Senza grandi mammiferi dispersori le foreste stoccheranno meno carbonio

Salvare i tapiri per salvare il mondo? (VIDEO)

Il sorprendente legame tra i tapiri del Costa Rica e il cambiamento climatico

[9 Settembre 2016]

Esteban Brenes-Mora fin da bambino era affascinato dai tapiri e in un’intervista ad ensia spiega: «Sono sempre stato appassionato di tapiri. Quando ho studiato biologia pensavo ai tapiri e dal momento che mi sono laureato ho cercato un modo per studiarli». L’occasione è arrivata circa un anno e mezzo fa con un  finanziamento dalla Zoological Society of London con il quale ha avviato Nãī Conservation, un team   di ricerca indipendente che si occupa soprattutto di ecologia, genetica e salute dei tapiri degli altipiani della Cordillera de Talamanca, in Costa Rica. Nãī nella lingua degli indios Bribri del Costa Rica significa proprio tapiro.

La battaglia di Brenes-Mora è tutta in salita: anche se i tapiri sono in pericolo non sono molto radicati nella cultura costaricense. «Se venite in Costa Rica non sarà possibile trovare souvenir di tapiri – dice Brenes-Mora ad ensia –   E la comunità scientifica locale li ha del tutto abbandonati negli ultimi 10 anni. Circa dal 2005, non ci sono molti documenti di ricerca legati alla tapiri provenienti dal Costa Rica».

Ma le cose potrebbero cambiare perché all’inizio di quest’anno Brenes-Mora si è imbattuto in un nuovo campo di ricerca che ha  cambiato il modo in cui Nãī Conservation  pensa alla salvaguardia del tapiro: il legame tra la diminuzione e la scomparsa di grandi erbivori come i tapiri e la perdita della capacità di una foresta di assorbire CO2 dall’atmosfera e stoccarla nelle foglie, legno e nelle radici degli alberi.

Gli alberi più grandi delle foreste tropicali, quelli che possono stoccare più carbonio, hanno solitamente  semi più grandi e per disperderli contano su grandi animali frugivori come tapiri, scimmie e uccelli di grandi dimensioni. «Che cosa succede se abbiamo delle foreste vuote? Ci saranno effetti a cascata – dice la brasiliana Carolina Bello, del dipartimento di ecologia dell’università statale de São Paulo –  Comprese eventuali modifiche alla quantità di carbonio che una foresta può contenere».

Nello studio “Defaunation affects carbon storage in tropical forests” pubblicato su  Science Advances la Bello e il suo team brasiliano-spagnolo utilizzano simulazioni al computer per capire cosa succederebbe nella foresta atlantica del Brasile se si estinguessero grandi mammiferi come i tapiri e le scimmie muriqui  o uccelli come la  jacutinga, che dipendono dagli alberi da frutto,  ed hanno scoperto che  «La capacità della foresta di immagazzinare carbonio potrebbe essere seriamente erosa», anche se  solo una piccola parte di  grandi alberi dovesse scomparire ed essere sostituiti da quelli più piccoli che stoccano meno carbonio.

«Se i grandi frugivori disperdono i grandi alberi, quindi gli lo stock di carbonio dipendono dai grandi frugivori», aggiunge Anand Osuri, un ricercatore indiano del Tata Institute of fundamental research di Bangalore, che ha studiato quanto diminuirebbe lo stoccaggio se i mammiferi di grandi dimensioni che disperdono i semi venissero eliminati dalle foreste tropicali di tutto il mondo. Utilizzando un computer program per modellare il cambiamento, ha scoperto che «Le foreste potrebbero perderne fino al 12% della loro capacità di stoccaggio del carbonio»  e ha pubblicato i risultati nello studio “Contrasting effects of defaunation on aboveground carbon storage across the global tropics”, un lavoro apparso su Nature Communications nell’aprile 2016 e al quale ha partecipato anche  Francesco Rovero, del Museo delle scienze di Trento.

Osuni sottolinea che il 12% non è poco, se si considera che le foreste tropicali rappresentano circa il 40% o delle riserve di carbonio del mondo. Ma dipende da dove sono queste foreste: «In Sud America, Africa e Asia del Sud la maggior parte delle foreste dipendono gli animali. Nel sud-est asiatico e in Australia tendono a fare affidamento sul vento o la gravità per disperdere i loro semi, in modo che quelle foreste stanno bene anche senza animali. In India, la perdita di grandi erbivori come gli elefanti sta cominciando a portare alla perdita dei grandi specie arboree che si basano su loro per disperdere i loro semi. Ci sono alcune aree  in cui gli elefanti se la passano bene ma altre dove sono in declino, in particolare al di fuori della rete formale di parchi e aree protette. Questo è particolarmente vero nel sud dell’India, dove le foreste superstiti sono piccole, frammentate e circondate da aziende agricole».

In Costa Rica, Brenes-Mora ha utilizzato il rapporto tra grandi erbivori e stoccaggio di carbonio come un modo per mettere in evidenza l’importanza della salvaguardia dei tapiri, che sono minacciati dalla perdita di habitat provocata dall’espansione delle piantagioni di ananas e dal traffico sulla strada Panamericana. «Ultimamente, è diventata la nostra carta principale, quando cerchiamo sostegno da parte del governo o delle organizzazioni non governative straniere», dice il fondatore di Nãī Conservation.

E’ una strategia che piace anche a  Jorge Ahumada, direttore esecutivo del Tropical ecology assessment and monitoring network  di Conservation International, che monitora i trend a lungo termine della biodiversità tropicale in tutto il mondo. Secondo Ahumada, «Più gruppi conservazionistici devono iniziare ad avere questa visione olistica delle specie e degli ecosistemi in cui lavorano e delle interazioni tra di loro. Ci concentriamo molto sul monitoraggio delle foreste su larga scala, utilizzando la tecnologia satellitare, e se vediamo le foreste tutti sono felici e torniamo a casa.  Ma è ormai chiaro che è altrettanto importante prendersi cura della fauna selvatica, perché senza gli animali la foresta non svolgerà le stesse funzioni come farebbe una foresta in buona salute. E’ come tagliare gli alberi senza  tagliarli davvero. Non c’è  ha bisogno della deforestazione per perdere carbonio».

La Bello vorrebbe che grandi programmi internazionali, come il Reducing emissions from deforestation and forest degradation (Redd+) dell’Onu, iniziassero a prendere in considerazione questi collegamenti quando definiscono le priorità della conservazione, ma anche lei ammette che «Ha appena iniziato ad entrare in testa ai decision makers». Ahumada è convinto che «Questo tipo di pensiero dovrebbe rendere più facile far capire alla gente l’importanza della conservazione della fauna selvatica. Un sacco di persone che conosco con il mio lavoro mi chiedono: perché dovremmo preoccuparci per la fauna selvatica? Questa è la ragione per cui dobbiamo chiederci: come possiamo conservare la parte della natura che è la chiave per la sopravvivenza delle persone? La cosa importante è pensare al di là del salvare una singola specie. Potremmo avere uno straordinario programma di conservazione dei gorilla, che potrebbe salvare i gorilla, ma per quanto riguarda tutti gli altri erbivori? E’ importante concentrarsi sulla conservazione di intere comunità della fauna selvatica, perché questo è quello che dovremo fare per garantire che la foresta mantenga la sua struttura e la sua funzione».

Per questo Nãī Conservation  sta cercando di coinvolgere la  comunità locale nella salvaguardia dei tapiri, , lavorando con le scuole, gestendo laboratori per far diventare i bambini “Tapiro Savers”, formando rangers forestali che aiutino a raccogliere dati di ricerca e parlando  con i camionisti per trovare i modi per evitare che investano i tapiri sulle strade. «Il progetto sta già cominciando ad avere un effetto positivo – conclude Brenes-Mora – Ora la gente della comunità locale parla dei tapiri e sono davvero contenti di avere tapiri. E se possono salvare i tapiri, alla fine potrebbero salvare il mondo».

 

 

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