Cambiamento climatico e soluzioni basate sulla natura: scienza e conoscenze indigene alleate

La natura è fondamentale per rallentare il cambiamento climatico, ma da sola non basta è può farlo solo se prima la aiutiamo

[6 Maggio 2021]

Il recente vertice sul clima convocato del presidente Usa Joe Biden ha evidenziato l’importanza delle soluzioni basate sulla natura, come scrive Bob Berwyn su Inside Climate News, «Non importa quanti pannelli solari, turbine eoliche e auto elettriche saranno costruiti tra oggi e il 2030, il mondo non raggiungerà i suoi obiettivi climatici sempre più ambiziosi senza il grande aiuto di foreste, praterie e oceani».

Il 22 aprile, aprendo la sessione del vertice dedicata alle soluzioni climatiche basate sulla natura, la segretaria agli interni Usa Deb Haaland ha ricordato che «Raggiungere il net zero entro il 2050 non sarà possibile senza la natura. L’impatto dell’inquinamento da gas serra che provoca caldo estremo e tempeste sta avendo un effetto devastante sulle nostre terre e oceani. Allo stesso tempo, la natura ci fornisce le soluzioni».

Le soluzioni basate sulla natura puntano sia a rallentare il cambiamento climatico che  a proteggere la biodiversità e le comunità umane, rafforzando gli ecosistemi che stoccano carbonio. Questi progetti vanno dalla protezione delle foreste pluviali dell’Africa centrale alla creazione della Muraglia Verde del Sahel, dalla ricostruzione delle barriere coralline lungo le coste della Florida, al ripristino delle praterie sottomarine nel Regno Unito e alle piantagioni di bambù in California e al ripristino di zone umide e praterie montane in Tibet.

Oceani, foreste e campi stoccano già circa la metà della CO2 prodotta dalla combustione di combustibili fossili e, per rallentare l’accumulo di gas serra nell’atmosfera, i piani internazionali per limitare il riscaldamento globale dipendono dall’aiuto ancora maggiore questi  ecosistemi. La maggior parte dei governi dei Paesi del mondo si dicono convinti che la natura li aiuterà a ridurre le emissioni nei prossimi decenni, ma studi recenti suggeriscono che in futuro né le foreste né gli oceani saranno in grado di assorbire tanto carbonio quanto stanno facendo ora – come sta succedendo purtroppo in Amazzonia – rendendo questi impegni delle azzardate quanto comode scommesse incerte.

E i governi hanno di fronte anche un altro problema: «Quanto la natura possa iutare a rallentare il riscaldamento globale può dipendere dal fatto che le comunità locali possano riguadagnare i diritti sulle terre che occupavano tradizionalmente», hanno detto i leader indigeni al vertice sul clima di Biden. Molti ricercatori e popolazioni native hanno fatto notare che le soluzioni basate sulla natura più efficaci sono state sviluppate da comunità indigene che praticano la conservazione sostenibile da migliaia di anni, ben prima che la rivoluzione industriale iniziasse a riscaldare l’atmosfera e il pianeta.

Secondo Tuntiak Katan , coordinatore generale della Global Alliance of Territorial Communities, che rappresenta le comunità indigene e locali nel bacino amazzonico, Brasile, Indonesia e Mesoamerica, «Questo è un problema critico per le popolazioni indigene. Storicamente, abbiamo affermato che il modo in cui agiamo come persone, come umanità, le nostre politiche economiche non sono quelle giuste per il pianeta. Ora, la scienza sta dimostrando che avevamo ragione. Il primo passo verso soluzioni naturali efficaci è il riconoscimento legale dei diritti degli indigeni sulla loro terra. E’ vostra responsabilità e volontà politica cambiare la traiettoria di distruzione e verso il collasso climatico del pianeta. Se iniziamo ad agire adesso, salveremo noi stessi. Non si tratta di salvare gli animali o il pianeta, si tratta di salvare l’umanità».

Dal vertice è anche emerso che i popoli nativi hanno una fortissima motivazione ad agire. Come ha detto l’amministratore dell’ Environmental Protection Agency Usa, Michael Regan, «Le tribù e le comunità indigene sono particolarmente vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico che sta colpendo le loro terre d’origine, i luoghi sacri e le risorse da cui dipendono».

Fawn Sharp, presidente del National Congress of American Indians, ha raccontato che «La Quinault Indian Nation nel Pacifico nord-occidentale ha avvertito alcuni di questi impatti nel 2006. La “dura realtà”, dopo millenni in cui milioni di salmoni sockeye si sono riprodotti nel fiume Quinault, è stata che il loro numero è sceso a solo circa 4.000. I salmoni non possono emergere dal fiume per stare nelle sale del Congresso. Siamo la loro voce. Abbiamo il sacro dovere non solo di combattere, non solo di proteggere tutta l’umanità, ma di proteggere tutte le cose viventi. Ho visto l’innalzamento del livello mare inondare una delle comunità costiere della nazione Quinault e ho visto miglia di costa disseminate di animali marini uccisi dall’esaurimento dell’ossigeno nell’oceano.  Ognuno di questi impatti in prima linea ha avuto un impatto significativo e ha traumatizzato la nostra intera nazione. Abbiamo assistito a un mondo completamente svincolato dai valori, dall’insegnamento e dal senso di responsabilità che tutti condividiamo nel prenderci cura dei nostri parenti, dell’oceano, delle foreste e dei cieli».

Hindou Imarou Ibrahim, coordinatrice dell’Association des Femmes Peules Autochtones du Tchad, dove l’aumento del caldo e le mutevoli condizioni meteorologiche hanno portato all’interruzione dell’approvvigionamento idrico e costretto le comunità ad abbandonare le loro terre ancestrali, ha ricordato che «Per le comunità indigene, la protezione della natura non è una politica. E’ uno stile di vita. Siete intelligenti perché iniziate a capire che senza i popoli indigeni, non c’è modo di risolvere il caos del cambiamento climatico in cui ci hanno messo i Paesi industrializzati. Non abbiamo dottorati di ricerca, ma abbiamo le nostre conoscenze tradizionali. Abbiamo le nostre nonne che possono dirci come ripristinare le foreste tropicali. Sappiamo come costruire la resilienza perché sappiamo come ascoltare nostra madre Terra». Ma poi la giovane leader africana ha aggiunto: «Se volete il nostro aiuto, abbiamo alcune condizioni. La prima di tutte è che è tempo che i governi e le companies inizino ad ascoltarci e la smettano di rubare la nostra terra per l’agricoltura e i combustibili fossili. Questo è necessario adesso».

Con i rappresentanti cdelle comunità indigene si è detto d’accordoil climatologo Joeri Rogelj, del Grantham Institute dell’Imperial College di Londra e dell’International Institute for Applied Systems Analysis austriaco, «Le soluzioni basate sulla natura fanno parte del portafoglio di misure che dobbiamo perseguire per decarbonizzare le nostre economie in modo rapido ed efficace». Ma ha introdotto un forte argomento di complessità e ha avvertito che le soluzioni basate sulla natura «Non sono la pallottola d’argento. Primo, non tutte le misure che utilizzano un albero si qualificano come una soluzione basata sulla natura. Piantare foreste di monocolture che riducono la biodiversità locale e l’accesso delle popolazioni locali ai terreni agricoli o all’acqua non soddisferebbe l’obiettivo. Ad esempio, quando le piantagioni di olio di palma sostituiscono le foreste vetuste o le foreste secondarie, la ricchezza di specie diminuisce, E poiché quegli stessi ecosistemi che speriamo ci aiuteranno, sono molto vulnerabili ai cambiamenti climatici che si prevede si verificheranno nei prossimi decenni, non è chiaro se questi ecosistemi continueranno effettivamente a immagazzinare tanto carbonio quanto ci aspettiamo. Anche se non dovremmo certo  evitare le soluzioni basate sulla natura, non dovremmo scommettere il nostro futuro sul loro successo».

Lo studio “Natural climate solutions”, pubblicato nell’ottobre 2017 su PNAS da un team internazionale di ricercatori guidato da biologo Bronson W. Griscom di Nature Conservancy e della James Madison University, ha dimostrato che le soluzioni climatiche naturali «Possono fornire oltre un terzo della mitigazione climatica economica necessaria da oggi al 2030 per stabilizzare il riscaldamento al di sotto dei 2° C. Oltre a riduzioni aggressive delle emissioni di combustibili fossili» e che forniscono «Una forte serie di opzioni per le nazioni per rispettare l’Accordo sul clima di Parigi, migliorando la produttività del suolo, ripulendo le nostre aria e ‘acqua e mantenendo la biodiversità». Ricerche più recenti hanno persino delineato un piano globale dettagliato per preservare e ripristinare le foreste per sequestrare il carbonio. Criticando implicitamente le costose e sperimentali tecnologie di carbon capture and storage – sulle quali puntano anche Biden, l’Ue e le industrie dei combustibili fossili – uno degli autori di questi studi, Constantin Zohner, un biologo del cambiamento climatico del Crowther Lab dell’ETH Zürich, conclude; «Finora, le piante sono l’unica tecnologia di cui disponiamo per assorbire grandi quantità di carbonio dall’atmosfera, altre non ne esistono. Sono uno dei nostri alleati nella lotta al cambiamento climatico. Ma invece di utilizzare quell’offerta, abbattiamo sempre più piante e foreste ogni anno, E anche se usassimo le piante per rallentare il cambiamento climatico, le soluzioni naturali non possono mai essere un sostituto per i drastici tagli delle emissioni necessari».