Solo il 3% della superficie terrestre è rimasta ecologicamente intatta

Ma con reintroduzioni mirate e ripristini ecosistemici si potrebbe trasformare il 20% della Terra in aree wilderness

[15 Aprile 2021]

Più di 30 anni fa, le aree wilderness – aree naturali che non sono state modificate in maniera notevole dagli esseri umani – sono state identificate come prioritarie per realizzare azioni di conservazione e protezione. Solo di recente c’è stata una spinta a definire come misurare wilderness, con un’attenzione maggiore sugli habitat intatti. L’integrità degli ecosistemi naturali è stata riconosciuta anche dalla Convention on Biological Diversity (CBD) Onu come un obiettivo importante per il post-2020 global biodiversity framework che dovrà essere approvato dalla prossima Conferenza delle parti CBD che si terrà in Cina.

Andrew Plumptre del Key Biodiversity Areas Secretariat di Cambridge e principale autore dello studio “Where Might We Find Ecologically Intact Communities?” appena pubblicato su Frontiers in Forests and Global Change da un folto team internazionale di ricercatori, sottolinea che «Sappiamo che stiamo perdendo sempre più habitat intatto e i valori di un habitat intatto sono stati dimostrati sia per la biodiversità che per le persone, ma questo studio ha rilevato che gran parte di ciò che consideriamo habitat intatto manca di specie che sono state cacciate dalle persone».

Attualmente non esiste una definizione comune di cosa sia l’intattezza. I ricercatori ricordano che «Valutazioni passate, incentrate sulla mappatura dell’influenza umana sull’integrità dell’habitat, hanno creato mappe di impatto antropico che stimavano indipendentemente che tra il 20% e il 40% della superficie terrestre del pianeta sia rimasta esente da gravi disturbi umani (come insediamenti umani, strade e luce e inquinamento acustico)».

Il nuovo studio ha adottato un approccio diverso: invece di concentrarsi sull’impatto umano, ha analizzato i siti Criterion C delle Key Biodiversity Areas (KBA), una classificazione secondo la quale «Una comunità ecologica intatta ha il pieno complemento di specie note per essere presenti in un particolare sito nelle loro abbondanze naturali (cioè perdita di animali non conosciuta in quella zona), rispetto a un parametro di riferimento regionale appropriato».

Come punto di riferimento, gli autori hanno scelto l’anno 1500, la data di riferimento per la valutazione delle estinzioni delle specie per la Lista rossa Iucn delle specie minacciate e, oltre all’integrità dell’habitat, hanno anche valutato l’integrità faunistica (nessuna perdita di specie animali) e l’integrità funzionale (nessuna perdita di densità animale al di sotto di un livello che influirebbe sul funzionamento sano di un ecosistema).

I ricercatori hanno visto come l’applicazione di queste 3 misure di intattezza riduca il numero di siti che potrebbero essere qualificati secondo il Criterion C KBA e hanno scoperto che «Se è definito come siti funzionalmente intatti, solo tra il 2% e il 3% della superficie terrestre si qualifica Criterion C, 10 volte inferiore a quanto stimato in precedenza».

Gli scienziati evidenziano che «E’ preoccupante che solo l’11% dei siti misurati sia coperto da aree protette. Molte delle aree identificate coincidono con territori gestiti da comunità indigene, che svolgono un ruolo cruciale nel mantenerle. Le aree identificate come funzionalmente intatte includevano la Siberia orientale e il Canada settentrionale per i biomi boreali e della tundra, parti delle foreste tropicali del bacino dell’Amazzonia e del Congo e il deserto del Sahara».Ma gli autori dello studioni<o dicono che c’è ancora speranza: «Fino nel 20% della superficie terrestre del pianeta potrebbe essere ripristinata l’integrità faunistica attraverso la reintroduzione di poche specie nell’habitat rimasto intatto».

Plumptre precisa: «I risultati mostrano che potrebbe essere possibile aumentare l’area con intattezza ecologica fino al 20% attraverso le reintroduzioni mirate di specie che sono andate perse in aree in cui l’impatto umano è ancora basso, a condizione che le minacce alla loro sopravvivenza possono essere gestite e i numeri ricostruiti a un livello in cui soddisfano il loro ruolo funzionale».

In futuro, l’identificazione delle aree ai sensi del Criterion C KBA potrà aiutare a concentrare l’attenzione su questi siti per la conservazione e il ripristino- Plumptre conclude: «E’ stato dimostrato che l’habitat intatto ha importanti vantaggi sia per la fauna selvatica che per le persone e, di conseguenza, deve essere un obiettivo critico dei negoziati in corso sul post-2020 global biodiversity framework della Convention on Biological Diversity. E’ necessario il riconoscimento di questi luoghi speciali all’interno di habitat intatti, dove si ha la piena intattezza funzionale, e si prevede di concentrare il ripristino nelle aree in cui l’integrità ecologica potrebbe essere recuperata».