollari. Una cifra che continua ad aumentare, visto che i bombardamenti israeliani continuano nonostante la “tregua” e che le infrastrutture che non sono state distrutte si stanno degradando rapidamente.
L’Unctad sottolinea che «Il settore abitativo rappresenta la categoria di danni più consistente e quello che necessita maggiormente di ricostruzione. La valutazione evidenzia danni ingenti alle strutture scolastiche e sanitarie, con oltre la metà degli ospedali e delle cliniche di assistenza sanitaria di base fuori servizio. Meno dell'1,5% dei terreni coltivabili di Gaza è rimasto accessibile e intatto, aumentando la dipendenza dagli aiuti alimentari umanitari».
Il rapporto rileva che «La ripresa e la ricostruzione nei territori palestinesi occupati richiederanno un'assistenza finanziaria e tecnica internazionale su larga scala. Individua nella ricostruzione della capacità produttiva nei settori dell'agricoltura, dell'industria, dell'edilizia, dell'energia e della tecnologia un elemento centrale per la ripresa al di là delle condizioni precedenti all'ottobre 2023».
L’Unctad conclude individuando tre priorità immediate: trasferire le entrate palestinesi trattenute, salvaguardare il sistema bancario e allineare il sostegno alla ricostruzione all'entità documentata dei danni e delle perdite economiche.





