Gli esseri umani hanno cominciato a cambiare l’ecologia di tre quarti della Terra già 12.000 anni fa

«Dobbiamo cambiare rotta se vogliamo sostenere l'umanità nei prossimi 12.000 anni». E i popoli indigeni possono insegnarci come fare

[21 Aprile 2021]

Lo studio “People have shaped most of terrestrial nature for at least 12,000 years”, pubblicato recentemente su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da team internazionale di ricercatori, dimostra che «L’utilizzo del suolo da parte delle società umane ha rimodellato l’ecologia in gran parte del territorio terrestre da almeno 12.000 anni». Il team di ricerca ha confrontato la storia dell’utilizzo del suolo globale con gli attuali modelli di biodiversità e conservazione, un lavoro che ha rivelato che «La causa principale dell’attuale crisi della biodiversità non è la distruzione umana delle terre selvagge disabitate, ma piuttosto l’appropriazione, la colonizzazione e l’uso intensivo di terre precedentemente gestite in modo sostenibile».

I ricercatori sottolineano che «I nuovi dati ribaltano le precedenti ricostruzioni della storia dell’utilizzo del suolo globale, alcune delle quali indicavano che la maggior parte del territorio terrestre fosse disabitato anche di recente, nel 1500 d.C.». Inoltre, il nuovo studio supporta la tesi secondo la quale per porre fine all’attuale crisi della biodiversità sulla Terra sia essenziale potenziare la gestione ambientale attuata delle popolazioni indigene e delle comunità locali in tutto il pianeta.

Il principale autore dello studio, Erle Ellis del Department of geography and environmental systems dell’University of Maryland Baltimore County (UMBC), spiega che «Il nostro lavoro dimostra che la maggior parte delle aree rappresentate come “incontaminate”, “selvagge” e “naturali” sono in realtà aree con una lunga storia di insediamento e utilizzo umano. Potrebbero essere state interpretate in questo modo perché in queste aree le società hanno utilizzato i loro territori in modi che hanno sostenuto la maggior parte della loro biodiversità autoctona e persino aumentato la loro biodiversità, produttività e resilienza».

La natura come la conosciamo oggi ha preso forma circa 12.000 anni fa, quando finì l’ultima era glaciale. I ghiacciai e le banchise di ghiaccio che coprivano la maggior parte del pianeta si ritirarono. Le temperature aumentarono e gli ambienti temperati e tropicali si spinsero più a nord, aprendo ampi territori ideali per la sopravvivenza degli esseri umani che hanno iniziato a formare comunità che hanno portato alla ricca diversità delle società umane di oggi. Con la comparsa degli insediamenti umani, le persone iniziarono a cambiare il modo in cui utilizzavano la terra e interagivano con piante, animali e gli ecosistemi più ampi.

Il team di ricerca interdisciplinare, che comprendeva geografi, archeologi, antropologi, ecologi e scienziati della conservazione di Usa, Paesi Bassi, Cina, Germania, Australia e Argentina, ha messo insieme le  rispettive conoscenze e competenze per realizzare un grande studio che ha richiesto un approccio altamente collaborativo. Gli scienziati hanno infatti testato come, per oltre per oltre 12.000 anni, il grado in cui i modelli globali di utilizzo del suolo e la popolazione siano stati statisticamente associati ai modelli globali contemporanei di alto valore di biodiversità all’interno delle aree prioritarie per la conservazione.

Ellis spiega ancora «Le nostre mappe globali dimostrano che anche 12.000 anni fa, quasi tre quarti della natura terrestre era abitata, utilizzata e modellata dalle persone. 12.000 anni fa, le aree non toccate dalle persone erano quasi rare come lo sono oggi. Fondamentalmente, abbiamo integrato una serie di diversi dataset sull’utilizzo  del suolo e la densità della popolazione in un modello antropogenico. Questo ci ha permesso di visualizzare il modo in cui le persone interagiscono con i territori e la natura. Può essere visto come un’altra forza globale, come il clima».

All’UMBC  fanno notare che «Le pratiche culturali dei primi utilizzatori del territorio anno avuto un certo impatto sulle estinzioni. Tuttavia, in generale, l’utilizzo del suolo da parte delle comunità indigene e tradizionali ha sostenuto la stragrande maggioranza della biodiversità della Terra per millenni. Questa scoperta arriva in un momento critico di accresciuta necessità di sviluppare risposte sostenibili a lungo termine ai nostri maggiori problemi ambientali».

Siamo nel bel mezzo di una crisi della biodiversità, con un’accelerata perdita di specie a livello globale e una delle autrici dello studio, Nicole Boivin, del Max-Planck-Institut für Menschheitsgeschichte, evidenzia che «Il problema non è di per sé l’utilizzo umano. Il problema è il tipo di utilizzo del suolo che vediamo nelle società industrializzate, caratterizzato da pratiche agricole insostenibili e da estrazione e appropriazione assoluta».

Lo studio riconosce che l’agricoltura moderna e l’uso intensivo del suolo sono necessari per produrre cibo a sufficienza per nutrire la popolazione mondiale. Da solo l’utilizzo tradizionale del suolo semplicemente non è abbastanza produttivo. Ma lo studio suggerisce anche una via da seguire utilizzando insieme entrambi i metodi.

Ellis è convinto che «Per comprendere veramente la natura terrestre oggi, è necessario comprendere la profonda storia umana di quella natura. Al di fuori di poche aree remote, la natura come la conosciamo è stata plasmata dalle società umane nel corso di migliaia di anni. Gli sforzi per conservare e ripristinare non avranno successo senza dare potere alle persone indigene, tradizionali e locali che conoscono la loro natura in modi che gli scienziati stanno solo iniziando a capire».

Gli autori dello studio sostengono che i loro risultati «Confermano che la conservazione e il ripristino della biodiversità trarranno beneficio spostando l’attenzione dalla conservazione della terra in una forma immaginata come “intatta” al sostegno delle popolazioni tradizionali e indigene le cui pratiche di utilizzo del suolo hanno contribuito a sostenere la biodiversità a lungo termine».

Darren J. Ranco, un indigeno della nazione indiana Penobscot, professore associato di antropologia e coordinatore della ricerca sui nativi americani all’università del Maine, è d’accordo: «Questo studio conferma su una scala non compresa in precedenza che le popolazioni indigene hanno gestito e influenzato gli ecosistemi per migliaia di anni, principalmente in modi positivi. Questi risultati hanno particolare rilevanza per i diritti e l’autodeterminazione degli indigeni contemporanei. Gli indigeni attualmente esercitano un certo livello di gestione per circa il 5% delle terre del mondo, sulle quali esiste l’80% della biodiversità mondiale. Anche così, le popolazioni indigene sono state escluse dalla gestione, dall’accesso e dall’abitare nelle terre protette, in luoghi come i parchi nazionali degli Stati Uniti. Dobbiamo anche garantire che i nuovi tentativi di proteggere le terre e la biodiversità non siano solo una conquista verde delle terre indigene. Non possiamo ricreare la peggiore delle politiche coloniali intese a escludere le popolazioni indigene, il che senza dubbio peggiorerebbe la situazione per l’ambiente e l’umanità». Che è poi quel che dicono le associazioni che difendono i popoli indigeni, come Survival International, quando avvertono che proteggere il 30% delle terre emerse non tenendo conto dei diritti dei popoli autoctoni si trasformerebbe in un boomerang per la salvaguardia della biodiversità, facendo anche notare la differenza tra il modello di conservazione applicato in Europa e quello dominante in Africa, Asia e in parte in America Latina.

Un altro autore dello studio Torben Rick, curatore North American Archaeology allo Smithsonian National Museum of Natural History, sottolinea che «Nel corso della storia, i popoli indigeni hanno raccolto un’incredibile quantità di conoscenza ambientale che hanno trasmesso di generazione in generazione. Ci sono lezioni importanti da imparare da quella conoscenza tradizionale. La nostra ricerca dimostra le connessioni tra le persone e la natura che abbracciano migliaia di anni. Queste connessioni sono essenziali per capire come siamo arrivati ​​al presente e come raggiungere un futuro più sostenibile».

Lo Smithsonian Magazine evidenzia che «La natura oggi è il biprodotto di millenni di uso sostenibile del suolo indigeno che ha avuto luogo a livello globale, indipendentemente dal fatto che ciò significasse usare il fuoco come strumento di gestione, piantare semi specifici, cacciare solo specie selezionate o raccogliere legname in un modo particolare. Il modello dello studio descrive questi modelli di utilizzo del suolo e l’evoluzione dei paesaggi nel tempo che possono poi essere confrontati con i dati archeologici di regioni specifiche. Fornisce inoltre agli archeologi un ampio set di dati comparativi che possono gettare nuova luce sulla loro ricerca individuale».

Lo studio rappresenta una nuova forma di collaborazione tra archeologia, scienza del cambiamento globale, conservazione e studio delle conoscenze indigene e gli autori sperano che «Questo lavoro apra la porta all’aumento dell’utilizzo dei dati storici sull’uso del suolo globale da parte di scienziati naturali, responsabili politici, attivisti e altri. I leader in una vasta gamma di ambiti  possono utilizzare questi dati per comprendere meglio e collaborare con le popolazioni indigene, tradizionali e locali per preservare la biodiversità e gli ecosistemi a lungo termine».

Un’altra autrice dello studio, Rebecca Shaw, scienziata capo del Wwf – una delle grandi associazioni protezionistiche più criticate da Survival international per le politiche anti-indigene che attuerebbe in alcune riserve africane e asiatiche che gestisce – ha detto: «E’ chiaro che le prospettive delle popolazioni indigene e locali dovrebbero essere messe in prima linea nei negoziati globali per ridurre la perdita di biodiversità. C’è una crisi globale nel modo in cui la terra utilizzata tradizionalmente è stata trasformata dalla portata e dall’entità dello sviluppo umano intensivo. Dobbiamo cambiare rotta se vogliamo sostenere l’umanità nei prossimi 12.000 anni».

Rick conclude: «Le persone fanno parte della natura; una parte del sistema e lo siamo stati per migliaia di anni. Viviamo in un’epoca in cui le persone sono più disconnesse dalla natura di quanto non lo siamo mai stati prima. Una chiave per andare avanti è imparare dal passato utilizzo umano della terra e dalle strategie che molti popoli indigeni hanno sviluppato nel corso dei millenni e ripristinare i nostri legami profondi con la natura».