Emergenza Covid-19: anche i cittadini dei Paesi asiatici chiedono di chiudere i mercati della fauna selvatica (VIDEO)

Un sondaggio del Wwf e una petizione all’Onu di Animal Equality. chiudere tutti i wet market, difendere la biodiversità

[7 Aprile 2020]

Quest’anno la giornata mondiale della salute cade proprio mentre il mondo è alle prese con la peggiore emergenza sanitaria del recente passato, e il Wwf la celebra pubblicando il “Sondaggio di opinione su Covid-19 e commercio di animali selvatici in 5 mercati asiatici” dal quale emerge che oltre il 90% degli intervistati nel sud-est asiatico e ad Hong Kong è «favorevole ad una chiusura da parte dei governi dei mercati illegali o non regolamentati di fauna selvatica».

Il Wwf ricorda che «La violenza con cui è divampata l’emergenza legata al Covid-19 ha evidenziato il legame tra malattie zoonotiche – quelle trasmesse dagli animali all’uomo – e mercati di fauna selvatica».

Il Sondaggio online condotto a marzo da GlobeScan tra 5.000 partecipanti provenienti da Hong Kong, Giappone, Myanmar, Tailandia e Vietnam ha rilevato che «l’82% degli intervistati è estremamente o molto preoccupato per l’epidemia, e che il 93% degli intervistati nel sud-est asiatico e ad Hong Kong sostiene le azioni dei loro governi per eliminare i mercati illegali e non regolamentati». Il Wwf dice che il suo sondaggio/ricerca «Mostra che i cittadini sostengono azioni simili da parte di altri governi in tutto il Sud Est asiatico. Questo è stato il primo sondaggio dell’opinione pubblica sulla connessione tra Covid-19 e il commercio di animali selvatici mai realizzato in diversi Paesi asiatici».

Si tratta dei cosiddetti wet market, i “mercati umidi” che prendono il nome in parte dal sangue e dai resti degli animali che ne ricoprono il pavimento e dove gli animali vivi convivono con i resti di quelli che vengono uccisi sul posto per i clienti che vogliono mangiare carne appena macellata.

Il 9% degli intervistati da GlobeScan ha dichiarato di aver acquistato o di conoscere qualcuno che ha acquistato fauna selvatica negli ultimi 12 mesi in questi mercati di fauna selvatica, ma l’84%  dice che è improbabile o molto improbabile che acquisterà prodotti derivanti dalla fauna selvatica in futuro.

Nonostante ci siano ancora da chiarire molti dettagli delle origini del Covid-19, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha confermato che l’attuale pandemia di Covid-19, insieme ad almeno il 61% di tutti i patogeni umani, ha origine zoonotica e che il commercio di animali selvatici è un rischio che aggrava la diffusione delle zoonosi. Altre recenti epidemie, tra cui SARS, MERS ed Ebola, sono state originate a virus che si sono diffusi dagli animali alle persone. Il Wwf ricorda che «Il commercio insostenibile di animali selvatici è la seconda più grande minaccia diretta alla biodiversità a livello globale, dopo la distruzione degli habitat. Le popolazioni di animali vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi, pesci) sulla Terra sono diminuite in media del 60% dal 1970,  mentre un rapporto del 2019 dell’Intergovernmental science-policy platform on biodiversity and ecosystem services (Ipbes) ha concluso che una media del 25% delle specie globali è attualmente minacciata estinzione».

Il 24 febbraio il governo cinese ha annunciato un divieto assoluto di consumo di animali selvatici e ha chiuso la caccia in tutto il Paese e Christy Williams, direttore regionale del programma Asia Pacifico del Wwf, dice che «La Cina ha fatto un buon passo in avanti vietando la caccia, il commercio, il trasporto e il consumo di animali selvatici e il Vietnam sta lavorando a provvedimenti simili. Altri governi asiatici devono seguire l’esempio cinese, chiudendo i mercati di fauna selvatica ad alto rischio e mettendo fine a questo commercio una volta per tutte: questa è una strada obbligata per salvare vite umane e contribuire ad evitare che i drammi sociali e le turbolenze economiche che tutto il mondo sta subendo si ripetano ancora».

Marco Lambertini, direttore generale del Wwf International, aggiunge: «I cittadini in Asia hanno espresso la propria volontà: coloro che vivono nei paesi in cui i mercati della fauna selvatica sono più diffusi chiedono che il consumo di animali selvatici sia fermato e che il commercio illegale e non regolamentato di animali selvatici venga eliminato. Le persone sono profondamente preoccupate e sosterrebbero le azioni dei loro governi per prevenire potenziali future crisi sanitarie globali originate dai mercati della fauna selvatica. E’ tempo di collegare i puntini tra commercio della fauna selvatica, degrado ambientale e rischi per la salute umana:  agire ora per difendere sia gli esseri umani che le numerose specie selvatiche minacciate dal consumo e dal commercio è cruciale per la nostra stessa sopravvivenza».

In un’intervista a The Guardian, la segretaria esecutiva ad interim della Convention on biological diversity (Cbd), Elizabeth Maruma Mrema ha detto che «Il messaggio che stiamo ricevendo è che se non ci prendiamo cura della natura, lei si prenderà cura di noi. Sarebbe bene vietare i mercati di animali vivi».

Anthony Fauci direttore del National institutes of health and human services, l’epidemiologo statunitense diventato Famoso per aver costretto Donald Trump ad abbandonare la disastrosa strada che aveva preso sul coronavirus, è d’accordo: «Penso che dovremmo chiudere subito quei wet market. Non so cos’altro deve succedere per farci capire questo fatto».

Secondo Animal Equality «Questi punti di vista rappresentano ormai la maggioranza crescente di esperti scientifici e legislatori che chiedono la chiusura immediata dei “mercati umidi”» e sottolinea che La petizione di per la messa al bando dei wet market, lanciata con una campagna mondiale il 2 aprile, ha raccolto oltre 200 mila firme in pochi giorni, di cui più di 100.000 solo in Italia. L’organizzazione internazionale per la protezione degli animali chiede all’Onu di vietare per sempre tutti i wet market che «non solo rappresentano un pericolo immediato per gli esseri umani, ma sono anche terribilmente crudeli e disumani nei confronti degli animali». Una campagna, che è stata lanciata contemporaneamente in 8 Paesi e che comprende immagini inedite registrate da Animal Equality durante le ricerche condotte nei wet market di Cina, Vietnam e India, che mostrano animali come cervi, procioni, coccodrilli e cani, che vivono in condizioni non igieniche, soffrono di disidratazione, fame e malattie.

Matteo Cupi, direttore esecutivo di Animal Equality in Italia, conclude: «I wet market non hanno posto nella nostra società e dovrebbero essere immediatamente chiusi. Non solo questi mercati sono estremamente crudeli per gli animali, ma la ricerca scientifica ha dimostrato il loro legame con le epidemie di malattie di origine animale, dimostrando che sono anche una minaccia immediata per la salute e la sicurezza pubblica».

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