Le nuove tecnologie da sole non salveranno il pianeta: 30 anni di speranze mal riposte

Per contrastare i cambiamenti climatici è essenziale una trasformazione culturale, sociale e politica

[21 Aprile 2020]

Fare troppo affidamento sulle nuove tecnologie per risolvere i cambiamenti climatici sta ritardando in realtà le azioni necessarie ad evitare una catastrofe planetaria. E’ quello che emerge dallo studio “The co-evolution of technological promises, modelling, policies and climate change targets” pubblicato su Nature Climate Change da Duncan McLaren e Nils Markusson, del Lancaster Environment Centre della Lancaster University, che chieddono di mettere fine al lungo ciclo fatto di promesse tecnologiche per riformulare, economicamente, politicamengte e socialmengte gli obiettivi per contrastare il cambiamento climatico.

Alla Lancaster Univrsity ricordano che «Le proposte tecnologiche contemporanee per rispondere ai cambiamenti climatici includono ‘energia da fusione nucleare, gigantesche macchine per aspirare il carbonio, il ripristino dei ghiaccio con milioni di pompe eoliche e la spruzzatura di particolato nella stratosfera».

Secondo McLaren e Markusson queste mai realizzate promesse energetiche e i colossali progetti di geoingegneria in realtà sono dannosi: «Per quarant’anni, l’azione per il clima è stata ritardata dalle promesse tecnologiche. Le promesse contemporanee sono ugualmente pericolose. Il nostro lavoro rivela come tali promesse abbiano eclissato le aspettative per opzioni politiche più efficaci che saranno disponibili in futuro, e quindi consentito una continua politica di prevaricazione e azione inadeguata. La prevaricazione non è necessariamente intenzionale, ma tali promesse possono alimentare la “corruzione morale” sistemica, con la quale le attuali élite si sentono autorizzate a perseguire percorsi egoistici, mentre trasferiscono il rischio futuro sulle persone vulnerabili e nel sud del mondo».

Lo studio descrive come queste miracolose promesse tecnologiche sono state portate avanti nel tempo e dimostra come l’obiettivo globale globale di «evitare pericolosi cambiamenti climatici» sia stato «reinterpretato e rappresentato in modo diverso alla luce di nuovi metodi di modellizzazione, scenari e promesse tecnologiche».

McLaren e Markusson hanno mappato la storia degli obiettivi climatici 5 fasi: stabilizzazione, percentuali di riduzione delle emissioni, concentrazioni atmosferiche, budget cumulativi e, attualmente temperature risultanti. Nella prima fase, pre e post Rio 1992, le promesse tecnologiche comprendevano un miglioramento dell’efficienza energetica e dei pozzi globali di assorbimento del carbonio e l’energia nucleare La seconda fase, corrispondente al vertice di Kyoto del 1997, le nuove politiche promettevano di ridurre le emissioni climalteranti attraverso l’efficienza energetica, il cambiamento dei carburanti e la contestata carbon capture and storage (CCS). Nella terza fase pre e post Accordo di Copenaghen nel 2009, alla Ccs si è unita la bioenergia, mentre la politica si occupava maggiormente delle concentrazioni atmosferiche di gas serra. La quarta fase ha visto lo sviluppo di sofisticati modelli globali di bilancio del carbonio e l’emergere di una gamma di tecnologie che puntavano alle emissioni negative. Nlla fase 5 la politica si è concentrata sempre più sugli esiti dell’innalzamento delle temperature, che hanno portato all’Accordo di Parigi del 2015.

I due ricercatori britannici concludono: «Gli obiettivi, i modelli e le tecnologie si sono evoluti in maniera congiunta in modo da ritardare l’azione climatica: Ogni nuova promessa non solo compete con le idee esistenti, ma minimizza anche qualsiasi senso di urgenza, consentendo il ripetuto differimento delle scadenze politiche per l’azione climatica e minando l’impegno della società verso risposte significative. Porre le nostre speranze su tecnologie ancora più nuove non è saggio. Invece, per consentire un’ampia diffusione delle risposte comportamentali e tecnologiche ai cambiamenti climatici è essenziale la trasformazione culturale, sociale e politica».